La Dalia nera

Un mio amico, Fabio, mi ha detto che lo appassionano i fatti di cronaca e che li legge volentieri se pubblicati su questo blog.

Anche se non sempre ho trattato questo argomento, ricordo che proprio all’inizio di questa mia avventura ne pubblicai un paio, che più che essere fatti di cronaca erano i cosiddetti “cold case” ( su Girolimoni” e sullo Smemorato di Collegno”), cioè i reati rimasti senza colpevole.

I “cold case” sono in genere i delitti più gravi, per i quali la legge non prevede prescrizione; spesso si tratta di fatti di cronaca piuttosto noti, misteri di cui hanno parlato i media.

Americanata, penserà qualcuno (infatti gli americani ci hanno fatto anche delle serie tv, sui cold case). Manco per niente. In Italia la Polizia di Stato ha una sezione dedicata proprio ai «cold case»: l’Unità delitti insoluti.

Digressione sulle serue tv: l’altro giorno, parlando con una collega più giovane, mi è scappata la parola “telefilm” e lei mi ha chiesto cosa fossero. Telefilm era il nome con cui negli anni passati si indicavano quelle che oggi si chiamano “serie tv”. Fine digressione.

Uno dei cold case più strani della storia è quello che vide coinvolta una giovane donna americana nel 1947.

Elizabeth Short nacque a Hyde Park, un quartiere della città di Boston, nel 1924, e si trasferì in tenera età a Medford assieme alla madre Phoebe Mae e alle quattro sorelle, dopo che suo padre Cleo nell’ottobre 1930 aveva abbandonato la famiglia per trasferirsi a Vallejo.

Abbandonò presto gli studi per andare a lavorare come cameriera. A 19 anni decise di lasciare la madre e di andare a vivere con il padre in California, con cui andò a Los Angeles. La loro coabitazione durò poco: dopo un litigio Elizabeth lasciò la casa e trovò lavoro a Camp Cooke, in California, in un ufficio postale.

Andò poi a vivere a Santa Barbara, dove il 23 settembre 1943 fu arrestata per ebbrezza; per la legge californiana era ancora minorenne e fu quindi riaccompagnata dalle autorità dalla madre, a Medford.

A metà degli anni quaranta conobbe il maggiore dell’Aeronautica statunitense Matthew M. Gordon Jr., che desiderava sposarla. Il destino però li divise: Gordon morì durante un’azione aerea il 10 agosto 1945. Una fase adolescenziale difficile per Elizabeth, che la ragazza cercò di ribaltare tentando la strada del successo personale: il sogno di Betty, infatti, era quello di sfondare nel mondo del cinema, e per questo nel 1946 si trasferì a Los Angeles, vicinissima alle luci di Hollywood.

Dopo l’iniziale entusiasmo la ragazza faticò molto a inserirsi nel jet set hollywoodiano, tanto che fu costretta a ripiegare su qualche breve filmato a luci rosse (per altro illegale negli Stati Uniti degli anni quaranta) per mantenersi. Lo scontro con la realtà non la destabilizzò, e continuò a cercare il suo posto nel mondo del cinema, sfruttando anche la propria avvenenza, alla quale molti uomini cedevano.

Durante la sua permanenza a Long Beach fu soprannominata Dalia Nera a causa della sua passione per il film “La dalia azzurra” e l’abitudine a vestirsi di nero. L’ultima volta che fu vista viva fu la sera del 9 gennaio 1947 nel salone del Biltmore Hotel di Los Angeles, probabilmente in compagnia di un uomo.

Il 15 gennaio il corpo di Elizabeth Short fu trovato a Leimert Park, un quartiere meridionale di Los Angeles, abbandonato in un terreno non edificato sul lato ovest del South Norton Avenue tra Coliseum Street e la West 39th Street. Il corpo fu scoperto intorno alle 10 del mattino dalla signora Betty Bersinger, a passeggio con la figlia di tre anni. Inizialmente la signora Bersinger pensò che si trattasse di un manichino abbandonato, ma una volta capito che era un cadavere la Bersinger corse alla casa più vicina e telefonò alla polizia.

Il corpo si trovava in condizioni terribili.

Nudo e segato a metà all’altezza della vita, completamente dissanguato. Le viscere erano state accuratamente sistemate sotto le natiche per nasconderle alla vista e il viso deturpato da due squarci che partivano dagli angoli della bocca fino alle guance (stile Joker di Batman per intenderci, viene chiamato “sorriso di Glasgow”).

Il corpo era stato lavato e messo in posa. La parte superiore aveva le braccia sollevate e il capo inclinato. La parte inferiore, che si trovava collocato leggermente più lontano, aveva le gambe spalancate come a voler simulare un amplesso.

Subito dopo la scoperta, il cadavere venne circondato da decine di curiosi e giornalisti che non fecero altro che alterare la scena del delitto prima dell’arrivo degli inquirenti.

Molte furono le ipotesi e le speculazioni, anche sul conto della vittima. Nonostante corresse voce che fosse una ragazza-squillo per il suo atteggiamento all’apparenza ambiguo, le indagini non lo confermarono affatto.

Le indagini sul “delitto della Dalia Nera” della Polizia di Los Angeles furono fra le più vaste nella storia del Dipartimento e coinvolsero centinaia di agenti ed ispettori, perfino di altri dipartimenti. I sospettati furono centinaia e vennero ascoltate un migliaio di persone. Fortissima fu l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso, la cui complessità fu ampliata dalla curiosità dei giornali a causa della natura del delitto.

Secondo alcuni le indagini non furono svolte correttamente, dato che ufficialmente non furono mai ritrovate impronte di macchine o di scarpe. La polizia non raccolse neanche le fibre nel campo. Se lo avesse fatto avrebbe potuto trovare il numero di scarpa dell’assassino o, se fossero state trovate impronte di pneumatici, capire quali erano e cercare riscontri con le auto dei sospettati. Dell’omicidio furono accusate o si auto-accusarono almeno 60 persone, di cui la maggior parte uomini.

Dai documenti ufficiali degli investigatori della Polizia di Los Angeles risultarono 22 sospettati “principali”, tra i quali addirittura Woody Guthrie, noto cantante folk, e il famoso regista Orson Welles .

Il caso scivolò piano piano in un vicolo cieco dal quale non sarebbe più uscito. Il sospetto era che Elizabeth Short fosse finita in un giro più grande di lei e che per questo fosse stata disposta la sua eliminazione.

Un’ipotesi la voleva come l’ennesima vittima dell’ignoto serial killer conosciuto come il Macellaio di Cleveland; un’altra la legava a quello della piccola Suzanne Degnan, una bambina di sei anni uccisa a Chicago nel 1945, due anni prima il delitto Short, con un modus operandi assai simile, o a un isolato, anche se con poca probabilità eseguito da una persona al primo delitto, caso di omicidio per gelosia dovuto alla grande intraprendenza della giovane che voleva diventare una stella di Hollywood.

Nel settembre del 1949 si riunì una giuria speciale per dibattere sulla inadeguatezza della polizia di Los Angeles nel risolvere l’omicidio di Betty e altri avvenuti nella città e dintorni in quegli anni. Il Los Angeles Police Department venne formalmente accusato di insabbiamento delle prove e di coprire i soggetti coinvolti dell’omicidio. L’inchiesta fece sparire dalla scena di Los Angeles i poliziotti oramai compromessi dalle indagini. Gran parte dei documenti e delle prove del delitto Short andarono persi o secretati nei misteriosi archivi della LAPD.

L’atroce fine della giovane ha ispirato nel corso dei decenni artisti, scrittori e registi. Nel 1953 uscì nella sale americane il film noir “Gardenia blu”; nel 1975 “Chi è Black Dahlia?”, uscito sempre negli Stati Uniti, descriveva le infruttuose indagini sul delitto Short.

Nel 1987 James Ellroy scrisse un romanzo sulla vicenda intitolato “The Black Dahlia”, da cui è stata tratta l’omonima trasposizione cinematografica del 2006 diretta da Brian De Palma.

Il caso è ancora aperto, dal 1947.

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