Storia, magistra vitae – Gli Achemenidi

A volte ci chiediamo se quel governo finirà la legislatura, se a quell’allenatore verrà rinnovato il contratto o se il negozio sotto casa resisterà al prossimo aumento delle tasse, tanto effimere sono certe cose oggi.

Ci siamo quasi abituati, alla velocità con cui avvengono certi cambiamenti, che quasi non ci facciamo caso.

Come quando parliamo di instabilità politica. Per noi è normale che un governo non duri più di cinque anni, che è la durata di una legislatura, e consideriamo quel periodo come una durata tutto sommato “lunga”. Eppure, siamo una Repubblica da più di 70 anni, e l’Italia come entità “unita” esiste da più di 150.

Ma una volta era diverso? Gli stati, gli imperi, le nazioni, duravano di più o di meno?

Intanto dobbiamo fare un po’ di considerazioni. La durata e l’estensione di un impero avevano un peso diverso nell’antichità rispetto ad oggi, visto che ora i confini vengono ratificati da trattati internazionali e non da guerre di conquista come accadeva un tempo (in genere).

Nel corso della storia dell’uomo si sono succeduti un numero abbastanza alto di imperi e regni, ma quelli che hanno lasciato un segno non sono che poche decine. Non considero, perciò, alcuni imperi, come ad esempio il più longevo, che è stato quello egiziano (3900 a.C. – 332 a.C.), con quasi 3600 anni di esistenza.

Anche l’impero giapponese esiste da quasi 2700 anni, ed è senz’altro la nazione più longeva ancora esistente (11 febbraio 660 a.C.- vivente); esso ha anche la dinastia più longeva mai esistita, la stessa dalla fondazione, ma non ha avuto alcun impatto al di fuori del Giappone.

Provo quindi ad elencarne qualcuno, tenendo conto anche dell’impatto sul mondo, oltre che la durata e l’estensione:

Ovviamente in questo elenco non può mancare l’impero romano, esistito formalmente dal 44 a.C. al 476 d.C. (per alcuni in realtà dal 753 a.C. al 1475) ed esteso per 6,5 milioni di km2. A prescindere dalle dimensioni e dalla durata, l’impero romano fu qualcosa di incredibile: quasi tutti gli abitanti delle terre allora conosciute, sia sul Mediterraneo, ma anche lontano da esso, dalla Scozia alla Mesopotamia, erano cittadini di questo impero.

L’impero ottomano, detto “la sublime porta”, che è esistito dal 1299 al 1922, era esteso per circa 7 milioni di km2; a decretare la sua fine fu Mustafa Kemal Ataturk proclamando la nascita della repubblica di Turchia.

Sempre proveniente dal Medio Oriente, il Califfato degli Omayyadi durò poco, dal 660 al 750 d.C., ma era esteso per quasi 13 milioni di km2: forse fu proprio questa dimensione e la velocità di espansione a decretarne la fine.

Gli imperi cinesi, succedutisi nel corso dei secoli ed estesi fino ad oltre 15 milioni di km2, avevano lo stesso vantaggio di quello Inca (1250-1548): erano isolati dal resto del mondo, quindi uno dei motivi della loro stabilità va cercato in quello.

L’impero mongolo è stato uno degli imperi più vasti della storia, coprendo, all’apice della propria estensione, più di 33 milioni di km2, con una popolazione stimata intorno ai 100 milioni di persone, e durò dal 1206 al 1368. Ma il reale impatto sul mondo fu nel periodo iniziale, durante la vita di Gengis Khan, esattamente come quello Macedone di Alessandro Magno, che non durò oltre la vita del proprio fondatore.

Proprio Alessandro pose fine ad un altro impero, non importante tanto per l’estensione, di 6 milioni di km2, ma perché al tempo, dal V al I secolo avanti Cristo, una persona su due del mondo allora conosciuto faceva parte di quell’impero.

Sto parlando dell’impero Achemenide.

L’Impero Achemenide (in persiano Haχāmanišiyā, in greco antico: Ἀχαιμενίδαι), cioè “L’Impero” detto anche primo impero persiano, per distinguerlo dal secondo impero persiano guidato dai Sasanidi, fu un’entità politica corrispondente all’attuale Persia fondata da Ciro il Grande nel 550 a.C.

Ahi!, Sovrano, le fulgide schiere,

ahi!, l’onore supremo dei Persi,

il fulgor dei guerrieri, che il Dèmone

avverso ha mietuto!

Ora piange la terra la sua

gioventú spinta a morte da Serse,

che di Persi riempie l’Averno.

All’Averno discesero, il fiore

della patria, i valenti nell’arco:

una fitta miriade di genti

fu distrutta. Ahi valore, ahi possanza!

(Eschilo, “I Persiani”, canto III)

Fra i numerosi popoli dominati dai Medi, i Persiani erano quelli a loro più affini: come quelli erano divisi in numerose tribù, molte delle quali erano nomadi, mentre altre si erano stabilite in zone fertili e praticavano l’agricoltura.

Durante le guerre di Fraòrte (in persiano Fravartish, gr. Φραόρτης) contro gli Assiri, i Persiani fornirono al sovrano medo reparti di cavalleria e fanteria astata, ma in seguito riuscirono a rendersi indipendenti dai Medi. È a questo periodo che la leggenda fa risalire le origini della dinastia achemenide, fondata dal mitico Achemene (dall’antico persiano Haχāmaniš “dall’animo amichevole”, in greco antico: Ἀχαιμένες, Achaimènes, in latino).

Suo figlio, Teispe (nome greco Τεΐσπης), fu il primo ad assumere il titolo di “re di Ansan e di Persia”; a lui succedettero i due figli: Ciro I (Koroush in persiano, Κύρος in greco) su Ansan, e Ariamne (Ἀριαράμνης; Ariarámnēs, in persiano Ariyāramna) sulla Persia, che furono seguiti dai loro rispettivi figli, Cambise I (in greco Καμβύσης, Kambýsēs; in persiano Kambūjia) e Arsame (Aršâma).

Quando Ciassare (nome italianizzato di Hvakhshathra) sconfisse definitivamente gli Assiri, i re persiani tornarono a sottomettersi al sovrano della Media pur assumendo il titolo di “Gran Re”.

Salito al trono dei “Gran Re” nel 559 a.C., Ciro II (Kuruš, Κύρος, noto come Ciro il Grande, in persiano Kuuruusha) riuscì subito a unire le tribù persiane sotto la propria egemonia. Approfittando della debolezza di Astiage (forma grecizzata (‘Αστνάγης) di Ištuvegu), si ribellò e, alleatosi con il re babilonese Nabonèdo (o Nabonido; in babilonese Nabū-nā’id, “Nabū è eccelso”), sconfisse il sovrano medo, tradito dal suo stesso esercito che lo consegnò nelle mani di Ciro, il quale poté così marciare su Ecbatana (in persiano antico Hangmatana, scritto Ἀγβάτανα/Agbatana o Ἐκβάτανα/Ekbatanae in greco) e conquistarla.

Le affinità tra i Medi e i Persiani consentirono ai due popoli di fondersi, al punto tale che nel mondo antico venivano chiamati entrambi con il nome dei primi. Ciro proseguì l’espansione conquistando prima l’Asia Minore e la Lidia e poi il regno di Babilonia, e si spinse fino in Asia Centrale dove morì in battaglia, prima di poter conquistare l’Egitto.

L’impresa fu compiuta da Cambise II, figlio di Ciro, che sconfisse Psammetico III (greco Ψαμμήτιχος) e si fece incoronare sovrano d’Egitto nel Tempio di Neith a Sais (nome greco della località egizia detta Zau, situata sulla sponda orientale del ramo di Rosetta del Nilo. Il nome attuale della località è Sa el-Hagar).

Per tentare di conquistare Cartagine, Cambise si impadronì delle vie di comunicazione terrestri africane attraverso l’oasi di Siwa, arrivando fino alla Libia. Non riuscì però a portare a termine l’impresa perché i Fenici si rifiutarono di fornire le navi contro quella che era una loro antica colonia.

Dopo la morte di Cambise II (522 a.C.), iniziò un periodo di intrighi e ribellioni che si concluse con la salita al trono di Dario I, nel 522 a.C. Fu proprio Dario, appartenente a un ramo collaterale della dinastia achemenide, a citare per primo la leggenda di Achemenes, nel tentativo di legittimare il proprio potere, dicendosi discendente da Ariamne.

Dario I conquistò la Tracia, il Caucaso e la valle dell’Indo e attaccò la Grecia, dove però fu sconfitto da un’alleanza di città greche indipendenti a Maratona (490 a.C.). Si dedicò quindi a consolidare le conquiste, per consegnare un impero forte e organizzato al figlio Serse I nel 485 a.C.

Anche Serse I cercò di annettere la Grecia peninsulare: riuscì a passare alle Termopili e a saccheggiare Atene, ma fu sconfitto a Salamina e a Platea e costretto a ritirarsi in Asia Minore. Con Serse I si concluse il periodo di grandezza della dinastia achemenide.

La prima organizzazione dell’Impero fatta da Ciro II prevedeva ampie concessioni alle autonomie locali e la centralità del potere regio come espressione della volontà divina, centralità rafforzata da un cerimoniale di corte che obbligava ad atti di sottomissione come la proskýnesis, l’inchino cerimoniale (dal greco προσκύνησις, da προσκυνέω, ovvero “portar la mano alla bocca inviando riverente bacio”, la nostra “prosternazione”).

Dario attenuò il decentramento amministrativo, poiché l’estensione e l’eterogeneità dell’Impero esigevano un forte potere centrale capace di coordinare l’attività politica e di far rispettare la propria volontà.

L’Impero fu suddiviso in venti satrapie, e a capo di ognuna fu posto un satrapo, spesso legato alla famiglia regnante. I satrapi, oltre a riscuotere i tributi e ad amministrare la giustizia, si occupavano del reclutamento militare, ma non comandavano le truppe che erano affidate a generali di fiducia dello shah (re).

Fu adottata una lingua ufficiale comune per l’amministrazione statale, l’aramaico, e furono rafforzate le vie di comunicazione con la costruzione di diverse “strade regie”, la più importante delle quali collegava le capitali dell’Impero (Susa, Ecbatana, Pasargade e Persepoli).

Ciro il Grande riuscì a creare un enorme impero multietnico, imponendo in ogni territorio il governo di una persona fidata, il satrapo. Ogni satrapia doveva consegnare al Gran Re una tassa, variabile in base alla ricchezza della regione. La gestione di un così vasto impero necessitava di soldati di professione per mantenere la pace, sedando ogni tentativo di ribellione, e per proteggere i confini.

Il primo impero persiano è passato alla storia non solo per le sue conquiste e il suo immenso potere, ma anche per aver creato un corpo d’élite di soldati chiamati Immortali. Il nome ci viene trasmesso da Erodoto il quale li definisce “Ἀθάνατοι”, Athánatoi, e li descrive come “fanteria pesante, guidati da Idarne, mantenuti costantemente in un numero di 10.000 uomini”.

Lo storico greco specifica che il nome “immortale” deriva non dalle caratteristiche fisiche o dalle abilità degli uomini, ma dal fatto che, in caso di morte o anche solo di ferimento di un soldato, questi veniva immediatamente sostituito da uno nuovo, mantenendo l’unità del gruppo coesa e sempre identica nel suo numero. Altre fonti rispetto allo storico di Alicarnasso non nominano in nessun modo la parola Immortali ma Anûšiya, che significa compagni.

Gli immortali giocarono un ruolo fondamentale nell’espansione dell’Impero Persiano. Il corpo d’élite era certamente già esistente durante la campagna di conquista dell’Egitto di Cambise II di Persia, nel 525 a.C., e come noto accompagnò il grande Re Serse durante la fallimentare conquista della Grecia, nel 480 a.C. Gli immortali furono cruciali non solo per le campagne di conquista dell’impero persiano, ma soprattutto come contingente armato sempre presente al fianco dell’Imperatore, una Guardia Imperiale che nessun altro regno, all’epoca, poteva permettersi.

Gli Immortali vennero completamente distrutti durante la Battaglia di Isso, attraverso la quale il grande condottiero macedone Alessandro Magno aprì la strada alla conquista Greca dell’Asia. Durante la battaglia, circa 30.000 greci affrontarono 120.000 persiani guidati da Dario III di Persia. La disfatta per i persiani fu totale: morirono 30.000 uomini in battaglia e altri 70.000 durante la ritirata.

Ma quella, come sempre, è un’altra storia.

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