Juve a 3 stelle – Marcelo Zalayeta

Da qualche tempo sono entrato a far parte della famiglia di “Juve a 3 stelle”. Lì scriverò, ovviamente, solo di Juve e dintorni.

Qui di seguito un mio articolo, dedicato a Marcelo Zalayeta. (Qui il link diretto all’articolo originale).

 

Nel calcio sono stati molti i casi in cui un giocatore abbia reso al di sotto delle aspettative o del proprio talento.

Quanti sono stati quei giocatori che, pur non potendosi considerare “scarsi” in senso stretto, non sono riusciti a lasciare il segno o comunque un ricordo positivo nelle squadre in cui hanno militato?

Per questi sfortunati avventurieri, quasi sempre stranieri (ma abbiamo esempi anche italiani), viene usato in genere l’appellativo di “meteore”.

Una “meteora” è stata, e gli amici juventini lo sanno, Thierry Henry; Titì, arrivato in una fase di transizione della squadra, anche a causa degli infortuni di Del Piero e Inzaghi, non fu mai impiegato come si deve e fece fatica a emergere, in quei 196 giorni passati a Torino (dal 19 gennaio 1999 al 4 agosto dello stesso anno).

Per fortuna in bianconero di meteore e di occasioni perse ce ne sono state poche, e se ci sono state, è stato più per motivi di abbondanza in determinati ruoli che per altro.

Se sei un attaccante e arrivi a 19 anni in una delle squadre più forti d’Europa, e davanti hai Del Piero, Inzaghi, Fonseca, Amoruso e Padovano, quante speranze hai di incidere e farti notare?

Marcelo Danubio Zalayeta, nato a Montevideo il 5 dicembre 1978, cresciuto con la madre Azucena (il padre non lo ha mai conosciuto), quattro sorelle e tre fratelli nella periferia della capitale uruguagia, all’età di cinque anni si trasferì a Buenos Aires, seguendo la mamma che aveva trovato un impiego come domestica.

Rientrò a Montevideo cominciando a giocare in una squadra con il suo nome (Danubio) e di quel nonno che gli aveva fatto da padre. Lì lo scovò il Penarol, che grazie anche alle sue 13 realizzazioni si confermò tra le squadre più forti del campionato uruguagio. Intorno ai 19 anni Zalayeta era già titolare in Nazionale e attirò l’interesse di numerosi club europei grazie alla sua performance al Campionato mondiale di calcio Under-20 disputato in Malesia.

Nel mercato autunnale della stagione ’97-’98 la Juventus, per 5 miliardi di lire, non si fece sfuggire l’occasione, nonostante un parco attaccanti oltremodo completo.

Zalayeta in bianconero

“I primi mesi sono stati terribili, mi hanno aiutato tantissimo i miei connazionali, Fonseca e Montero a superare quei momenti; anche gli altri miei compagni, con i quali ho subito legato, mi hanno accolto molto bene. Poi, ho cominciato a imparare l’italiano, ho fatto qualche conoscenza e mi sono ambientato in fretta”.

Parcheggiato, vista l’età, in Primavera con il connazionale Pellegrin, “El Panteron” si fece subito notare e Lippi gli permise di giocare spezzoni di partita: anche se solo con 5 presenze, con un gol importantissimo nel pareggio interno con il Napoli e con un assist per Pecchia nella vittoria esterna ad Empoli, diede il suo contributo sullo scudetto dei bianconeri di quell’anno.

Il 24 ottobre 1998 venne ceduto in prestito all’Empoli, per “farsi le ossa”, come si diceva una volta, chiuso com’era dagli avanti bianconeri titolari. Le sliding doors del calcio, come sempre in questi casi, erano in agguato: l’8 novembre successivo, nella maledetta trasferta di Udine, si infortunò Del Piero, poi mal sostituito da Esnaider e, come raccontavo all’inizio, da Henry.

L’anno dopo passò, sempre in prestito, al Siviglia, dove militò due anni senza entusiasmare. A stagione 2001-02 iniziata, Marcelo fece ritorno alla base, trovando una Juve profondamente diversa da quella che aveva lasciato; gli toccò comunque partire dietro a Del Piero, Trezeguet e Amoruso nella squadra di Lippi-bis.

C’era anche Marcelo Salas, in quell’attacco, ma il 21 ottobre la gamba del cileno s’inchiodò sul terreno sconnesso e gli causò la distorsione al ginocchio destro, la lesione del legamento crociato anteriore e la fine anticipata della sua stagione bianconera.

Lippi iniziò a pensare ad alternative, ai giovani della primavera Pericard e Romano, o all’acquisto di uno svincolato di lusso, quando gli venne in mente che in rosa c’era El Panteron, fatto perciò rientrare dal prestito al Siviglia.

La stagione fu un po’ la replica delle precedenti in bianconero, 11 presenze da subentrato in Campionato e zero gol, con una novità: giocò più spesso (sempre da riserva, tranne un paio di volte) in Coppa Italia ed in Champions e chiuse con 8 presenze e 5 gol nella coppa nazionale e 4 presenze e un gol in quella continentale.

Le due stagioni successive furono quelle che hanno relegato Zalayeta nel gotha dei calciatori della Juve.

Utilizzato con più costanza in campionato, El Panteron si rese protagonista in due partite in particolare.

Dopo l’1-1 dell’andata (con gol di Montero e Saviola), il 22 aprile 2003 la Juve si presentò al Camp Nou con l’obbligo di fare risultato. Le cose sembravano mettersi bene con il vantaggio bianconero firmato Nedved, ma poi tutto si complicò: il pareggio di Xavi, l’espulsione di Edgar Davids e una battaglia in 10 contro 11 che proseguì con i tempi supplementari.

Era un vero e proprio assedio. Lippi si ricordò di Zalayeta e lo mandò in campo. Quando eravamo ormai all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare e la Juve era schiacciata nella propria area, improvvisamente Nedved lanciò la palla verso Zalayeta, unica boa davanti, il quale girò la palla di destro sull’accorrente Birindelli. Quest’ultimo chiuse il triangolo con Zalayeta mettendo un cross perfetto per l’uruguaiano che sgusciò in mezzo tra Puyol e De Boer e la mise dentro, gelando il Camp Nou.

Dopo il goal al Barcellona

“Sono contento, ora spero che le cose per me continuino ad andare bene. La fatica? Quando si vince, la motivazione ti carica ancora di più. Dobbiamo continuare a lavorare”.

Due anni dopo, dopo un prestito andato male (a Perugia un infortunio gli causò la rottura di tibia e perone), rientrò alla base, ed era in panchina in Juve-Real Madrid, ritorno degli ottavi di finale.

Bisognava ribaltare lo 0-1 dell’andata in Spagna, ma la gara non si sbloccava: Capello decise di mandare in campo prima il rientrante Trezeguet e poi anche Zalayeta. David segnò e portò la partita ai supplementari. E ancora una volta ci pensò il Panterone sul finire del secondo tempo supplementare a regalare la qualificazione alla Juve con un destro da fuori area che fece impazzire il Delle Alpi.

“Un traguardo importantissimo, una vera impresa. Loro erano sicuri di farci fuori e di segnare addirittura tre goal, ma anche noi eravamo certi che avremmo giocato una grande partita. E così è stato. Il segreto di questa vittoria? Uno su tutti: l’umiltà. Per noi era come una finale, e non l’abbiamo fallita. Adesso faremo festa perché questo exploit lo merita. Di goal così ne voglio fare ancora. Più che una speranza, una certezza: io non mi fermo qui. Il mio periodo va avanti. Fuori non lo faccio forse vedere, ma dentro sono molto felice. Dentro ho l’inferno che brucia. Il mio sogno è un goal nella finale di Champions League. E ovviamente decisivo. Perché io la Champions la voglio vincere.

Decide Capello chi resta fuori, ma non c’è nessuna sfida in atto fra me, David, Ale e Zlatan. Abbiamo fiducia nell’allenatore e lo spogliatoio è unito, alla fine si vince per questo. La differenza è tutta lì. Ho sempre avuto un idolo: Dely Valdés, che ha giocato nel Cagliari. Non solo lui, mi piaceva anche Francescoli. Non li conoscevo bene, ho parlato solo un paio di volte con loro. Come detto, i veri maestri sul campo, quelli che mi hanno aiutato più di tutti, sono stati Montero e Fonseca. A Paolo e Daniel dirò sempre grazie”.

Rimase a Torino anche nella stagione 2006-2007, in cui fece parte della “vecchia guardia” dopo la retrocessione in Serie B del club per i fatti di Farsopoli. Mise a segno gol decisivi per alcune vittorie della squadra, come la doppietta contro il Frosinone del 1º maggio 2007.

Con la Juventus ha realizzato in totale 34 gol in 170 presenze, ma quelli per cui Marcelo Danubio Zalayeta da Montevideo sarà amato per sempre dai tifosi juventini furono quelli realizzati in due notti di Coppa, quando ormai la speranza di vincere stava sfuggendo. Per far capire che non era una “meteora”, ma una splendida stella.

 

Marcelo Danubio Zalayeta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...