Un mare di plastica

In genere, quando si iniziano certe discussioni che riguardano le proprie città di origine, qualcuno se ne esce sempre con la frase: “sono orgoglioso di essere di X (sostituire con un comune meridionale a caso)”.

A quel punto il “baüscia” bofonchia qualcosa e se ne va.

Baüscia è un vocabolo dialettale che veniva utilizzato nella zona della Brianza, in particolar modo a Lissone (città storica del mobile e dell’arredamento) per indicare le persone che aiutavano i forestieri nella ricerca di botteghe e artigiani in cambio di denaro.

I baüscia erano soliti disporsi ai confini della città per poter abbordare i turisti e far loro da Cicerone, in alcuni casi accompagnandoli direttamente. Designa inoltre una persona che si dà delle arie, uno sbruffone. Letteralmente significa saliva, bavetta.

Baüscia indica in senso ironico anche una tipologia di piccolo imprenditore poco aperto alle innovazioni, egocentrico, che non ama collaborare o condividere decisioni. Tipicamente è un soggetto che vuole decidere e intervenire anche nelle aree aziendali di cui non ha competenza.

Ormai abito da qualche anno a Milano, ed ho scoperto un altro significato della parola.

A partire dagli anni venti del secolo scorso, i tifosi milanisti furono prevalentemente di estrazione proletaria; per questo motivo venivano soprannominati dagli interisti “casciavit (cacciaviti)” allo scopo di indicarne l’origine popolare.

I milanisti chiamavano viceversa baüscia i rivali, essendo allora la tifoseria nerazzurra composta perlopiù dalla media borghesia. In quegli anni il divario tra le due componenti sociali andò consolidandosi anche sul piano dei risultati sportivi, poiché l’Inter conquistò 5 scudetti mentre il Milan non vinse il campionato per molti anni (dal 1907 al 1951).

Attorno ai primi anni sessanta il giornalista sportivo Gianni Brera rilanciò la dicotomia tra baüscia e casciavit, vale a dire tra i borghesi e il popolo di Milano (i sciuri e la gent).

Oggi è difficile sentirlo, ma qualche vecchietto ancora lo usa.

Tornando a ciò che dicevo all’inizio, a volte ci sono motivi per sentirsi orgogliosi del proprio luogo di origine.

Io sono di Taranto, anche se non ci ho vissuto negli anni della mia infanzia e adolescenza, ma devo dire che di due cose sono particolarmente orgoglioso.

Taranto è stata la prima città, nel 2003, ad applicare la “legge antifumo” promulgata dall’allora ministro Girolamo Sirchia: detta legge proibiva il fumo nei locali pubblici. Ebbene sì, giovane lettore, una volta si fumava al chiuso.

Nei bar, nei ristoranti, nei cinema e anche negli ospedali!

Un altro motivo di orgoglio è che da quest’anno, ed anche in questo è tra le prime a farlo, sulle spiagge del litorale tarantino sarà vietato, oltre al fumo (quindi niente mozziconi), anche l’uso di plastica non biodegradabile.

Quello dell’inquinamento, soprattutto del mare, è uno degli argomenti più scottanti degli ultimi tempi, con tanto di movimenti planetari a decretarne l’importanza. Con i “gretini” in prima fila.

Calma, non è un’offesa.

È un gioco di parole per indicare i seguaci di Greta Eleonora Thunberg Ernman, attivista quindicenne svedese per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico. È nota per le sue manifestazioni regolari tenute davanti al Riksdag a Stoccolma, in Svezia, con lo slogan “Skolstrejk för klimatet” (sciopero scolastico per il clima).

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg, che frequentava il nono anno di una scuola di Stoccolma, ha deciso di non andare a scuola fino alle elezioni legislative del 9 settembre 2018.

La decisione di questo gesto è nata a fronte delle eccezionali ondate di calore e degli incendi boschivi senza precedenti che hanno colpito il suo paese durante l’estate. Voleva che il governo svedese riducesse le emissioni di anidride carbonica come previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico ed è rimasta seduta davanti al parlamento del suo Paese ogni giorno durante l’orario scolastico.

A seguito delle elezioni, ha continuato a manifestare ogni venerdì, lanciando così il movimento studentesco internazionale “Fridays for Future”. È impossibile non averla mai vista durante un notiziario.

Nei mesi successivi, Greta è intervenuta in altre manifestazioni in diverse città europee, alcune delle quali hanno avuto una certa attenzione mediatica, come quella a Bruxelles del 21 febbraio o quella di Amburgo del 1º marzo.

Il 15 marzo scorso si è tenuto lo sciopero mondiale per il futuro, al quale hanno partecipato moltissimi studenti in 1.700 città in oltre 100 paesi del mondo (un milione solo in Italia).

Ma cosa dicono questi ragazzi?

“Voi parlate soltanto di un’eterna crescita dell’economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini. […] La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema (discorso di Greta alla COP24, vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia, 14 dicembre 2018)”.

Ma è davvero così? Sono i paesi più ricchi a rovinare l’ambiente?

Certo, la richiesta di energia da parte del mondo industrializzato è crescente. Ma il mondo “occidentale” è anche quello con più leggi e regole per evitare lo scempio.

Più volte mi si dice che dalla rivoluzione industriale del 1800 (la seconda, quella che introduceva i prodotti di derivazione petrolifera) il mondo si è andato via via inquinando sempre più.

Sbagliato.

La rivoluzione industriale pose le basi per un’accelerazione della storia, tramite innovazioni tecnologiche, miglioramento della medicina e conseguente sviluppo demografico, dei trasporti e delle comunicazioni, con importanti effetti socioeconomici, con il mutamento del rapporto tra agricoltura e industria, provocando l’estensione delle città e la variazione (in meglio) delle condizioni sociali.

E appena ci si accorse che si inquinava troppo, si cercarono subito i rimedi.

Ma quanto inquinano i paesi industrializzati occidentali, che sono anche le tappe del “pellegrinaggio” di Greta e dei suoi “gretini”?

Prendiamo ad esempio l’inquinamento marino.

Secondo uno studio pubblicato nel 2015 su “Science” da Jenna Jambeck, docente di ingegneria ambientale presso l’Università della Georgia, 5,3 degli 8,8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno raggiungono il mare provengono da appena cinque Paesi. Tutti dell’estremo Oriente: insieme alla Cina, a cui spetta la maglia nera con oltre 3,5 milioni di tonnellate riversate ogni anno in mare, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam sono infatti responsabili del 60% di tutta la plastica oceanica. Seguono Malesia, Nigeria, Egitto, Sri Lanka e Bangladesh.

Non leggo Germania, Inghilterra, Francia, Italia o Stati Uniti.

Che, sia chiaro, non è che non inquinino, ma almeno si forniscono di leggi e norme che provano a limitare i danni.

Come quelle di cui si è fornita la città dalla quale provengo e della quale, questa volta, sono “orgoglioso”.

10 pensieri su “Un mare di plastica

  1. Io non so di cosa sono convinta. E’ molto probabile che Greta sia uno strumento, ma le riconosco il merito di aver sensibilizzato i giovanissimi che, da quanto ho capito, sono lontanissimi dal problema. E ci voleva un’adolescente (negli anni ’70 noi diffidavamo profondamente degli anziani e non li ascoltavamo affatto). E’ possibile che l’unica strada sia l’estinzione, ma magari non subito

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  2. Il problema è che Greta ed i suoi sostenitori stanno divenendo bersaglio di prese in giro e derisioni di vario tipo, come se fossero 4 ragazzini stupidi privi di voglia di studiare.
    Questo delegittima il contenuto del loro messaggio, che non è diretto ad una nazione in particolare, ma a tutte senza distinzione.

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  3. Demonio

    A livello di Stati è probabilmente vero ma c’è un ma enorme che mina tutto ciò ed è da ricercare nella capacità del profitto privato e in special modo delle multinazionali che sono, complici anche le mafie, bravissime ad eludere certi divieti.La faccio breve…l’azienda occidentale X ha dei rifiuti da smaltire.I rifiuti sono un costo allora apre una succursale in uno di quei paesi e dirotta li i propri rifiuti.Questi poi vengono smaltiti in modi più o meno illeciti. Pare ad esempio che Ilaria Alpi stesse indagando proprio di questi traffici. Altro problema poi sono le cosiddette soglie…spesso ho visto agire i governi , spinti dalle lobbies( leggi…Io finanzio la tua politica e tu fai quello che io ti dico!) a modificare soglie di inquinamento in modo da rientrare nei limiti di legge.O falsificare documenti(diesel gate) oppure ad inventarsi le quote tipo la FCA che non rientrando in certi parametri compra quote di Tesla per risultare green! Insomma…non mi sento di assolvere proprio nessuno e come dice quella ragazza forse è tutto il sistema basato su crescita infinita e profitto di pochi che va cambiato.Succederà?No.

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      1. Demonio

        Sicuramente adesso c’è chi nel bene e nel male si sta approfittando di lei e questo non va bene.Speriamo solo che, almeno restino le sue riflessioni e aumenti la consapevolezza del fatto che così non va. Ma onestamente sono scettico anche su questo.L’uomo sarà consapevole solo quando la fine sarà vicina e solo allora si straccerà le vesti piangendo sul latte versato.Fino ad allora continuerà tutto come sempre.Livello di pessimismo oggi: fuori scala…😬

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