Stanley e Oliver

Mentre ero in un cinema, in attesa della proiezione di Avengers: Endgame, sono passati alcuni trailer di film che sarebbero stati da lì  a poco nelle sale.

Non so se a causa della musica (la canzone di Edith Piaf, “Non, je ne regrette rien”), o perché parlava di due eroi della mia infanzia (non supereroi, di cui mi stavo apprestando a vedere le gesta), o forse perché gli attori erano particolarmente rassomiglianti agli originali, ma il trailer di “Stanlio e Ollio” mi ha fatto venire voglia di vederlo.

Non sono un patito dei “biopic”, film basati sulla ricostruzione della biografia di un personaggio realmente esistito, ma questo mi sembrava particolarmente interessante, e non ho avuto torto.

Intanto, i due attori sono stati fantastici e neppure per un attimo ho pensato che non fossero i veri Stanlio e Ollio. La mimica, l’aspetto, i pregi e i difetti dei due sono stati riportati sullo schermo con una precisione da Oscar. Altro che Rami Malek.

La storia raccontata nel film, dopo un “piano sequenza” meraviglioso che li segue nel percorso dai camerini agli studi dove stavano realizzando “I fanciulli del West”, parte nel 1953, 16 anni dopo, quando il duo decide di intraprendere una tournée di varietà in Gran Bretagna e Irlanda. Impegnato nella scrittura di una parodia su Robin Hood, Stan spera di ottenere i fondi necessari per la produzione del film, ma i pochi biglietti venduti durante il tour minacciano la realizzazione del sogno.

Poi, grazie ad un impresario testardo, il successo sembra tornare come un tempo.

A Londra la coppia viene inoltre raggiunta dalle rispettive mogli Ida e Lucille all’hotel Savoy. Li aspettano 2 settimane di spettacoli tutto esaurito al prestigioso Lyceum Theatre. Dopo la serata di debutto viene organizzato un party nel quale Stan e Oliver saranno protagonisti di una drammatica discussione.

Stan accusa Oliver di essere pigro e privo del talento necessario per avere successo da solo, e gli rinfaccia il tradimento del film girato anni prima senza di lui. Oliver accusa Stan di essere una persona vuota, ossessionata dall’ideazione di gag e sceneggiature per i film, perennemente incollato alla sua macchina da scrivere, e che non lo ha mai veramente apprezzato.

Nonostante la loro amicizia abbia raggiunto il punto minimo, gli spettacoli e le apparizioni pubbliche proseguono, fino al giorno in cui a Worthing, mentre presenziano a un concorso di bellezza, Oliver ha un attacco di cuore.

Soccorso e portato di peso da Stan nella sua stanza, viene messo a riposo forzato e diffidato dal medico dal proseguire a recitare, a rischio della vita. A questo punto Oliver, sconfortato, decide di annunciare il suo ritiro definitivo dalle scene e attende un miglioramento delle sue condizioni tale da permettergli il rientro negli Stati Uniti.

L’impresario fa pressioni su Stan perché continui gli spettacoli con Nobby Cook, noto comico britannico dell’epoca, come spalla. Stan è combattuto, si fa convincere a provare lo spettacolo ma al debutto, a overture orchestrale già iniziata, rinuncia a salire sul palco per rispetto dell’amico.

La tournée parrebbe a questo punto irrimediabilmente compromessa ma Oliver non si rassegna a passare il resto della vita a riposo. Si presenta, inatteso, in camera di Stan e gli annuncia di voler proseguire. La loro amicizia è così ricomposta.

Sul traghetto che li conduce in Irlanda, Stan trova finalmente il coraggio di confessare la verità sul film saltato, ma Oliver non mostra rancore, dicendogli di averlo intuito da tempo.

Giunti a Dublino, vengono accolti trionfalmente e si esibiscono con grande successo. Pur sconsigliato da Stan, Oliver non rinuncia ai numeri fisicamente più impegnativi e recita senza risparmiarsi, visibilmente affaticato e con la salute in irreversibile declino.

L’ ultima recita in Irlanda fu davvero l’ultimo spettacolo: «È stato bello finché è durato», si dicono prima di entrare in scena.

La cosa più bella è che Laurel e Hardy non riuscivano a dividere la vita dal set, erano sempre al lavoro su qualche idea o battuta: così come quando arrivano all’albergo e iniziano una gag col campanello della reception.

Arthur Stanley Jefferson, Mr. Laurel (16 giugno 1890-23 febbraio 1965) era inglese, suo padre aveva un teatro a Glasgow ed era amico di un altro comico con bombetta, Charlie Chaplin; insieme partirono nel 1910 a cercar fortuna nella terra promessa americana, dopo tanta gavetta.

Mr. Hardy (18 gennaio 1892-7 agosto 1957) era già negli Usa: nato in Georgia, amava il golf, era un galante gentiluomo del Sud e portava la cravatta, sotto la bombetta aveva il ricciolino e i baffetti. Arrivò a pesare 180 chili.

Sono sopravvissuti ai cambiamenti della tecnica (dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore) e hanno fissato nelle orecchie e nel ricordo di tutti la musichetta che li precedeva, “The Cuckoo Song” del loro musicista Marvin Hatley.

Stan era uno scrittore infaticabile: aveva inventato il double take , la doppia reazione che provoca la risata: passa un leone, lo vedi e non ti accorgi, poi lo guardi di nuovo e resti terrorizzato.

Collezionarono, tra il 1927 e il 1950, 107 film di cui 24 lungometraggi, 12 camei e molti «corti» di due rulli muti di 20 minuti, oltre a 11 matrimoni con 7 mogli diverse (quindi con qualcuna di quelle si risposarono).

Un plauso particolare a Steve Coogan (Stanlio) e John C. Reilly (Ollio), che per simulare il peso dell’originale è stato imbottito con adipose tute di diverse misure di poliuretano, materiale in genere usato per imballaggio e che trattiene il calore, per cui l’ attore veniva immerso tra un ciak e l’altro in una macchina del ghiaccio.

E se è vero che Stan non recitò mai più con nessuno dopo la scomparsa dell’amico, lo spirito non lo abbandonò: continuò a scrivere sketch, come se niente fosse, anche negli otto anni in cui rimase solo.

La storia ha un retrogusto amaro, ma come disse Ollio, mentre era malato, nel letto, poco prima di morire: “Se qualcuno verrà al mio funerale con la faccia triste non gli rivolgerò più la parola”.

Questo è lo spirito che trasmette questo film che ha il pregio di far ridere, riflettere ed emozionare.

6 pensieri su “Stanley e Oliver

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