Il coraggio della solidarietà

Io sarei nato solo 7 giorni dopo, quindi non ho potuto seguire la vicenda mentre accadeva. In realtà la prima Olimpiade che ricordo di aver seguito è stata quella del 1980 a Mosca, quando avevo già 12 anni. E ricordo benissimo che eravamo nel periodo della “Guerra Fredda” e che ci fu il boicottaggio americano per l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Ma quella a cui mi riferisco è quella del 1968, che si svolse a Città del Messico.

Il ’68, per usare un eufemismo, fu un anno complicato: la primavera di Praga, gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, la guerra civile e la carestia in Biafra con migliaia di morti per fame, le impiccagioni di neri in Rhodesia e in Sudafrica, il maggio francese e la dilagante rivolta giovanile.

Come se non bastasse, il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’apertura dei Giochi, nella Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, un gruppo di studenti manifestò pacificamente per protestare contro la grossa spesa sostenuta dal presidente Gustavo Diaz Ordaz per costruire gli impianti. I soldati, non si sa se per ordine diretto del presidente, iniziarono a sparare ad altezza d’uomo. Fu una strage: non venne mai reso noto il numero dei morti, secondo alcuni forse furono addirittura qualche centinaio.

Non erano tempi semplici.

Tornando alle gare, nei 200 metri piani il nostro Livio Berruti uscì ai quarti: favoriti erano soprattutto gli americani, con qualche outsider. In batteria infatti stupì l’australiano Peter Norman (personale di 20”5) che battè il record dei Giochi in 20”2.

Gli americani vennero fuori in semifinale: Tommie Smith e John Carlos duellarono a distanza correndo entrambi in 20”1, nuovo record olimpico. Fu il preludio ad una grande finale.

Carlos partì benissimo ed era nettamente primo dopo la curva. Smith, che aveva distribuito meglio lo sforzo, recuperò l’avversario e lo sopravanzò ai 180 metri. Percorse gli ultimi 10 metri a braccia alzate in segno di vittoria.

Intanto Carlos era stato ripreso anche da Norman che, solo sesto ai 100 metri, rimontò fino alla seconda piazza. Aiutati dall’altitudine, Smith fissò il record dei giochi, primo a scendere sotto i 20”, in 19”83, e Norman chiuse in 20”06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 51 anni di distanza.

Fu una gara bellissima, insomma.

Più che per la gara in sé, tuttavia, quella giornata, il 16 ottobre 1968, divenne celebre per quella probabilmente è ricordata come la più famosa protesta della storia dei Giochi olimpici.

Dopo essere saliti sul podio per la premiazione Smith e Carlos ricevettero le medaglie, si girarono verso l’enorme bandiera statunitense appesa sopra gli spalti e aspettarono l’inizio dell’inno. Quando le note di “The Star-Spangled Banner” risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri.

A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri.

Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti: avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, per rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo del Potere Nero, per portare l’attenzione sul tema dei diritti negati.

Ma, prima di andare sul podio, si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.

“Come facciamo?”.

“Prendetene uno a testa”

suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.

Ma poi Norman fece qualcos’altro.

“Io credo in quello in cui credete voi. Avete una di quelle anche per me?”

chiese, indicando la spilla del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due.

“Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.

Smith gli rispose di no, così come anche Carlos. Ma, con loro, c’era Paul Hoffman, un canottiere americano bianco, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, che gli diede la propria.

Norman era solidale perché, anche se bianco, era vissuto in un paese dove c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e dell’apartheid che, per anni, aveva segregato gli aborigeni.

Il presidente del Comitato Olimpico e la delegazione statunitense non poterono fare altro che espellere i due velocisti americani dal villaggio olimpico: una volta tornati negli Stati Uniti i due ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte.

Furono ridotti in povertà, costretti a smettere di correre e a fare lavori umili. Ma grazie al loro gesto, i diritti dei corridori e degli studenti neri hanno trovato sempre più spazio e Smith e Carlos furono riabilitati, diventando simbolo della lotta per i diritti umani.

Addirittura fu eretta una statua per loro. Ma non per Norman.

Peter Norman, il cui gesto era passato quasi inosservato, fu messo in un angolo dalla federazione australiana, e, pur avendone diritto, non fu convocato alle successive Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972.

Deluso, lasciò anch’egli l’attività agonistica, e fece fatica a trovare lavoro. Un infortunio gli fece rischiare una gamba e diventò così dipendente dalle medicine, entrando in una spirale di depressione ed alcolismo.

Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.

Al funerale Tommie Smith e John Carlos, amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.

“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare”

disse John Carlos.

“Ha pagato il prezzo della sua scelta

– spiegò Tommie Smith –

Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.

Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:

“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.

Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo del Progetto Olimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.

Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.

Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.

“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo.

È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario.

Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

La federazione di atletica australiana, Athletics Australia, ha annunciato di recente che una statua di bronzo di Norman sorgerà vicino allo stadio Lakeside di Melbourne, nel sud dell’Australia, a un anno dal lancio della campagna per chiederne la realizzazione.

E d’ora in poi il 9 ottobre, giorno dei funerali dello sportivo nel 2006, sarà ufficialmente celebrato come la ‘Giornata Peter Norman’, come già da oltre 10 anni fa la federazione americana di atletica.

E io ricorderò sempre il 16 ottobre, una settimana esatta prima del mio compleanno, come il giorno in cui tre uomini, due neri e un bianco, sfidarono il mondo per i diritti di tutti.

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