Ultras – parte prima

Mi trovo ad un bivio.

Cerco di spiegarmi. Ho un figlio di sette anni e, come me alla sua età, sta iniziando ad interessarsi più allo sport che ai cartoni animati (io con i fumetti, ché ai miei tempi i cartoni animati non esistevano, non ho mai smesso, però).

Chiaramente, visto il periodo d’oro della Juventus, lui ha iniziato, anche per spirito di emulazione, lo ammetto, a tifare Juve. D’altronde, da quando è nato, il campionato lo hanno vinto solo i bianconeri: la cosa più complicata per me sarà spiegargli quel giorno, che prima o poi verrà, in cui il campionato sarà ad appannaggio di quelli o di quegli altri, e del perché non lo abbia vinto la Juve.

A parte questo, c’è una cosa che mi fa piacere. Si sta appassionando a tutti gli sport (l’altro giorno l’ho beccato a tifare Bolzano, la città di nascita della mamma, in una partita di pallamano!) e in ogni partita decide per chi parteggiare.

Sto provando a spiegargli che per certe squadre non bisognerebbe tifare mai e poi mai, ma mi va bene così: preferisco cresca con uno spirito sportivo piuttosto che con uno fazioso.

Ma che cos’è il tifo? A parte la malattia (ma i collegamenti ci sono), leggiamo cosa dice la “Treccani”:

Tifo s. m. [dal gr. τϕος «fumo, vapore; fantasia; febbre con torpore» (cfr. lat. typhus «superbia»)]. Passione sportiva accesa e entusiastica, soprattutto in quanto si esprime, in uno stato di eccitazione, con incitamenti, fischi, applausi, ecc., nel parteggiare per una squadra o un atleta durante una competizione: fare il t. per la squadra di calcio della propria città. Per estensione, fare il t. per …, dimostrare grande ammirazione, parteggiare accanitamente, essere acceso fautore, con riferimento sia ad attori e attrici del cinema, a cantanti, e in genere a persone che abbiano qualche notorietà (soprattutto in quanto si trovi, in qualsiasi forma, in competizione con altri), sia a manifestazioni, attività, ecc.

Sinceramente non sono mai stato un “esagitato”, ho sempre mantenuto un certo “aplomb”, un distacco nel mio modo di tifare: ognuno di noi è fatto a modo proprio e ritengo che sia questa la cosa più democratica che esiste.

Certo, con le vittorie della mia squadra del cuore mi esalto, con le sconfitte mi “arrabbio”, per dirlo in modo edulcorato, gioisco per un gol di un calciatore della mia squadra, ma non nego di aver esultato anche per il pallonetto di Savicevic al Barcellona.

Il tifo esiste da quando esiste lo sport, ed è lo specchio dello sport per cui si sta tifando.

Sin dal periodo pionieristico (stiamo parlando degli anni tra le due guerre mondiali), il calcio ha fatto breccia nel cuore degli Italiani. Un numero sempre crescente di persone ha iniziato ad attendere la domenica per andare allo stadio o seguire le gesta della propria squadra attraverso le radiocronache.

È negli anni ‘50 che il tifo è diventato un fenomeno sociale. Negli anni ’60 e ’70 il tifo ha risentito degli influssi di quel periodo, con la violenza che dalle manifestazioni di piazza ha iniziato a riversarsi negli stadi.

In Italia, in particolare, ma un po’ dappertutto, nacquero i primi “gruppi organizzati”, poi chiamati “ultras”.

Nella Francia della Rivoluzione, “ultra”, con l’accento sulla “a”, era l’abbreviazione di “ultrarévolutionnaire”, che indicava chi spingeva all’eccesso la propria ideologia politica. Per estensione, nel calcio, indica un tifoso fanatico di una squadra di calcio, spesso appartenente a gruppi organizzati, autore di atti di vandalismo e di violenza contro appartenenti e sostenitori della squadra avversaria.

Lo scopo iniziale degli ultras era quello di avere un ruolo attivo durante le partite di campionato, provando ad assumere i panni del tanto decantato “dodicesimo uomo in campo”. Insomma, il sostegno alla propria squadra si fece sempre più organizzato e pirotecnico, con tamburi, cori, fumogeni, bandiere e tutto quello che serviva ad incitare la squadra.

I primi episodi di violenza sono essenzialmente riconducibili a motivi di stampo campanilistico, una sorta di riproposizione in chiave moderna della rivalità feudale che animò i secoli medievali.

Nacquero così le prime contrapposizioni territoriali, a cominciare dalle cosiddette “stracittadine” delle quattro capitali calcistiche italiane, Milano, Torino, Roma e Genova, città con almeno due squadre di alto livello, ma anche dai cosiddetti derby di matrice regionale (Lombardia, Campania, Puglia, Sicilia e Toscana).

Come dicevo, spesso il tifo è lo specchio della società, e in una società dove non si può esprimere un parere senza essere associato ad un preciso partito politico, la politica entrò nelle curve.

Questo provocò anche la scissione interna alle suddette tifoserie: tifosi della stessa squadra costituirono più gruppi a seconda del credo. Le rivalità (con annessi episodi di violenza) si moltiplicarono a livello esponenziale.

Lancio di oggetti in campo, sassaiole verso il pullman della squadra avversaria, tafferugli sugli spalti iniziarono a contraddistinguere le domeniche, soprattutto nelle piazze storicamente più “calde”.

La prima vittima del calcio italiano fu, però, a margine di una partita di Serie C.

Il 28 aprile 1963, allo stadio “Vestuti” di Salerno, i tifosi invasero il campo, dove scoppiò una specie di guerriglia. Nella concitazione, un poliziotto sparò in aria un colpo di pistola. Il proiettile raggiunse gli spalti Giuseppe Plaitano, 48enne tifoso della Salernitana.

Negli anni successivi, la violenza negli stadi iniziò a diventare una sorta di spettacolo di contorno, grazie anche all’importazione britannica denominata “holding the end”. L’obiettivo non era più andare a tifare, ma conquistare la curva avversaria e dei suoi striscioni o bandiere. I primi esempi di questa “nuova moda” ci furono in Torino-Sampdoria del 10 marzo 1974 e nel derby Roma-Lazio del 31 marzo dello stesso anno.

Il culmine di questo crescendo di violenza si raggiunse nel derby romano del 28 ottobre 1979, giorno in cui allo “Stadio Olimpico” perse la vita Vincenzo Paparelli, raggiunto alla testa da un razzo sparato dal settore caldo del tifo romanista.

Per la prima volta l’opinione pubblica venne scossa da questo fenomeno, sempre più dilagante.

Non sto a fare l’elenco, ma potrei andare avanti per pagine e pagine, con il fenomeno che invece di calmarsi, andava ad espandersi a macchia d’olio anche alle piazze minori.

L’ultimo decennio del XX secolo segnò, però, una forte crisi del movimento ultras, in primis a causa dell’ingresso delle pay-tv nel mercato e alla susseguente modifica dei palinsesti sportivi, con anticipi e posticipi. Gli ultras presero una netta posizione di distacco da ciò.

Nonostante la crisi, però, la violenza continuava a scandire le domeniche. Fu un periodo di svolta: i tifosi più caldi dichiararono guerra al sistema (ai palazzi del calcio, alle forze dell’ordine), tornando a farsi sentire con ritrovata forza e ridiventando parte integrante del pianeta calcio.

Il primo esempio si ebbe il 21 marzo 2004. Il 154° derby della Capitale venne sospeso nel corso del secondo tempo. Prima del fischio d’inizio, attorno allo “Stadio Olimpico”, si scatenarono ripetute scene di guerriglia urbana tra le frange estreme delle due curve e le forze dell’ordine. Ad inizio ripresa si diffuse la notizia (inventata) della morte di un bambino; a quel punto alcuni tifosi entrarono in campo e intimarono di smettere di giocare: dopo quasi venti minuti di “trattative”, il match venne definitivamente sospeso.

Esito ben più tragico si ebbe il 2 febbraio 2007, nel derby siciliano Catania-Palermo.

Negli scontri perse la vita l’ispettore capo Filippo Raciti e altri 71 agenti restarono feriti. Per la prima volta il calcio italiano si prese una pausa per riflettere su tali episodi. Vennero subito messe in atto procedure d’urgenza, ma la violenza non si placava.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le scene di intere squadre (a prescindere dalla categoria) chiamate a rapporto delle frange più calde.

Uno degli ultimi episodi folli del nostro calcio si registrò il 3 maggio 2014, a margine della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina, disputatasi a Roma e macchiata di sangue.

Prima del fischio di inizio, le due tifoserie trovarono il modo di venire ripetutamente a contatto, anche al di fuori della Capitale. Ma è a Roma che si consumò la tragedia di Ciro Esposito, ultrà napoletano ucciso da un colpo di pistola esploso da un “collega” romanista. In trent’anni si è, quindi, passati dai tamburi alle pistole.

Nel prossimo articolo vedremo quello che si è fatto, e quello che si potrebbe fare per arginare un tale fenomeno.

23 pensieri riguardo “Ultras – parte prima

  1. Quello che a me fa ridere è che chi è seduto su quegli spalti (spettatore) e guarda una partita (22 uomini in mutande che si contendono una palla) dica di essere uno “sportivo” anche se non sta praticando alcuno sport.

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        1. Non concordo. Io guardo i film, e ne guardo tanti, ma non sono fan, nel senso di “fanatico”. Così è per lo sport. Sono cinefilo, non fan, del cinema, e sono sportivo, nel senso che apprezzo il gesto atletico e parteggio, senza per questo essere fanatico. E accetto serenamente la sconfitta della squadra per cui parteggio. Sportività. Si chiama così.

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  2. Il calcio lo seguo sempre anche se negli stadi non metterò mai più piede visto che la situazione non cambierà.Ma da sport primario che era, anche per questa esasperazione ora è passato un po’ in secondo piano a scapito del volley, femminile in particolare dove, è normale vedere tifosi avversari stare l’uno accanto all’altro, un po’ come si vedeva nei vecchi film quando c’erano scene di calcio.Una volta era una festa…ora è una guerra…
    E tra l’altro nel volley quest’anno vinte complessivamente 4 coppe con due italiane a giocarsi la Champions femminile!😜

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    1. Difficile che la situazione cambi se non cambiano gli italiani. Ma noi ci facciamo la guerra per una riunione di condominio, figurati per una partita di calcio. Il tema è che uno che tifa volley, non lo fa perché non ci sono fanatici, ma non è fanatico proprio perché tifa volley, non so se mi spiego

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      1. Esatto!Ci sono sport in cui l’aspetto sportivo è predominante e prima del tifo viene l’aspetto tecnico. Nel calcio questo è raro però, quando a Manchester ed a Torino vi furono le standing ovation per Del Piero e Ronaldo furono bei momenti!
        Ps in quanto a riunioni di condominio resta memorabile la scena della riunione di condominio di Fantozzi…aveva capito tutto in tempi non sospetti!

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  3. Se ai tuoi tempi i cartoni animati non esistevano dovresti avere sui centovent’anni… (Secondo la Storia del cinema Utet, il primo disegno animato moderno fu realizzato dal francese Émile Cohl nel 1908).
    Non preoccuarti eccessivamente per quello che proverà tuo figlio quando la Juventus comincerà a perdere: il mio secondogenito è da sempre uno juventino sfegatato, nel 2006 aveva 14 anni ed è sopravvissuto 😀

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  4. Il tifo è una cosa bella, ma il vero insegnamento è che si tifa “PRO” qualcuno e non “CONTRO” qualcun altro.

    L’aspetto becero legato al tifo è secondo me legato agli scenari sociali, per cui esulano a mio modo di vedere dal tifo vero e proprio. Non definisco tifoso chi si arma o anche solo inveisce per 90 minuti contro l’avversario.
    Certe cose, tra l’altro, accadono solo nel calcio, perché in altri sport di qualsiasi tipo ciò non accade. Mai sentito di guerriglia urbana per un incontro di NBA, per dire. O altrimenti si tratta di casi isolati.
    Purtroppo la violenza (verbale e non solo) si sta estendendo anche al calcio giovanile, e questo è inaccettabile. Numerosi i casi di razzismo (che io giudico sempre come ignoranza becera) e questo mi fa nauseare sempre più.

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