Ultras – parte seconda

Nello scorso articolo, “Ultras”, ho parlato di come accadano cose strane negli stadi, e di chi siano gli ultras.

Io mi chiedo una cosa molto semplice ogni qual volta vedo gli ultras stare a cavalcioni sulle cancellate degli stadi. Perché l’ultrà può comportarsi diversamente da un semplice simpatizzante di una squadra? Come mai sono state date concessioni e poteri a certi personaggi?

Io ritengo che altro non siano che delinquenti in cerca di un briciolo di visibilità. A cosa serve quella visibilità? Ai famigerati “bagarini”.

Il bagarinaggio è il fenomeno per cui i biglietti di un evento, in particolare concerti ed eventi sportivi, sono acquistati in blocco da un “bagarino” e poi rivenduti all’esaurimento dei posti disponibili a prezzo maggiorato, fruttando così un grosso guadagno allo stesso.

Questo sono gli ultras, oggi. Delinquenti che ricattano le società di calcio per ottenere biglietti omaggio o a prezzi agevolati, per poi gestirne la vendita a prezzi esorbitanti. Ma come fanno ad avere in pugno le società?

Diceva un mio amico che l’acqua cade dall’alto. E l’ordinamento sportivo (l’alto dell’esempio) prevede tre forme di responsabilità (l’acqua) a carico delle società di calcio: diretta, oggettiva e presunta.

La diretta e la presunta non le consideriamo, in questo ragionamento. La responsabilità oggettiva, invece, sappiamo essere disciplinata dall’art.4 commi II°), III°) del Codice di “Giustizia Sportiva”.

 Tale responsabilità è alla base di numerose decisioni emanate dagli Organi di “Giustizia Sportiva”, e la sua caratteristica è rappresentata dal fatto che la società di calcio risponde disciplinarmente a prescindere dalla colpa o dal dolo.

Si tratta, dunque, di una responsabilità senza colpevolezza imputata per fatto altrui, ed opera anche nell’ipotesi in cui dall’illecito commesso dal tesserato, derivi uno svantaggio in capo alla società di appartenenza dell’incolpato.

Dal punto di vista della operatività, la società di calcio è oggettivamente responsabile dell’operato dei dirigenti, dei tesserati, di ogni altro soggetto che svolge attività di carattere agonistico, tecnico, organizzativo, decisionale, o comunque rilevante per l’ordinamento federale, nonché dei soggetti di cui all’art. 1 bis, comma V°C.G.S. (soci e non soci cui è riconducibile, direttamente o indirettamente il controllo delle società stesse, nonché coloro che svolgono qualsiasi attività all’interno o nell’interesse di una società o comunque rilavante per l’ordinamento federale), nonché del personale addetto ai servizi della società di calcio e infine, del comportamento dei propri sostenitori, sia sul proprio campo di gioco che in trasferta.

Questo vuol dire che se io vado fuori da uno stadio e commetto un reato, a pagare, oltre me, sarà la società di cui sono tifoso.

In Italia esistono una serie di misure di prevenzione che, secondo me, non ha senso che coesistano con la “responsabilità oggettiva”. Ma vediamo prima come funziona all’estero.

Negli anni ripetuti riferimenti sono stati fatti al cosiddetto “modello inglese”, dopo le disastrose e cruente performances degli hooligans che hanno indotto le Autorità del Regno Unito ad affrontare la questione con interventi assai drastici, non solo di carattere repressivo.

Anche in quel Paese il triste fenomeno della violenza negli stadi è fortemente datato. È sufficiente, al riguardo, rammentare i drammatici fatti dell’Heysel del 1985, di Bradford del 1986 e dello stadio Hillsborough di Sheffield del 1989.

Primo fondamentale strumento della reazione dello Stato inglese è stato il “Taylor Report”, nato in prima battuta come indagine condotta nel 1990 dopo i fatti di Sheffield e basato su quattro linee di comportamento fondamentali:

  • reinventare lo stadio come spazio pubblico e, quindi, la stessa comunità degli sportivi;
  • riscoprire per intero il senso dello spettacolo, anche al di là dell’evento calcistico;
  • porre attenzione alla “customer satisfaction” dei tifosi, coccolati e trattati come clienti;
  • introdurre strumenti di controllo dei frequentatori degli stadi.

L’approccio, come si vede, è stato innanzitutto quello di investire sul fenomeno calcistico, rendendo lo spettacolo appetibile e fruibile in sicurezza.

Prima conseguenza attuativa è stata l’acquisizione, da parte dei club, della proprietà diretta degli impianti, resi idonei ai fini della migliore percezione degli eventi sia in forza della loro ubicazione (sovente nel centro cittadino), sia in ossequio alla loro struttura (priva di spazi inutili tra le tribune ed il campo da gioco) ed alla loro capienza minima (20.000 posti tutti a sedere, oltre ad un certo numero di vip-box).

Le società calcistiche provvedono alla loro manutenzione ordinaria e straordinaria, ma possono così trasformare l’impianto in un valore aggiunto rispetto alla normale attività sportiva (ad esempio, con il loro quotidiano sfruttamento commerciale).

Il tutto, anche godendo di finanziamenti pubblici ad hoc, attraverso i quali lo Stato ha imposto ed ottenuto, ad esempio, la installazione di sistemi di telecamere a circuito chiuso, dotati di sofisticati strumenti di controllo contro i violenti.

Il Legislatore Inglese, poi, con una ulteriore serie di provvedimenti normativi, ha introdotto non solo decise regole sanzionatorie, ma anche notevoli prescrizioni riguardanti i club calcistici, quali l’imposizione di misure preventive di eccezionale portata.

Dal punto di vista sanzionatorio, può semplicemente affermarsi che qualsivoglia comportamento deviante all’interno dello stadio è considerato reato (l’introduzione di oggetti atti ad offendere; la declamazione di slogan violenti o razzisti; l’abuso di sostanze alcoliche, anche sugli autobus che conducono all’impianto sportivo; l’invasione di campo; etc.).

Non solo, ma anche comportamenti che nei nostri stadi appaiono del tutto normali (quali: alzarsi troppo dal proprio posto a sedere; eccedere con i gesti o con le urla) legittimano gli addetti alla sicurezza a procedere alla immediata espulsione dall’impianto sportivo ed il magistrato a vietare in futuro l’accesso allo stadio di coloro che siano qualificabili come “violenti”.

Sono state, in effetti, introdotte misure poi ampiamente accolte anche dal nostro ordinamento, quali:

  • il “Banning Order” (in parte recepito dal nostro “D.A.S.P.O.”) in forza del quale può essere vietato l’accesso agli stadi per un periodo da 3 a 10 anni a chi è stato condannato per violenza tentata o consumata, bagarinaggio, possesso di armi, alcoolici, oggetti atti ad offendere, fuochi artificiali, etc;
  • la sanzione penale per chi abbia violato il divieto anzidetto;
  • la individuazione di nuove figure di reato quali il lancio di oggetti e l’invasione di campo, nonché i cori a sfondo razzista;
  • la concreta possibilità di considerare reati da stadio anche quelli commessi nelle 24 ore precedenti ovvero successive alla partita ed in luoghi diversi dall’impianto sportivo.

Consentendo l’ordinamento britannico misure ancor più restrittive è stata inoltre conferita alle forze di polizia la possibilità di fermare per 6 ore e addirittura di mantenere in stato di arresto per 24 ore (con ordine di comparire innanzi al Tribunale entro le 24 ore successive) chi, nei cinque giorni precedenti l’evento sportivo, sia semplicemente sospettato della commissione di precedenti atti di violenza: ampi sono i poteri attribuiti alla stessa polizia quanto alla classificazione degli elementi sospetti (in teoria, potrebbero bastare segni esteriori quali tatuaggi, abbigliamento, e così via).

Sono, inoltre, gli stessi comandi di polizia che valutano il rischio specifico di ogni partita (potendo perfino imporre date di calendario ed orari di inizio degli eventi, magari confinandoli nelle ore mattutine), nonché il numero degli agenti necessari all’interno dello stadio a completamento del servizio di security garantito, per legge, dagli addetti privati.

Quanto a questi ultimi (i c.d. “stewards”), la loro dipendenza dai clubs (così come il “Safety Officer” che li coordina) è rafforzata dai poteri di intervento loro assegnati dalla legge, che riserva alle Forze di Polizia la tutela dell’ordine e della pubblica sicurezza solo al di fuori degli stadi.

Peraltro, essendo prevista una precisa percentuale di stewards in rapporto alla capienza dello stadio, qualora il club interessato non sia in grado di garantire la presenza del numero minimo di addetti imposto dalla legge, si troverà di fronte a due sole possibilità:

  • ridurre la capienza fino al numero di spettatori corrispondente agli stewards in servizio;
  • richiedere l’intervento delle Forze di Polizia all’interno dello stadio, però pagando allo Stato il relativo costo.

La proprietà privata degli stadi, come si è detto, è stata favorita da finanziamenti pubblici ma ha imposto ai club proprietari rigide misure di sicurezza, riguardanti anche la struttura degli impianti (che devono prevedere, ad esempio: adeguate sale monitor; un numero di celle per detenzione immediata in rapporto alla capienza; la sola presenza di posti a sedere e numerati; etc.).

Alle società di calcio è, altresì, vietato intrattenere rapporti diretti con i propri tifosi, se non al fine di ottenerne la collaborazione in materia di sicurezza, mentre esiste un numero verde telefonico privato al quale è possibile segnalare, in modo rigorosamente anonimo, persone sospette ovvero situazioni di pericolo, con possibilità di ottenere una ricompensa in caso di positivo riscontro dei fatti segnalati: i tifosi, in tal modo, possono trasformarsi in veri e propri “Crime Stoppers”.

Ed ancora, per tornare al versante della repressione, l’eventuale condanna penale per reati da stadio può essere fatta oggetto di appello da parte dell’imputato, ma la reiezione del gravame comporterà automaticamente il raddoppio della pena inflitta in primo grado.

Il “modello inglese” è stato in parte seguito dalla Germania, che ha saputo sfruttare positivamente l’occasione del mondiale di calcio organizzato nell’anno 2006 per privatizzare e modernizzare gli impianti sportivi (tutti privi di barriere tra campo e tribune, dotati di efficientissimi impianti video, con sale monitor controllate dagli addetti della Forza Pubblica, coadiuvati nei delicati compiti di prevenzione e sicurezza dagli stewards dei club).

In Spagna, il modello anglosassone è recepito attraverso un amplissimo uso degli stewards (in quel Paese rappresentati da gruppi di tifosi volontariamente posti alle dipendenze delle società di calcio), mentre la Commissione Antiviolenza statale, nell’ipotesi in cui giudichi una partita ad alto rischio, impone ai club il pagamento delle Forze di Polizia, inviate in soprannumero rispetto a quelle normalmente in servizio.

In realtà, pur non essendo vietate, le trasferte dei tifosi sono praticamente inesistenti per tradizione: questa circostanza, unitamente al severo divieto di introdurre nello stadio bandiere ed aste, rende la situazione spagnola relativamente tranquilla.

Peraltro, alcuni episodi recenti (che nel nostro Paese sarebbero parsi… marginali) hanno indotto il Parlamento spagnolo ad adottare norme in parte più rigide e sanzioni per i tifosi più violenti (dalla Polizia individuati anche attraverso le telecamere), quali il divieto di accesso agli stadi per 3 o 6 o più mesi e l’obbligo di firma in concomitanza con le partite.

Come si vede, differenti sono gli approcci al problema, come diverse sono le culture dei vari Paesi e le stesse loro legislazioni, con particolare riguardo alle garanzie costituzionali in materia di libertà individuale.

Quello che mi preme sottolineare, è che secondo me è una questione culturale. E gli altri stati europei (almeno quelli che hanno campionati di un certo livello) hanno agito, oltre che sulla repressione, sulla creazione di un “modello culturale”.

Noi abbiamo la “tessera del tifoso”, il D.A.S.P.O., acronimo di “Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive”, le forze dell’Ordine, le telecamere, ma se non agiremo sulla cultura del tifoso, non otterremo mai i risultati voluti.

Finché verrà data la possibilità a quattro teppisti di comandare nelle curve (e non solo) e non verrà dato il potere alle società di decidere chi far entrare a casa propria, nulla cambierà (ma qualcosa, grazie all’episodio dell’ultimo derby di Torino, pare muoversi).

Mi ha sempre impressionato l’enigmaticità di quella che è la frase-simbolo de “Il Gattopardo”, tutto cambia perché nulla cambi. Ossia: se tutto cambia esteriormente, tutto rimane com’è; se tutto rimane com’è, tutto può cambiare interiormente.

È Tancredi Falconeri, nipote del Principe Fabrizio Corbera (il Principe di Salina), che, nel comunicare proprio al Principe la decisione di unirsi alle truppe piemontesi, pronuncia quella famosa frase. È la rapida risposta di un rivoluzionario assennato, che conosce il dolore della frattura con la classe in declino e non vuole tradirla del tutto.

Finché non vorrà essere risolto il problema, avremo difficoltà a far diventare gli stadi luoghi tranquilli dove passare un pomeriggio o una serata in compagnia di amici, lieti di assistere ad una manifestazione sportiva e, perché no, per tifare per la nostra squadra del cuore.

5 pensieri riguardo “Ultras – parte seconda

  1. Un punto da cui partire è educare sin dalla scuola allo sport e questo mi pare che manchi del tutto. Per assurdo quel che accade nei campionati maggiori è riproposto pari pari nei campionati giovanili dove gli ultrà sono i padri, amici e parenti! Ecco, se magari si desse modo di far sport a livello scolastico magari si inizierebbe da subito ad educare padri e figli. Ma probabilmente anche questa è un’utopia…

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  2. Siamo indietro di 30 anni, questa è la verità.
    Gli Ultras hanno il “potere” di creare danno economico e sportivo per la società, e lo esercitano di fatto con una continua minaccia.
    Avremmo dovuto clonare la Thatcher e tenerne una copia per noi: con le dovute leggi ha estirpato il fenomeno, ed oggi (tranne rarissimi casi) gli stadi inglesi sono davvero gioielli di architettura e posti in cui puoi tranquillamente portare il figlio di 6 anni.
    Leggi severe e sempre applicate.
    Ma, mi chiedo, da noi funzionerebbe?

    Anche questo è un segnale del nostro declino. Il calcio rispecchia la società italiana: stadi decrepiti, spettacolo sempre peggiore, stupide rivalità (lo scenario politico ne fa da specchio), delinquenza fine a se stessa.
    La nostra cara Italia, Francesco, sta sprofondando, mentre noi guardiamo appisolati una TV o lo schermo di uno smartphone.

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