Io, Robot – di Eando Binder

Eando Binder è lo pseudonimo usato dai due fratelli Earl Andrew Binder (1904 – 1965) e Otto Oscar Binder (1911 – 1975) per i loro libri. Qui di seguito un loro racconto.

La mia creazione

Molto di quanto è successo mi incuriosisce. Ma credo, adesso, di cominciare a capire. Voi pensate che io sia un mostro, ma vi sbagliate. Vi sbagliate completamente!

Cercherò di provarvelo, con questo scritto. Spero di avere il tempo di finirlo…

Comincerò dal principio. Nacqui, o fui creato, sei mesi fa, il 3 di novembre dello scorso anno. Sono un vero robot. Molti di voi sembrano dubbiosi. Sono fatto di spire di metallo e di ruote, non di carne e sangue.

Il primo ricordo che entrò nella mia coscienza fu l’impressione di essere incatenato, e lo ero. Per tre giorni prima di questo momento vedevo e sentivo, ma tutto come in una nebbia. Ora provavo lo stimolo ad alzarmi e ad osservare più da vicino la strana forma in movimento che avevo visto davanti a me tante volte e di cui percepivo i suoni.

La forma in movimento era il dottor Link, il mio creatore. Tra tutti gli oggetti presenti nel campo della mia vista, era il solo che si muovesse. Lui e un altro oggetto, il suo cane Terry. Queste due forme, quindi, mi interessavano di più. Io non avevo ancora imparato ad associare il movimento con la vita.

Ma in questo quarto giorno, provai il desiderio di avvicinarmi ai due oggetti in movimento e di rivolgere a loro dei segnali, soprattutto alla forma più piccola. I suoi rumori rappresentavano una sfida, mi eccitavano. Mi facevano venire voglia di alzarmi e di farli smettere. Ma ero incatenato. Le catene mi trattenevano in modo che, nel mio vacuo stato mentale, non mi mettessi a girovagare, procurandomi magari una morte immatura, o con il rischio di far male a qualcuno senza saperlo.

Queste cose, naturalmente, mi furono spiegate più tardi dal dottor Link, quando fui in grado di dissociare i miei pensieri e capire. Per quei tre giorni fui come un bambino, un bambino umano. Io non sono uguale agli altri cosiddetti robot, semplici macchine automatiche programmate ad ubbidire a certi comandi o a stimoli preordinati.

No: io fui dotato di uno pseudocervello capace di ricevere tutti gli stimoli che può ricevere il cervello umano. E con la possibilità di imparare infine a svolgere un lavoro razionale per conto suo.

Ma per tre giorni il dottor Link fu molto preoccupato per il mio cervello. Ero come un bambino umano, eppure ero anche come una macchina, sensibile ma non ancora organizzata, sottoposta al capriccio dell’azzardo meccanico. I miei occhi si giravano quando un pezzetto di carta cadeva volteggiando per terra. Ma esistono anche cellule fotoelettriche capaci di fare lo stesso. Le mie orecchie meccaniche si giravano per meglio accogliere suoni provenienti da una certa direzione, ma qualsiasi scienziato può ripetere questo trucco mediante relè acustici.

Il punto della questione era: poteva il mio cervello, al quale occhi e orecchie erano connessi, trattenere queste diverse impressioni per un uso futuro? In breve, possedevo io una memoria ?

Per tre giorni fui come un bambino appena nato. E il dottor Link fu come un padre preoccupato, che si chiedeva se la sua creatura non fosse che un idiota senza speranza. Ma il quarto giorno temette che io fossi un animale selvaggio. Cominciai ad emettere suoni stridenti con il mio apparato vocale, in risposta ai brevi suoni acuti prodotti dal cane Terry. Allo stesso tempo scuotevo la mia testa girevole e cercavo di forzare le catene.

Per un po’, così mi disse, il dottor Link ebbe molta paura di me. Ero la cosa che assomigliava di più a una creatura della giungla, infuriata, pronta a scatenarsi. Il dottore fu più volte tentato di distruggermi senza indugio.

Ma un avvenimento gli fece cambiare idea, salvandomi la vita.

Il cucciolo, Terry, all’improvviso mi balzò contro, abbaiando furiosamente. Probabilmente voleva mordermi. Il dottor Link cercò di richiamarlo, ma troppo tardi. Trovando inattaccabili le mie lisce gambe di metallo, il cane mi saltò in grembo in uno slancio di audacia, con l’intenzione di prendermi alla gola. Una delle mie mani lo afferrò a metà corpo, sollevandolo. Le mie dita d’acciaio premettero con troppa forza, e il cane lanciò un guaito di sofferenza.

Istantaneamente, la mia mano si aprì per liberare la creatura! Il mio cervello aveva interpretato il suono per ciò che era. Una lunga catena di associazioni della memoria aveva funzionato. Tre giorni prima, quando io ero appena sorto alla vita, il dottor Link aveva per errore pestato una zampa a Terry. Il cane aveva guaito di dolore. Io avevo visto il dottor Link, a rischio di perdere l’equilibrio, sollevare immediatamente il piede. Terry aveva smesso di guaire.

Terry aveva guaito quando la mia mano l’aveva stretto. Avrebbe smesso non appena avessi aperto le dita. Associazioni della memoria. Ciò che gli psicologi chiamano reazione riflessa. Il segno di un cervello vivente.

Il dottor Link mi disse che lanciò un grido di puro trionfo. Si rese immediatamente conto che io possedevo una memoria. Capì che non ero un mostro selvaggio. Capì che possedevo un organo pensante, e di prima categoria. Perché? Perché la mia reazione era stata istantanea. Più avanti saprete che cosa questo significhi.

Imparai a camminare in tre ore. Il dottor Link correva ancora un certo rischio a liberarmi dalle catene. Non aveva alcuna certezza che io non mi mettessi a muovermi intorno come una macchina senza intelligenza. Ma sapeva che era costretto a insegnarmi a camminare prima che potessi imparare a parlare. Così come sapeva che ero costretto a far sì che il mio cervello vivente si collegasse con gli arti e gli pseudo-organi che doveva più tardi adoperare.

Se Link avesse semplicemente mantenute sconnesse le mie gambe e le mie braccia per quei tre giorni, il mio cervello che si apriva alla coscienza non sarebbe mai stato in grado di adoperarle, una volta che, più tardi, fosse stato operato il collegamento. Credete forse, qualora foste forniti di un terzo braccio, di essere capaci di adoperarlo? Perché un uomo guarito da una paralisi impiega tanto tempo a riprendere l’uso delle sue membra naturali? Punti ciechi di pensiero nel cervello. Il dottor Link aveva previsto tutte le possibili strane storture della psiche.

Camminare per prima cosa. Parlare come seconda. Questa è la regola provata dall’esperienza che gli esseri umani seguono sin dagli albori della loro specie. I figli dell’uomo imparano meglio e più rapidamente in questo modo. E, se non nel corpo, io ero tuttavia come un essere umano bambino nella mente.

Il dottor Link trattenne il respiro quando cercai di sollevarmi Lo feci, lentamente, vacillando sulle mie gambe di metallo. Su, nella mia testa, avevo una livella a bolla d’aria tridirezionale, in contatto elettrico con il cervello, livella che mi informava automaticamente di ciò che era orizzontale, verticale ed obliquo. Il mio primo tentativo di passo, tuttavia, non fu un successo. Le articolazioni del ginocchio si piegarono dalla parte opposta. Crollai inginocchiato con fracasso. Le mie ginocchia, fortunatamente, erano ricoperte di spesse lamine di protezione, di modo che i più delicati congegni di movimento che si trovavano al di sotto non furono danneggiati.

Il dottor Link racconta che mi rivolsi a lui con lo sguardo spaventato che avrebbe avuto un bambino. Poi, vedendo che era facile, cominciai subito a muovermi intorno scivolando sulle ginocchia. I bambini usano questo sistema, solo che sentono male. Io non provai alcun dolore.

Dopo ch’ebbi percorso in su e in giù per un’ora gli spazi vuoti del suo laboratorio, scontrandomi malamente nei mobili, camminare sulle ginocchia mi parve perfettamente naturale. Il dottor Link si trovò quindi nell’imbarazzo sul come mettermi dritto in piedi. Cercò di tirarmi su afferrandomi per le braccia, ma le mie trecento libbre di peso erano troppe per lui.

Fu la mia curiosità sempre crescente a risolvere il problema. Come un ragazzetto quando scopre l’emozione di una maggiore altezza se si mette a camminare sui trampoli, il mio tentativo di sollevarmi in tutta la mia statura mi piacque. Provai a mettermi dritto. E, finalmente, m’impossessai della tecnica di muovere le gambe alternativamente, spostando i pesi in avanti.

In un paio d’ore, sotto la guida del mio tutore, passeggiavo avanti e indietro lungo i sentieri di ghiaia intorno al laboratorio. Era abbastanza facile per il dottor Link spingermi, dirigendo i miei passi. Il piccolo Terry ci scorrazzava intorno alle gambe, abbaiando allegramente. Il cane mi aveva accettato come amico.

A quel punto, seguivo ormai piuttosto docilmente la guida del dottor Link. La mia mente impressionabile lo aveva accettato pazientemente come una redine e un controllo necessari. Cercai, così lui mi disse più tardi, di fare dei tentativi di movimento in direzioni diverse fuori dal sentiero, motivati da vaghi stimoli, ma la mano ferma di lui che mi tratteneva riusciva a rimettermi all’istante sul retto cammino. Il dottor link continuò a passeggiare in su e in giù come avrebbe fatto con un ebete irresponsabile.

Avrei continuato a camminare senza stancarmi per ore e ore, ma il dottor Link, presto stanco per il peso degli anni, mi condusse dentro. Quando mi ebbe felicemente seduto nella mia poltrona di metallo, girò l’interruttore nel mio petto, interrompendo la corrente elettrica che mi dava la vita. E per la quarta volta conobbi quel non-essere senza sogni che corrisponde ai periodi di riposo del mio inventore.

La mia educazione

In tre giorni imparai a parlare piuttosto correttamente.

Feci onore al dottor Link non meno che a me stesso. In quei tre giorni, m’indicò i nomi di tutti gli oggetti che si trovavano nel laboratorio e intorno a noi; e fornì a questo bagaglio di circa duecento sostantivi, tanti verbi di quanti riuscì a darmi dimostrazione. Una volta ascoltata ed appresa, una parola non la dimenticavo mai né mi risultava più oscuro il suo significato. La comprensione era istantanea, la memoria fotografica. Tali virtù possedevo.

È difficile spiegare. I congegni meccanici sono esatti, senza variazioni. Io sono una macchina. Gli elettroni compiono le loro funzioni istantaneamente. Gli elettroni fanno operare il mio cervello di metallo.

Così, con l’intelligenza di un bambino di cinque anni, al termine di quei tre giorni mi fu insegnato a leggere dal dottor Link. I miei occhi fotoelettrici afferravano immediatamente la connessione tra la parola e l’oggetto, via via che il mio mentore me li indicava. Le associazioni mentali riempirono i vuoti completando la comprensione. Imparavo senza indugio, ad esempio, che la parola leone, pronunciata in quel modo particolare, rappresentava l’animale vivo, sommariamente disegnato nel libro. Non avevo mai visto un leone. Ma lo avrei subito riconosciuto, se ne avessi incontrato uno.

Dai sillabari e dai testi elementari fui promosso in meno di una settimana ai libri per adulti. Il dottor Link mi mise a disposizione un corso di lezioni piuttosto completo nella sua ricca biblioteca, una raccolta che comprendeva romanzi come testi realistici. Nella mia mente ricettiva, capace di assorbire molti concetti, fu rovesciata una massa di informazioni e di cultura come non aveva precedenti in un così breve periodo di tempo.

Vi sono altre cose da considerare, oltre la mia “nascita” e la mia “educazione”. Prima di tutto la donna delle pulizie, che una volta alla settimana veniva a mettere in ordine la casa del dottor Link. Lui viveva come un recluso, per conto proprio, cucinando i pasti da sé; viveva, come un pensionato, della rendita di un’invenzione brevettata anni prima.

La domestica aveva assistito al processo della mia costruzione negli anni precedenti, ma mi conosceva solo come la caricatura inanimata di un corpo umano. Il dottor Link avrebbe dovuto prevederlo, ma quando giunse il mio primo sabato di vita dimenticò che questo era il giorno in cui veniva la donna. Link era profondamente concentrato a dimostrarmi che “correre” significava un movimento più veloce di “camminare”.

“Fammi vedere”, mi ordinò quando affermai di aver capito.

Ubbidientemente, eseguii alcuni passi lenti davanti a lui. “Camminare”, dissi. Poi tornai indietro e avanzai nuovamente, correndo per un breve tratto. Il pavimento di pietra risuonò sotto i miei piedi di metallo.

“Andava… bene… così?”, chiesi con la mia voce piuttosto stentorea.

In quel momento un grido di terrore giunse dalla porta. La donna era entrata proprio a tempo per vedermi compiere l’azione.

Urlò, producendo più rumore di quanto avrei potuto fare io. “È il diavolo in persona! Corra, dottor Link, corra… Polizia… aiuto!”.

E svenne, riversa come morta. La rianimai, parlandole con dolcezza, cercando di spiegarle chi ero; ma il dottor Link fu costretto a trovarsi una nuova donna delle pulizie. Dopo questo incidente cercò di ricordarsi quando era sabato, e in quel giorno mi teneva chiuso in un ripostiglio a leggere libri.

Un incidente banale, forse, ma molto significativo. Chi leggerà questa storia sarà d’accordo.

Due mesi dopo il mio risveglio alla vita, un giorno il dottor Link mi parlò in una maniera diversa, non da insegnante ad allievo; mi parlò da uomo a… uomo.

“Tu sei il risultato di vent’anni di fatiche”, disse, “e il successo stupisce persino me. Ti manca molto poco per essere un perfetto essere umano nella mente. Sei un mostro, una cosa creata, ma sei fondamentalmente come un essere umano. In te non agisce l’ereditarietà. L’ambiente ti sta formando. Sei la prova che la mente è un fenomeno elettrico, modellato dall’ambiente. Negli esseri umani, i corpi, prodotti dell’ereditarietà, non sono che l’ambiente. Ma di te farò una meraviglia mentale!”.

I suoi occhi sembravano ardere di una strana fiamma, che tuttavia si addolcì quando riprese a parlare.

“Sapevo di avere tra le mani qualcosa che non aveva precedenti e di importanza vitale, vent’anni fa, quando perfezionai una spugna d’iridio sensibile all’impatto di un singolo elettrone. Era la percezione del pensiero! Le correnti mentali nel cervello umano sono della medesima micro-grandezza. Possedevo dunque i mezzi per riprodurre le correnti di pensiero in un soggetto artificiale. Da quel giorno lavorai intorno a questo problema.

“Non fu molto tempo fa che completai il tuo “cervello”: un intricato insieme di cellule di spugna d’iridio. Prima di portarlo alla vita feci costruire il tuo corpo da abili artigiani. Era mio desi­derio che tu cominciassi a vivere, dotato per la vita e per il movi­mento quanto più possibile, come in un essere umano. Con quanta ansia attesi il tuo debutto nel mondo!”.

I suoi occhi brillavano.

“Hai superato le mie aspettative. Tu non sei solo un semplice robot pensante… un uomo di metallo. Tu sei… la vita! Un nuovo genere di vita. Ti si può insegnare a pensare, a ragionare, a compiere atti. Nel futuro, la tua specie può divenire un inestimabile aiuto per l’uomo e per la sua civiltà. Tu sei il primo della tua specie”.

Passarono giorni e settimane. La mia mente si perfezionò e acquistò sapere, con regolare costanza, dalla biblioteca del dottor Link. In breve fui in grado di leggere e assorbire il contenuto di una pagina ad una velocità di lettura quale un uomo impiega per leggere una riga. Conoscete il principio della televisione: una matita di luce che si muove centinaia di volte al secondo sopra l’oggetto che deve essere trasmesso. I miei occhi, regolati da veloci elettroni, potevano fare lo stesso. Ciò che leggevo era assorbito e memorizzato all’istante. E da quel momento in poi faceva parte della mia cultura.

Erano soprattutto i soggetti scientifici ad attirare la mia attenzione. Gli esseri umani avevano sempre qualcosa di indefinibile, qualcosa che non riuscivo ad afferrare del tutto; la scienza invece era digerita con facilità dal mio cervello messo insieme dalla scienza. Non ci misi molto tempo a capire tutto di me stesso e a capire perché producevo quel suono “tic-tic”. Mi capii meglio di quanto molti esseri umani capiscano perché vivono, pensano e si muovono.

I principi meccanici mi divennero assolutamente familiari. Proposi suggerimenti di migliorie nella mia struttura che il dottor Link fu sollecito ad accogliere come utili correzioni. Aggiungemmo, ad esempio, alle mie dita dei piccoli universali che le resero agili quasi quanto quelle dei modelli umani.

Quasi, dico. Il corpo umano è una macchina organica meravigliosamente perfezionata. Nessun robot potrà mai uguagliarla per pura efficienza e adattabilità. Mi rendevo conto dei miei limiti.

Forse capirete ciò che voglio dire se vi spiego che i miei occhi non possono vedere i colori. O, piuttosto, che vedono un colore solo, nei toni del blu. Sarebbe necessaria un’impossibile e complessa serie di unità, più grande del mio intero corpo, per mettermi in condizione di vedere tutti i colori. La natura ha racchiuso tutto ciò in due globi della misura di una biglia, per i suoi robot. Ha avuto un miliardo d’anni per farlo. Il dottor Link ha avuto solo vent’anni.

Ma il mio cervello… quello era un’altra cosa. Fornito di soli due sensi, la vista di un solo colore e un udito incompleto, era tuttavia capace d’impossessarsi di una perfetta esperienza. Il gusto e l’odorato sono sensi gastronomici. Non m’erano necessari. Il tatto è un’invenzione della natura per proteggere un corpo fragile. Il mio corpo non è fragile.

La vista e l’udito sono gli unici sensi cerebrali. Einstein, cieco ai colori, mezzo morto e con i sensi del gusto, dell’olfatto e del tatto offuscati, mentalmente sarebbe stato sempre Einstein.

Il sonno, per me non è che una parola. Quando il dottor Link ebbe certezza ch’ero in grado di aver cura di me stesso, rinunciò al gesto abituale di “spegnermi” durante la notte. Mentre lui dormiva io passavo le ore leggendo.

Il dottor Link m’insegnò a smontare le batterie scariche situate nella zona pelvica della mia struttura meccanica quand’era necessario, e a rimpiazzarle con altre nuove. Quest’operazione doveva essere compiuta ogni quarantott’ore. L’elettricità è la mia vita e la mia forza. È il mio cibo. Senza, non sono che un rottame di metallo.

Ma ho parlato abbastanza di me stesso. Temo che altre diecimila pagine di descrizione non apporterebbero alcuna differenza nel vostro atteggiamento, in voi che persino in questo momento…

Un giorno, non molto tempo fa, accadde un fatto divertente. Sì, certo, anch’io posso divertirmi. Non posso ridere, ma il mio cervello sa apprezzare le cose comiche. L’anziano giardiniere del dottor Link entrò nel laboratorio senza annunciarsi. Avendo bisogno di parlare al dottore per chiedergli come desiderava fossero potate le siepi, ci raggiunse alle spalle mentre camminavamo fianco a fianco per la breve passeggiata che il dottor Link usava compiere quotidianamente.

La bocca del giardiniere cominciò a parlare e subito si spalancò in modo ridicolo, rimanendo così mentre i suoi occhi mi squadravano dalla testa ai piedi. Ma non cadde riverso, come aveva fatto la donna delle pulizie. Rimase immobile, paralizzato.

“Che succede, Charlie?” chiese seccamente il dottor Link. Era così abituato a me che non gli venne subito in mente perché il giardiniere fosse tanto stupefatto.

“Quella… quella cosa!”, articolò infine l’uomo.

“Oh. Be’, è un robot”, disse il dottor Link. “Non ne hai mai sentito parlare? Un robot intelligente. Parlagli e ti risponderà”.

Dopo una certa insistenza, il giardiniere mi rivolse la parola con aria inebetita. “Co-come sta, signor Robot?”, balbettò.

“Come sta lei, signor Charley?” replicai prontamente, cogliendo il divertimento nell’espressione del dottor Link. “Bel tempo, non è vero?”.

Per un attimo l’uomo sembrò sul punto di urlare e di svignarsela. Poi però, raddrizzò le spalle e arricciò il labbro. “Trucchi!” schernì. “Quella cosa non può essere intelligente. Gli ha messo dentro un disco. Allora, per queste siepi?”.

“Temo”, mormorò il dottor Link con un risolino, “che il robot sia più intelligente di te, Charley!”. Ma lo disse in modo che Charley non sentì, e poi gli diede ordini sul come potare le siepi. Charley non fece un buon lavoro. Per tutta la giornata fu molto nervoso.

Il mio destino

Un giorno il dottor Link mi fissò negli occhi con orgoglio.

“Tu possiedi ora”, disse, “la capacità intellettuale di un uomo adulto. Presto ti farò debuttare nel mondo. Lì prenderai il tuo posto, come essere indipendente… come un cittadino!”.

“Sì, dottor Link” risposi. “Farò quello che desidera. Lei è il mio creatore, il mio maestro”.

“Non pensarla in questo modo”, mi ammonì. “In un certo senso, sei come mio figlio. Ma un padre non è il padrone di suo figlio, dopo la maturità. Tu sei giunto a questa fase della vita”. Aggrottò la fronte, pensieroso. “Devi avere un nome! Adam! Adam Link!”.

Mi guardò dritto in volto e mi appoggiò una mano sulla spalla di cromo lucente. “Adam Link, qual è la tua scelta per la vita futura?”.

“Desidero servirla, dottor Link”.

“Ma tu sopravviverai a me! E vivrai più a lungo di molti altri maestri!”.

“Servirò qualsiasi maestro che mi vorrà”, risposi lentamente. Avevo riflettuto già da prima su questo punto. “Sono stato creato dall’uomo. E servirò l’uomo”.

Forse mi stava mettendo alla prova. Non so. Ma le mie risposte ovviamente gli piacquero. “Ora”, disse, “non ho alcun timore a presentarti al mondo!”.

Il giorno dopo era morto.

Accadde tre giorni fa. Ero nel magazzino a leggere… era il giorno della donna delle pulizie. Udii un rumore. Corsi su dalle scale, entrai nel laboratorio. Il dottor Link giaceva là con il cranio fracassato. Un cavo angolare di un trasformatore sospeso ad una piattaforma isolata, che si era staccato, era scivolato e gli aveva schiacciato la testa, mentre lui sedeva al suo tavolo di lavoro. Gli sollevai la testa, inerte sul tavolo, per vedere meglio la ferita. La morte era stata istantanea.

Questi i fatti. Rimisi a posto io stesso il cavo d’acciaio. Il sangue aveva macchiato le mie dita quando gli avevo sollevato la testa, non sapendo in quel momento che era morto stecchito. In un certo senso, ero responsabile dell’incidente, perché nei miei primi giorni, quando imparavo a camminare, una volta avevo urtato la piattaforma del trasformatore, allentandone alcuni fili. Avremmo dovuto ripararlo.

Ma che io sia il suo assassino, come voi tutti credete, non è vero. Anche la donna delle pulizie aveva udito il rumore e venne dalla casa per vedere cos’era successo. Diede una sola occhiata. Mi vide curvo sul dottore, la sua testa lacerata e sanguinante… e scappò via, troppo spaventata per emettere un suono.

Sarebbe difficile esprimere i miei pensieri. Il piccolo Terry fiutò il corpo del dottore, avvertì la disgrazia e si buttò sul ventre, lamentandosi. Sentiva la perdita di un maestro. E così io. Non conosco esattamente che cosa significhi per voi l’emozione del dolore. Forse non so provarla con la stessa intensità. Quello che so è che d’un colpo la luce del sole mi parve come svanita.

I miei pensieri sono veloci. Rimasi là solo un minuto, ma mi fu sufficiente per decidere di andarmene. Anche questo mio atto è stato male interpretato. Voi pensate che sia un’ammissione di colpa, l’atto del criminale che abbandona la scena del delitto. Nel mio caso non era che il desiderio compiuto di entrare nel mondo, di trovarmici un posto.

Il dottor Link e la mia vita con lui erano un capitolo chiuso. A nulla serviva trattenermi lì e assistere a riti. Lui aveva varato la mia vita. Era morto. Il mio posto adesso era fuori, in qualche posto di quel mondo che non avevo mai visto. Neppure un pensiero mi venne alla mente di quanto voi esseri umani avreste deciso sul mio conto. Credevo che tutti gli uomini fossero come il dottor Link.

Prima di tutto mi procurai una batteria nuova, per sostituire la mia, mezza scarica. Ne avrei avuto bisogno di un’altra entro quarantott’ore, ma ero sicuro che di questo si sarebbe incaricato chiunque al quale avessi rivolto la mia richiesta.

Lasciai la casa. Terry mi seguì. È stato con me tutto il tempo. Ho sentito dire che il cane è il miglior amico dell’uomo. Anche dell’uomo di metallo.

Le mie cognizioni geografiche presto si rivelarono, a dir poco, confuse. Mi ero raffigurato la terra come brulicante di uomini e di città, con pochi spazi liberi. Avevo creduto che la città di cui mi parlava il dottor Link si trovasse subito al di là della collina che si vedeva dalla sua isolata casa di campagna. Eppure il bosco che attraversai mi sembrò senza fine.

Fu soltanto parecchie ore dopo che incontrai la bambina. Don­dolava le sue gambe nude nel ruscello, seduta sulla roccia piatta. Mi avvicinai per chiederle dove si trovava la città. Si girò verso di me quando ero ancora a diversi passi da lei. I miei meccanismi interni non sono silenziosi. Producono un rumore costante che il dottor Link definiva sempre come una manciata di monete tintinnanti tra loro.

Il volto della bambina si contrasse in una smorfia non appena mi vide. Devo essere davvero una visione orribile per i vostri occhi. Nell’urlare il suo terrore, la bambina scattò in avanti alla cieca, perse l’equilibrio e cadde nell’acqua.

Sapevo che cosa significava annegare. Sapevo che dovevo salvarla. M’inginocchiai sul bordo della roccia e m’allungai per afferrarla. Riuscii a prenderla per un braccio e a tirarla su. Avvertii il crac prodotto dalle ossa sottili del suo polso. Avevo dimenticato la mia forza.

Dovetti afferrarla anche per una gamba, con l’altra mano, per poterla sollevare fuori dall’acqua. Quando la sdraiai sull’erba si potevano vedere i segni lividi sulla sua carnagione bianca. Posso immaginarmi ora quale fu l’interpretazione di tutto questo. Un terribile mostro in preda alla follia, aveva cercato di annegarla, di spezzare il suo fragile corpo in un accesso di lussuria!

Ed ecco apparire voi altri, gli amici del pic-nic, accorrendo alle sue grida. Voi donne urlavate e cadevate in deliquio. Voi uomini ringhiavate e mi scagliavate addosso pietre. Ma quale assurda audacia spinse quella donna, probabilmente la madre della piccina, a gettarsi fin sotto i miei piedi per strapparmi la sua piccola amata? Io la ammirai. Il resto di voi lo disprezzavo per non prestare ascolto ai miei tentativi di spiegazione. Voi soffocavate la mia voce con i vostri urli e le vostre grida.

“Il robot del dottor Link!… è scappato ed è diventato pazzo!… Non avrebbe dovuto creare quel mostro!… Chiamate la polizia. .. ha quasi ammazzato la povera Frances!…”.

E in mezzo a tante urla confuse vi siete dileguati. Non vi siete resi conto che Terry abbaiava furiosamente… a voi. Potete ingannare un cane? Riprendemmo il cammino.

Ora i miei pensieri s’erano fatti ingarbugliati. Alla fine mi trovavo di fronte a qualcosa che non riuscivo a razionalizzare. Era così diverso, questo mondo, da quello che avevo conosciuto attraverso i libri. Quali sottili significati si nascondevano dietro le parole che avevo letto? Cos’era successo a quel mondo sano e ordinato che la mia mente s’era costruito?

Sopraggiunse la notte. Dovetti fermarmi e rimanere immobile nell’oscurità. Mi appoggiai contro un albero, senza fare alcun movimento. Per un po’ udii il piccolo Terry che frugava intorno tra i cespugli per procurarsi qualcosa da mangiare. Lo udii masticare qualcosa. Più tardi s’accovacciò ai miei piedi e s’addormentò. Le ore passavano lentamente. I miei pensieri non arrivavano ad alcuna conclusione circa i recenti avvenimenti. Un mostro! Perché avevano creduto una cosa del genere? (Una volta, nella silenziosa lontananza, udii un mormorio come di una folla di gente. Vidi delle luci. Il giorno dopo capii di che cosa si era trattato). All’alba scossi Terry con il piede e riprendemmo il cammino. Si udì il medesimo mormorio; il mormorio si avvicinò. Fu allora che vi scorsi, una folla di voi: uomini con bastoni, falci e rivoltelle. Quando riusciste ad avvistarmi, fu un urlo solo. Vi tenevate tutti uniti, nell’avanzare.

Poi qualcosa colpì la mia placca frontale con un suono acuto. Qualcuno di voi aveva sparato.

“Fermatevi! Aspettate!”, gridai, sapendo che dovevo parlarvi, scoprire perché venivo cacciato come un animale selvaggio. Avevo fatto un passo in avanti, le braccia sollevate. Ma voi non avete voluto ascoltare. Altri colpi partirono, mi raggiunsero, intaccando il mio corpo di metallo. Mi girai e fuggii. Una pallottola in un punto vitale mi avrebbe spacciato, né più né meno di un uomo.

Mi avete inseguito come una muta di segugi, ma riuscii a distanziarvi, spinto dai miei muscoli d’acciaio. Terry rimase indietro, perduto. Poi, quando sopraggiunse il pomeriggio, mi resi conto che avevo bisogno di una batteria carica. Già i miei arti si muovevano a fatica: entro poche ore, senza una nuova fonte di corrente dentro di me, sarei caduto per terra e… sarei morto.

E io non volevo morire.

Sapevo che avrei dovuto trovare una strada che conducesse in città. Finalmente giunsi a un sentiero tortuoso, e lo seguii con speranza. Quando scorsi un’automobile parcheggiata al lato della strada, davanti a me, capii di essere salvo, perché l’automobile del dottor Link aveva lo stesso tipo di batteria che occorreva a me. Non c’era nessuno vicino all’automobile. Proprio come un uomo affamato si impossesserebbe di qualsiasi cibo trovasse a portata di mano, così io sollevai il cofano della vettura e dopo pochi minuti avevo sostituito le batterie.

Una nuova energia serpeggiò nel mio corpo. Mi raddrizzai proprio mentre due persone spuntavano dagli alberi, a braccetto, un giovane e una donna. Mi scorsero. Un’espressione di incredulità si dipinse sui loro volti. La ragazza si strinse nelle braccia del giovane.

“Non vi spaventate”, esclamai, “non vi farò del male. Io…”.

Mi resi conto che non serviva continuare. Il ragazzo svenne nelle braccia della donna, che cominciò a trascinarlo via, strillando come un’isterica.

Fuggii. E da quel momento in poi si può dire che più che pensare rimuginavo tra me e me. Non desideravo più andare in città, adesso. Cominciavo a rendermi conto che per gli esseri umani ero un fuorilegge, a prima vista.

Quando cadde la notte mi fermai e udii un rumore gradito. Era Terry che abbaiava. Mi venne incontro gioiosamente, dimenando il suo pezzetto di coda. Mi abbassai per grattargli le orecchie. Per tutte quelle ore mi aveva fedelmente cercato. Probabilmente mi aveva fiutato grazie ad un leggero odore d’olio. Cosa mai può motivare una devozione tanto completa… e verso un uomo di metallo!

È perché, come aveva una volta affermato il dottor Link, il corpo, umano o non umano, non è che parte di ciò che circonda la mente? Per questo Terry riconosceva in me tanta parte di cervello come in un essere umano, nonostante il corpo straniero? Se così fosse, siete voi, voi che mi definite un mostro, a essere in errore. E sono certo che è così!

Vi sento, adesso… che gridate…attenzione a non costringermi a diventare quel mostro che mi giudicate !

L’alba seguente vi buttò addosso a me un’altra volta. Le pallottole volavano. Io correvo. E per tutto il giorno fu così. La vostra comitiva, aumentata per le nuove reclute, si divise in gruppi, che cercarono di accerchiarmi. Mi inseguivate per mezzo delle impronte pesanti dei miei piedi. Ogni volta fu la mia rapidità a salvarmi. Tuttavia alcuni proiettili m’avevano fatto dei danni. Uno mi colpì al ginocchio destro, così che la gamba mi si torceva mentre correvo. Un altro mi s’infranse sul lato destro della testa e mi spezzò il timpano, rendendomi sordo da quella parte.

Ma la pallottola che più mi fece male fu quella che uccise Terry!

Chi sparò quel colpo si trovava a venti metri. Avrei potuto corrergli addosso, spezzargli tutte le ossa in corpo con le mie mani dure e possenti. Vi siete fermati un momento a chiedervi perché non mi sono preso la mia vendetta? Forse dovrei farlo!…

Mi sentii perduto e senza speranza per tutto quel giorno. Mi aggiravo in tondo attraverso quei boschi interminabili e talvolta mi imbattevo in voi come voi vi imbattevate in me. Cercavo di allontanarmi da quei dintorni, allontanarmi dalla vostra vendetta. E al crepuscolo vidi qualcosa che mi era familiare… il laboratorio del dottor Link!

Mi nascosi in un folto di cespugli e aspettai l’oscurità completa. Fu allora che mi avvicinai e forzai la serratura della porta. Il luogo era deserto. Il corpo del dottor Link era sparito, naturalmente.

Il mio luogo naturale! I sei mesi di vita che avevo trascorso in quel posto mi turbinavano in mente con caleidoscopica rapidità. Mi domando se la mia emozione fosse come quella che avreste provato voi, nel tornare ad un luogo amato. Forse la mia emozione è assai più profonda della vostra! Qualcosa mi afferrò alla gola, come una pulsazione dolorosa. Le ombre prodotte da una nebbiosa luce a gas che avevo acceso sembravano danzarmi intorno come aveva fatto il piccolo Terry. Poi trovai il libro, Frankenstein, che giaceva sulla scrivania, i cui cassetti erano stati vuotati. La scrivania personale del dottor Link. Mi aveva tenuto nascosto il libro. Perché? Lo lessi tutto, in mezz’ora, giovandomi della mia capacità di assorbire una pagina per volta. E allora finalmente capii!

Ma è la premessa più stupida che sia mai stata fatta: che una creatura debba rivoltarsi contro il suo creatore, contro l’umanità, per il fatto d’essere priva d’anima. Il libro è tutto sbagliato.

Ma lo è proprio?…

Mentre finisco di scrivere, qui, immerso in desolate memorie, con lo spirito di Terry tra le ombre, mi chiedo se non dovrei…

È quasi l’alba. So che per me non c’è speranza. Sono circondato, tagliato fuori. Posso vedere le fiamme delle vostre torce tra gli alberi. Con la luce del giorno mi troverete, mi abbatterete. La vostra brama d’odio è risvegliata. Si placherà solo con la mia… morte.

Non sono stato tanto danneggiato da non poter radunare forza ed energia sufficiente per incunearmi tra le vostre fila e sfuggire al mio destino. Ma ciò avverrebbe a costo di parecchie delle vostre vite. Questa è la ragione per cui ho la mano sull’interruttore che può spegnere la mia vita con un giro. È un’ironia, non è vero, che io possegga quegli stessi sentimenti di cui voi mi attribuite la mancanza?

(firmato) Adam Link

 

“Io, Robot” (“I, Robot”) – Eando Binder – Amazing Stories, gennaio 1939

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