La zona franca

Sono appassionato di scienza e ottimista per natura, quindi sono sempre stato convinto che il futuro sarà sempre e comunque migliore del passato.

I progressi nel campo della medicina, l’automazione e la tecnologia non potranno che migliorare le condizioni di vita dei nostri figli e nipoti rispetto alle nostre: pensiamo ad esempio al fatto che quelli della mia generazione da piccoli facevano viaggi su auto che erano delle vere e proprie bare su ruote.

Nel 1962, tanto per fare un esempio, l’Alfa Romeo presentò la “Giulia”, che era un condensato di novità tecniche, dall’aerodinamicità alla scocca a “struttura di rigidità differenziata”: in caso di incidente la parte anteriore e quella posteriore si deformavano in maniera progressiva per assorbire l’urto attutendo le conseguenze per gli occupanti l’abitacolo che doveva invece rimanere integro, permettendo l’agevole apertura delle portiere in modo da agevolare gli eventuali soccorsi.

Ma rispetto alle auto moderne quelle soluzioni erano comunque da considerarsi preistoriche. Chissà cosa ci riserva il futuro!

Certo, sono anche appassionato di fantascienza, e molti dei racconti e film che ho visto o letto tanto ottimisti non sono. È il cosiddetto genere “distopico”,

La distopia è una rappresentazione del futuro che in indica un’ipotetica società nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche negative o pericolose sono portate al loro limite estremo.

Ad esempio, nel 2013 al cinema è iniziata una “mini saga” fondata su di un presupposto narrativo aberrante e magnetico come pochi: in un futuro prossimo (che per noi adesso è già passato) per 12 ore all’anno non vi saranno leggi né soccorsi. Per quella notte all’anno ognuno di noi potrà sfogarsi, purificare la sua anima dagli istinti più abietti e vergognosi, per poi tornare a rigar dritto per gli altri 364 giorni.

Il “semel in anno” portato ai suoi massimi eccessi, insomma.

In questo scenario questa purificazione sembra non solo aver ridotto il tasso di criminalità, ma anche quelli di povertà e di disoccupazione. Già, perché ad essere vittime di questa carneficina legalizzata non sono i ricconi dei quartieri bene, ma chi non ha i soldi per permettersi una casa ed un sistema di sicurezza.

Alla famiglia protagonista del primo capitolo, i soldi non mancano, eppure si ritrova a dover fronteggiare lo sfogo da molto vicino, quando una banda di psicopatici reclama di diritto la vita di uno sconosciuto che uno di loro ha accolto in casa.

Il film, pur presentando degli spunti iniziali interessanti, dopo una ventina di minuti va “in vacca” e diventa uno dei tanti film di “home invasion”, ma senza mai arrivare al livello di “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick o di “Panic Room” di David Fincher.

Il film origine della saga, “The Purge”, (la purga, intesa non nel senso di evacuazione, ma di più letterale allontanamento di scorie o di impurità mediante trattamenti specifici, in questo caso l’omicidio), tradotto in Italia con “La notte del giudizio”, nonostante le recensioni piuttosto tiepide e un passaparola non troppo positivo (nel secondo weekend, gli incassi diminuirono del 75% rispetto al primo) sarebbe potuto restare un successo isolato, invece può essere considerato uno dei franchise più conosciuti e proficui dell’ultimo lustro.

A me questo genere di film non piace, e dopo aver visto il primo non ho seguito i successivi: diciamo che nonostante abbia visto tante “uccisioni” sul grande schermo, quelle di questo genere, a cavallo tra l’horror e il “boh”, non mi hanno mai entusiasmato.

L’idea per il film nacque al regista James DeMonaco in maniera casuale, ma pure piuttosto drammatica.

All’origine, secondo quanto dichiarato da lui stesso, vi fu infatti un incidente che vide coinvolti lui e sua moglie durante un tragitto in autostrada, quando il guidatore di un altro veicolo, ubriaco, li fece sbandare; fra l’uomo e DeMonaco scoppiò una violenta lite, sedata solo dall’intervento della polizia.

In seguito a questo episodio, sua moglie osservò con ironia che sarebbe stato grandioso avere la possibilità di compiere un omicidio all’anno facendola franca: un commento che colpì il regista, stimolandolo a riflettere su come, perfino nelle persone più “tranquille”, potesse svilupparsi un feroce desiderio di rivalsa contro altri esseri umani.

Questo interrogativo filosofico, del confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, e di chi stabilisce il confine tra i due modi di essere, è stato spunto non solo di narrativa e di letteratura cinematografica, ma anche di leggi e costituzioni.

Quando si amministra uno stato, una delle prime cose è stabilire cosa sia lecito e cosa no, attraverso le leggi. Ed è una cosa che viene fatta dalla nascita delle società strutturate: basta pensare che la prima legge di cui si abbia testimonianza è il “Codice di Hammurabi”, del 1750 avanti Cristo circa!

Lungi da me dare suggerimenti, ma esiste, nel mondo, una zona franca, dove la legge non c’è perché non ci può arrivare e dove ogni delitto, almeno a livello teorico, può essere commesso senza essere punito.

Si trova in Idaho, negli Stati Uniti, ed è una striscia di terra di 80 km2 vicino al Parco di Yellowstone. Tutto ciò è dovuto al fatto che la posizione geografica di quell’area e le leggi che regolano la formazione delle giurie popolari, che sono alla base del sistema giuridico americano, in quel caso creano un paradosso.

Mi spiego: secondo la legge, la copertura giuridica del parco di Yellowstone tocca allo Stato del Wyoming e vale anche per quelle aree che sconfinano in altri Stati: una in Montana e questa in Idaho. Ma non è così semplice: in questi casi interviene la “clausola di vicinanza”, una disposizione del Sesto Emendamento della Costituzione americana che obbliga a formare una giuria composta di persone residenti sia nel Distretto che nello Stato in cui è avvenuto il crimine. Per cui sarebbe Distretto del Wyoming e Stato dell’Idaho.

Il problema è che, dal momento che l’area (Distretto Idaho e Stato Wyoming) è del tutto disabitata, non si riuscirebbe a trovare nessuno che possa soddisfare i requisiti necessari per far parte della giuria. Per cui, senza giuria niente processo. E senza processo niente condanna. Il delinquente che avesse commesso un delitto in quegli 80 km quadrati sarebbe in salvo, libero e fischiettante.

Ovvio che non sia così semplice: come ha osservato un giurista statunitense, il crimine deve essere compiuto per intero in quella porzione di territorio (niente armi da fuori, per intendersi), e deve corrispondere a una fattispecie di reato le cui pene siano superiori ai sei mesi, altrimenti si va a processo senza giuria (e in quel caso finisce male). In tutti gli altri casi, chissà. Non è mai accaduto che qualcuno andasse fin laggiù con il proposito di commettere un crimine e il problema, per i pragmatici americani, non si è mai posto.

Se però, per caso, qualcuno vi invitasse a fare una gita al Parco di Yellowstone, occhio a dove andrete!

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