Emergenza clima

L’altro giorno Marco, un mio collega che si occupa, tra l’altro, di coordinare eventi, ha fatto un paragone interessante.

Ha paragonato il nostro pianeta ad uno “Studio”. Gli Studios sono tre padiglioni presenti nel posto dove lavoriamo e sono utilizzati per concerti, convegni, sfilate, assemblee, produzioni televisive e cinematografiche. Proprio per le loro dimensioni, per scaldarli d’inverno o raffreddarli d’estate ci vuole una forza motrice “importante”.

In effetti, considerando questo momento storico, il nostro pianeta ha dei problemi di “condizionamento”, e il problema rischia di trasformarsi in qualcosa di grave, se non interveniamo in tempo.

Da dove deriva il problema?

In pochissime parole, parte tutto dall’inizio della Rivoluzione Industriale: questi ultimi 200 anni, che ci hanno dato tanta prosperità e ci hanno portato alla straordinaria quantità di mezzi tecnologici di cui disponiamo, hanno lasciato dei sottoprodotti negativi. Niente è gratis.

Tra quelli, i residui della combustione del petrolio, del carbone e del gas, che hanno aumentato i gas a effetto serra, ma anche tutto ciò che è stato sfruttato e usato, dal legno delle foreste, dai pesci che peschiamo nell’oceano, dai minerali che estraiamo e dai rifiuti che reimmettiamo dopo nell’ambiente.

Fino agli anni ’70, nonostante tutto, la richiesta energetica era in equilibrio con la natura. Ma ora, con il doppio degli abitanti di allora, non è più così. Vediamo figura 1:

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La curva discendente indica nel tempo la scomparsa di massa biologica di alcune specie, mentre l’ambiente è colonizzato da altre. La diminuzione della biodiversità è l’indice di una perdita di equilibrio che influisce enormemente sul tasso di estinzione delle specie. L’innalzamento temporaneo della curva al di sopra dell’indice negli anni ’70 è dovuto all’influenza, sulla media, dell’anormale aumento locale della biodiversità nella parte settentrionale degli oceani Atlantico e Pacifico, probabilmente a causa del riscaldamento dell’acqua.

Ma mentre nel 1970 possiamo affermare che il bilancio fosse pari (tutto ciò che si consumava durante l’anno veniva prodotto in un anno, per dirla semplice), da quell’anno in poi abbiamo iniziato a consumare più di quanto produciamo. Vediamo la figura 2:

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Abbiamo continuato una crescita smodata, senza tenere conto degli allarmi che già in quegli anni i climatologi avevano portato all’umanità e il risultato è che oggi consumiamo una terra e mezza: la mezza terra è tutto ciò che non ci sarà più per le generazioni future ed è anche l’eredità scomoda dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, della estinzione di specie che lasciamo al futuro.

Se non vogliamo arrivare alla bancarotta della natura, cioè con un mondo dove la popolazione aumenta sempre di più, i consumi e gli inquinamenti ancor di più, noi dobbiamo cambiare oggi percorso, dobbiamo rientrare all’interno dei limiti fisici dell’unico pianeta che abbiamo.

Se continuiamo a crescere verso i tre pianeti, che sono previsti come necessità fisiche della nostra avidità di specie attorno già al 2050, la natura dichiarerà bancarotta e i danni potrebbero essere irreversibili per le generazioni future.

Il cambiamento climatico è il problema forse più ampio, più vasto, di cui sentiamo più parlare. E sappiamo oggi che la temperatura è aumentata sul pianeta di circa un grado nell’ultimo secolo.

La maggior parte di questo aumento termico è molto recente; negli ultimi 30 anni si è imposto con una forza straordinaria: il 2018 è stato il quarto anno più rovente, dopo il 2016 (il più caldo mai registrato), il 2017 e il 2015.

Insomma vediamo ormai una sequenza importante di una rampa di aumento della temperatura che è il sintomo della malattia climatica del nostro pianeta.

Qual è la causa?

Ormai l’abbiamo identificata: è la CO2, l’anidride carbonica, il biossido di carbonio di origine fossile, perché di CO2 ce n’è tanta nel pianeta, ma una parte è quella nel ciclo della fotosintesi, le piante la prendono dall’aria: fotosintesi.

Noi mangiamo un panino al prosciutto, dentro il pane, dentro il prosciutto, non c’è altro che una parte di quel carbonio che noi usiamo per vivere, lo restituiamo respirando: è un ciclo chiuso. Quello che entra esce e ritorna dov’era prima.

Ma liberando il carbone, petrolio e gas che stavano sottoterra da milioni di anni, noi abbiamo aggiunto una notevole quantità, attualmente sono 36 miliardi di tonnellate all’anno di CO2, che vanno in atmosfera e cambiano quindi la composizione chimica, arrivando a 400 parti per milione che sono un numero straordinario: 400 parti per milione vogliono dire una quantità di CO2 nell’aria che non si rilevava da almeno 800.000 anni.

Lo sappiamo attraverso i carotaggi che sono stati fatti al Polo Sud dove bollicine di aria fossile incluse dentro il ghiaccio antico, analizzate in laboratorio, ci dicono che il massimo assoluto di quantità di CO2 nell’aria in 800.000 anni si è toccato una volta sola attorno a 330.000 anni fa, con il valore di 300 parti per milione.

Quindi da 300 a 400 è tutta roba nostra. È danno recente, è il cambiamento recente dell’atmosfera terrestre che come effetti ha l’aumento della temperatura perché la CO2 è il principale gas a effetto serra, svolge un po’ la funzione di una sorta di coperta chimica che scalda il pianeta.

I sintomi, quindi, li vediamo già; con quell’aumento di un grado in un secolo, i ghiacciai (i ghiacciai sono un bel termometro naturale che materializza quello che ci dicono i dati misurati dagli strumenti) sulle Alpi abbiamo questi testimoni muti che sono in terribile riduzione: abbiamo perso il 50% della loro superficie soltanto in un secolo.

Cioè l’effetto di un grado, lo vediamo attraverso la perdita del ghiaccio delle Alpi, ma anche nelle Ande, ma anche in Himalaya, ma anche nelle Montagne Rocciose ma anche al Polo Nord e in Groenlandia.

Le simulazioni matematiche del clima che ormai vengono fatte da oltre 50 anni circa, sono diventate veramente affidabili. Eppur nell’incertezza di prevedere il futuro, ci dicono almeno qualcosa di importante per scegliere la traiettoria più ragionevole.

Se continuiamo ad inquinare come facciamo oggi e seguiamo il grafico che ci porta ai tre pianeti nell’impronta ecologica generale della terra, noi rischiamo di avere al 2100 un aumento di circa cinque gradi nella temperatura terrestre, che è veramente una catastrofe ecologica, una catastrofe soprattutto per noi, non per la natura; la natura cambia, evolverà, si adatterà a cinque gradi in più, ma l’uomo si adatterà?

No, perché non ha la capacità, soprattutto per variazioni così rapide, per una società così complessa come la nostra, di adattarsi.

Allora la scelta è quella di seguire la parte più bassa del grafico, in questo caso, che con una dieta ferrea sulla nostra economia, ci permetterà di mantenere l’aumento della temperatura, entro il 2100, in due gradi.

Due gradi sono meglio di cinque.

Non saranno una passeggiata, perché vuol dire ancora aggiungere uno a quello che è già salito dalla fine del 1800, ma vuol dire comunque avere maggiori capacità di adattamento e di reazione.

L’accordo firmato a Parigi nel dicembre del 2015 vuole farci ridurre le emissioni per ridurre l’aumento della temperatura e per ridurre anche l’aumento del livello dei mari, perché i ghiacciai che fondono fanno aumentare i mari, il riscaldamento delle acque le dilata.

Attualmente gli oceani della terra crescono già di circa tre millimetri all’anno, ma più scaldiamo e più cresceranno.

Risultato finale: se scegliamo la strada dei cinque gradi, la peggiore, avremo anche almeno un metro di oceano in più a fine secolo. Se conteniamo l’inquinamento e il riscaldamento in due gradi, avremo mezzo metro circa di mare in più.

È sempre un problema, soprattutto per qualche zona molto vicina a noi che conosciamo bene, ma è un problema che possiamo maneggiare meglio rispetto a un aumento di un metro.

Come vedete, ci sono gravi malfunzionamenti del sistema ma il fatto che noi ne siamo responsabili ci mette in una posizione in fondo costruttiva.

Possiamo anche decidere di riparare il guasto ai condizionatori degli Studios.

Abbiamo tanti obiettivi che sono riconosciuti da tutte le organizzazioni internazionali e che da tempo sentiamo risuonare nelle nostre orecchie sotto forma di economia verde e cose di questo genere.

Solo che devono diventare la priorità. Non devono essere degli optional.

Devono essere una via corale condivisa per tutta l’umanità; si deve fare solo quello. Quella è l’unica cosa intelligente che possiamo fare. Se si rompe la macchina è un problema grave, non possiamo più ripararla.

Allora, in breve, la ricetta delle cose che ragionevolmente possiamo fare già oggi sulla quale poi ne potremo innestare altre che cresceranno con l’impegno, con lo studio, con l’innovazione: dobbiamo ridurre il consumo delle risorse non rinnovabili.

Prima di tutto, il consumo dei suoli.

Più cementifichiamo, più creiamo problemi: aumentiamo il rischio di alluvioni, abbiamo meno acqua che si depura scendendo nelle falde, abbiamo meno intercettazione di CO2 da parte della fotosintesi e ci togliamo la cosa più importante, il suolo per produrre cibo per il futuro dell’umanità. Quindi fermiamo il consumo dei suoli.

Facciamo meno rifiuti e ricicliamoli tutti. Sono cose che si possono fare, non sono cose difficili; la raccolta differenziata ma anche agire alla fonte. Il miglior rifiuto è quello non prodotto. È già la mano che si muove nel nostro gesto di acquistare che sceglie il rifiuto di domani.

Altrimenti i rifiuti creano un danno grave, non solo al clima, perché dietro al rifiuto c’è un consumo energetico, ma anche alla vita, perché i rifiuti che vanno sopratutto in mare costituiscono una grave minaccia per tutta la fauna marina che si nutre per esempio della plastica e nel passaggio successivo ce la porta nel piatto a noi, con tutto il danno sanitario che arriva dagli additivi tossici che vi sono contenuti.

Passiamo rapidamente alle energie rinnovabili. Sono già mature per essere usate su larga scala. Si può fare: pannelli fotovoltaici, collettori solari, turbine eoliche, biomasse.

Tutto dove si può, ricorriamo a energia fatta con le forze della natura. E, ovviamente, accanto a questo, ci deve essere il risparmio e l’efficienza. Siamo una società che spreca moltissima energia.

Quindi ne usiamo di meno, la usiamo meglio e quella che usiamo la andiamo a prendere dalle forze naturali, dal sole, dall’acqua, dal vento, dalle biomasse. Dobbiamo cambiare un po’ anche le nostre abitudini.

Viaggiare è bello, viaggiare è importante, ma sicuramente viaggiare in aereo, non tanto. Inquina assai, produce grandi emissioni di CO2 per unità di passeggero. Quando facciamo un volo intercontinentale, purtroppo, produciamo tanta CO2 come utilizzare un’auto per un anno.

Quindi dobbiamo essere più responsabili nelle scelte. Viaggiare in aereo è una cosa importante. Facciamola solo se è importante veramente anche per noi e non per andare a prendere il caffè da qualche parte e gloriarci al lunedì in ufficio che abbiamo fatto un week-end oltreoceano.

Diamo un valore alla tecnologia che ci offre delle possibilità, per esempio, più telelavoro. Macchine elettriche non risolveranno tutti i problemi del mondo, ma si può fare molto, magari, se caricate con i panelli fotovoltaici, arrivano a ridurre fortemente le emissioni.

Favorire l’agricoltura di prossimità. Perché far viaggiare le fragole oltreoceano a gennaio? Ogni fragola che mangiate oggi a gennaio è in realtà un cucchiaino di petrolio. Recuperiamo una produzione locale.

Insomma, siamo un po’ alla vigilia di una guerra mondiale.

Winston Churchill nel 1934 si lamentò che nessuno reagiva alla Germania nazista che si stava riarmando. Nel ’36 disse al Parlamento inglese: “Ragazzi, è troppo tardi. Ormai siamo entrati nell’era delle conseguenze. La prevenzione bisognava farla prima”.

Le conseguenze le conosciamo tutti e cominciarono nel 1939 col più terribile conflitto dell’umanità. Non disse: “Ah, ve l’avevo detto”, ma disse: “Non mollate, continuiamo, perché possiamo ancora farcela”. Siamo in questa situazione.

Iniziamo a capire cosa possiamo fare, nel nostro piccolo, per salvare il futuro dei nostri figli e andiamo a mettere a governarci solo chi ha questa priorità. Sempre se vogliamo che i nostri figli vivano almeno come abbiamo vissuto noi.

25 pensieri riguardo “Emergenza clima

  1. Ho letto l’articolo e i commenti, in questo campo non sono dummy per niente, anzi, sono molto preoccupata. Perchè cambino davvero le cose ci devono pensare dall’alto (problemone!), e qualcosa si muove (consumo della plastica), ma io credo molto nella politica dal basso e nell’impegno quotidiano e costante di tutti noi. Anche il commento sul non voler tornare indietro non mi pare pertinente: è ovvio che si devono trovare soluzioni nuove e valide che ci permettano di sopravvivere senza rinunciare alle comodità Insomma, evolvere e non involvere in tutti i sensi. Le idee ci sono, vanno applicate

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  2. Il pianeta Terra è abitato da esseri imperfetti che siamo poi noi umani e nella nostra imperfezione c’è anche molta arroganza e presunzione ma il tempo credo che stia per scadere o forse è già scaduto e noi esseri imperfetti stiamo lentamente consumando le nostre ultime risorse positive, ridotte all’osso, per cercare di salvare il salvabile.

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  3. Tutto drammaticamente vero e giusto.Peccato solo che non entri in testa ne alla maggioranza della gente e nemmeno alla espressione politica di talune maggioranze perché, bisogna essere onesti ma i Trump e i Salvini, negazionisti contro ogni logica, non piovono dal cielo. L’umanità è nel complesso stupida, se non lo fosse non si sarebbe mai arrivato a questo punto.😔

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          1. Sai, pensavo anche all’ignoranza che contraddistingue la nostra epoca, quella per intenderci che fa si che, porta sempre più persone a non comprendere ciò che legge ebbene, ripensando ai tanti meme dei giorni scorsi, quelli legati al brutto tempo…ecco…sarebbe bello se tu affrontassi da par tuo il tema sulla differenza tra clima globale e metereologia locale. Credo che la maggior parte delle persone non abbia minimamente idea di questa sostanziale differenza…

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  4. “Diamo un valore alla tecnologia che ci offre delle possibilità, per esempio, più telelavoro. Macchine elettriche non risolveranno tutti i problemi del mondo, ma si può fare molto, magari, se caricate con i panelli fotovoltaici, arrivano a ridurre fortemente le emissioni.”
    La produzione e lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici, come viene risolta? Perché essi non durano in eterno, devono essere sostituiti ogni quindici anni al massimo. Inoltre dovrebbero essere posti in luoghi già desertici, sabbiosi, perché quelli posti a terra in aree verdi, cambiano comunque il clima surriscaldando l’aria circostante e desertificando i terreni. Inoltre, come la mettiamo con il fatto che se si riducono i consumi si riducono anche le produzioni, si chiudono le fabbriche e la gente perde il lavoro? Come viveva la gente prima della rivoluzione industriale? Quanto campava? Quali e quante erano le malattie prodotte da cibi carenti o male conservati e dalla carenza di igiene? Sessant’anni fa, nella fattoria di mio nonno non c’era la luce elettrica, io avevo dieci anni e me la ricordo mia nonna e le mie zie a lavare i panni nel fosso, io non rinuncio alla lavatrice che, comunque, mi permette una igiene che sessant’anni fa non c’era. Io preferisco la scopa all’aspirapolvere, però gli ambienti pubblici sono costretti a usare macchinari per igienizzare i loro ambienti, non uso i robot di cucina, ma gli alberghi sono costretti a farlo se vogliono migliorare il lavoro. Il mio forno elettrico non dà emissioni, ma l’elettricità che usa come viene prodotta?
    Tornare indietro, oggi, per rinunciare alle comodità attuali (a proposito il computer consuma molto di più di una penna stilografica o di una biro) è impossibile, a meno di non avere una terza guerra mondiale che spazzerebbe via più di metà della gente e, sinceramente, non vorrei essere fra quelli che sopravviveranno.

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      1. Bisognava pensarci cinquant’anni fa, ora, la crisi mondiale e i problemi nei quali ci ritroviamo fino ormai alla gola, rendono difficile una svolta, sia del punto di vista politico che economico e non c’è alcun governo al mondo che abbia interesse a farlo questo cambiamento e la gente stessa non vuole cambiare, altrimenti perché i popoli avrebbero votato dei mentecatti come quelli che ci ritroviamo a capo delle grandi e piccole nazioni?

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  5. Complimenti per l’articolo e grazie per avere utilizzato dati reali che non conoscevo.
    Anche io ho scritto un articolo per sensibilizzare un minimo l’opinione pubblica rispetto al cambiamento climatico. L’articolo, in particolare, era in difesa di Greta, che in molti additano come un burattino governato da altri.
    Anche se fosse, le conseguenze del cambiamento climatico si vedono ad occhio nudo e si sentono sulla pelle.
    Io credo che più o meno tutti abbiano capito che qualcosa non va, ma purtroppo il potere di cambiare le cose é nelle mani di pochi. Se i politici non si accordano per ridurre le emissioni, se le fabbriche, i produttori continuano ad inquinare, non andremo molto lontano.
    Come spesso é accaduto nella storia, il destino di molti é dipeso da pochi. Speriamo che per una buona volta i pochi facciano la scelta giusta

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