McArthur Wheeler, chi era costui?

Quando ero piccolo mi piaceva leggere. Una delle foto più belle della mia infanzia mi vede ripreso all’età di circa 5 anni con un tomo enorme, a casa di un mio zio, mentre sono assorto nella lettura (forse).

La mia fortuna è stata che mio padre ha sempre avuto a stessa mia passione, quindi un buon libro di saggistica a casa non è mai mancato. Ricordo che una volta mi trovai tra le mani un libricino intitolato “Il principio di Peter”.

Nel libro viene sostenuta una tesi, apparentemente paradossale, che riguarda le dinamiche di carriera su basi meritocratiche all’interno delle organizzazioni gerarchiche.

Noto anche come “principio di incompetenza”, fu formulato nel 1969 dallo psicologo canadese Laurence J. Peter e pubblicato in collaborazione con l’umorista Raymond Hull.

Che cosa afferma Peter? Egli dice che:

“Ogni membro di un’organizzazione gerarchica sale nei livelli della gerarchia sino a raggiungere il suo massimo livello di incompetenza”.

L’idea che c’è dietro è che le promozioni siano date ai “migliori”, ma che la competenza richiesta a ogni livello sia essenzialmente indipendente (o almeno molto diversa) da quella richiesta al livello precedente.

Ed in effetti è vero: già Guareschi, ne “La scoperta di Milano”, 1941, aveva scritto:

“Visto che come correttore di bozze non funzionavate vi ho promosso cronista; visto che come cronista non andavate vi ho promosso redattore capo. Ora, dato che neppure come redattore capo voi funzionate, io mi trovo in questa imbarazzante alternativa: o licenziarvi, o darvi il mio posto di direttore”.

Ma cosa spiegava Peter nel suo libro?

Il principio illustrato dal saggio descrive in termini satirici gli effetti dei meccanismi che governano la carriera aziendale dei lavoratori, evidenziandone i risultati paradossali. Come dicevo prima: esso va inteso nel senso che, in una gerarchia, i membri che dimostrano doti e capacità nella posizione in cui sono collocati vengono promossi ad altre posizioni.

Questa dinamica, di volta in volta, li porta a raggiungere nuove posizioni, in un processo che si arresta solo quando accedono a una posizione poco congeniale, per la quale non dimostrano di possedere le necessarie capacità: tale posizione è ciò che gli autori intendono per “livello di incompetenza”, raggiunto il quale la carriera del soggetto si ferma definitivamente, dal momento che viene a mancare ogni ulteriore spinta per una nuova promozione.

Nel 2009, i soliti ricercatori della solita università hanno fatto uno studio e hanno innanzitutto dimostrato che Peter aveva ragione e che un meccanismo di promozioni casuale ha la stessa probabilità di successo di un meccanismo che premi i cosiddetti “migliori”.

Quindi? Meritocrazia addio?

Direi di no. L’unica cosa discriminante, secondo me, è come decidere chi sono i migliori.

Ma come si fa? Esiste un metodo valido? Ultimamente per assegnare un punteggio vanno sempre più di moda gli algoritmi.

A me è capitato di vedere un meccanismo per stabilire una graduatoria basato su un algoritmo che prendeva in considerazione vari parametri: tramite quelli assegnava un punteggio e stabiliva la graduatoria. Peccato che chi ha scritto l’algoritmo non aveva considerato alcune variabili (era esterno alla struttura che applicava la “griglia”) e da ciò è scaturito un casino indescrivibile. Con tanto di ricorsi, carte bollate e via andando.

Inoltre, se chi ci deve giudicare è un’idiota? E, soprattutto, se non sa di esserlo?

Bertrand Russel diceva:

“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”

quindi diciamo che non è cosa nuova, la questione. Mai sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger?

L’effetto è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti.

Internet funge da cassa da risonanza, ovviamente.

Il celebre attore Will Smith, intervistato assieme all’allora 14enne figlio Jaden, rispose a una domanda dell’intervistatore:

“Certo che a 14 anni ero idiota. Completamente. Ma lo ero in privato”.

Infatti, con l’avvento di Internet, milioni di persone hanno avuto accesso istantaneo ad un bacino di informazioni pressoché illimitato (informazioni, non conoscenza).

Così, ci ritroviamo, oltre a 60 milioni di esperti di calcio in grado di gestire meglio dei professionisti le squadre del cuore (o la nazionale), anche le cosiddette “mamme pancine”, che elargiscono consigli medici ad altre neomamme, senza aver ovviamente mai studiato medicina, o frequentatori di social che dissertano di geo-politica internazionale o di ingegneria civile (e magari non hanno mai montato neanche un mobile Ikea), o, peggio, no-vax con dottorato in virologia preso all’Università della Vita.

Ma dove nasce questa illusione di superiorità? E soprattutto, come possiamo individuarla negli altri, per evitare di affidarci a degli incompetenti, o in noi stessi, per evitare di fare la figura degli idioti (magari anche arroganti)?

Lo studio di Dunning e Kruger nacque da un episodio accaduto nel 1995 a Pittsburgh.

Un tale, McArthur Wheeler, fece due rapine in banca con tanto di pistola spianata, ma senza preoccuparsi di nascondere il viso: infatti, su suggerimento di un amico, che gli aveva mostrato come funzionasse “l’inchiostro simpatico” a base di succo di limone, decise di cospargersi il viso con del succo di limone per non essere visto dalle telecamere della banca.

Ma, visto che non voleva dare l’impressione di essere idiota, fece una prova: si scattò un “selfie” con una Polaroid (nel 1995 non c’erano gli smartphone); incredibilmente, la foto che uscì dalla Polaroid era vuota.

Ora, chiunque abbia avuto una polaroid può comprendere che premere il pulsante di scatto, posto dalla parte opposta rispetto all’obiettivo, avrebbe potuto spostare l’inquadratura (per quello era vuota, la foto).

McArthur aveva avuto la sua conferma: il succo di limone lo rendeva invisibile, nessuno poteva fermare il suo piano criminale!

Ecco, il problema di McArthur non era solo il fatto di essere idiota, ma soprattutto di non sapere di esserlo!

Incuriositi dalla notizia del rapinatore di Pittsburgh, David Dunning e Justin Kruger, all’epoca colleghi presso il dipartimento di Psicologia Sociale della Cornell University, decisero di testare una loro intuizione.

L’ipotesi da cui partirono i due studiosi è che una persona troppo stupida non è in grado di riconoscere la propria stupidità.

Per dimostrarla invitarono una serie di partecipanti ad un semplice esperimento. Ad ogni volontario veniva innanzitutto chiesto quale fosse il proprio livello di competenza in tre differenti aree:

  • Umorismo.
  • Logica.
  • Grammatica.

Nella seconda parte dell’esperimento i partecipanti vennero poi invitati a sostenere un test per misurare la loro effettiva abilità in questi tre ambiti.

Risultato?

Chi si era autoproclamato “altamente competente”, nel test aveva poi miseramente fallito, registrando punteggi molto bassi. Al contrario, chi inizialmente aveva sottovalutato le proprie competenze, nel questionario aveva poi ottenuto risultati molto buoni.

Chi è stupido e impreparato si sopravvaluta; al contrario chi è intelligente e si sta formando seriamente tende ad avere dubbi sulle proprie abilità.

E, cosa ancor più interessante, l’effetto Dunning-Kruger è ormai diventato noto al grande pubblico e, immancabilmente, viene utilizzato come arma nei dibattiti social-digitali anche da chi probabilmente ne è affetto.

Sono certo però che questo non vi riguarda (sicuri?).

Nel quattordicesimo secolo avanti Cristo il faraone Akhenaton affermò:

“Il folle è ostinato e non ha dubbi. Conosce tutto tranne la propria ignoranza”.

Non so dove si impari ad amare studiare. Dove nasca l’amore per la cultura e il sapere. Ma sono certo che una società che non comprende questo amore e anzi lo disprezza, sta perdendo delle possibilità. E forse nemmeno si rende conto del pericolo a cui si espone.

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