Uno strano compagno di giochi – Isaac Asimov

“Novantotto… novantanove… cento”.

Gloria abbassò l’avambraccio paffuto dagli occhi e si fermò per un momento, arricciando il naso e battendo le palpebre nella luce del sole. Poi si guardò intorno e si allontanò cautamente di qualche passo dall’albero cui stava appoggiata.

Girò il collo per esaminare le possibilità di una macchia di arbusti. Il silenzio era profondo, rotto solo dal ronzio incessante degli insetti e qualche cinguettio d’un uccello tenace che sfidava il sole di mezzogiorno.

Gloria fece il broncio. “Scommetto che è entrato in casa, e gli ho detto un milione di volte che non vale”. Con le labbruzze contratte e un cipiglio severo che le aggrottava la fronte, si avviò decisa verso la casa a due piani dall’altra parte della staccionata.

Troppo tardi, udì un fruscio alle sue spalle, seguito dal tipico, ritmico clump-clump dei pesanti piedi di Robbie. Si girò di scatto e vide il suo compagno traditore emergere dal nascondiglio e dirigersi a tutta velocità verso l’albero che era “il tocco”.

Gloria strillò indignata. “Aspetta, Robbie! Non vale, Robbie! Mi avevi promesso che non ti saresti messo a correre prima che ti trovassi”. I suoi piedini non potevano farle guadagnare terreno nei confronti dei passi giganteschi di Robbie. Poi, a meno di tre metri dal “tocco”, il passo di Robbie rallentò, rallentò ancora, e Gloria, con uno scatto finale toccò per prima la corteccia dell’albero.

Allegramente, si girò verso il fedele Robbie. “Robbie non è capace di correre”, gridò con tutta la potenza vocale dei suoi otto anni. “Io posso batterlo quando voglio! Robbie corre da far pena!”

Robbie non rispose… perché non poteva. Nonostante tutto quel che era in grado di fare la scienza, era ancora impossibile dotare i robot di apparecchiature fonografiche abbastanza complesse senza sacrificare la mobilità. Quindi si accontentò di sollevarla nell’aria e di farla roteare fino a quando la bambina lo supplicò di rimetterla a terra.

“Comunque, Robbie, adesso tocca a me nascondermi”, insistette lei, seria seria. “Perché tu hai le gambe più lunghe e poi avevi promesso di non correre prima che ti trovassi”.

Robbie annuì e si girò, obbediente, verso l’albero. Una sottile pellicola metallica scese sugli occhi luminosi, e dall’interno del suo corpo uscì un ticchettio regolare… sembrava un metronomo che scandisse i secondi.

“Adesso non sbirciare… e non saltare qualche numero”. E Gloria corse a nascondersi.

Al centesimo secondo le palpebre si alzarono e gli splendenti occhi rossi di Robbie si guardarono intorno. Si posarono per un momento su un lembo di stoffa colorata che spuntava dietro un macigno. Poi un tentacolo batté sul torace metallico con un clang risonante e un altro puntò diritto verso il macigno. Gloria usci fuori, imbronciata.

“Hai sbirciato!” esclamò, con clamorosa ingiustizia. “E poi sono stanca di giocare a nascondino. Prendimi a cavalluccio”.

Ma Robbie s’era offeso per quell’accusa ingiusta, perciò si sedette meticolosamente e scosse la testa da una parte e dall’altra.

Il tono di Gloria divenne subito dolce e suadente. “Avanti, Robbie. Non ho detto sul serio che hai sbirciato. Portami a cavalluccio. Se non lo fai, mi metto a piangere”. Il visetto si contrasse paurosamente.

L’inflessibile Robbie non fece gran caso a quella prospettiva spaventosa, e Gloria si sentì in dovere di giocare il suo asso di briscola.

“Se non lo fai”, esclamò con calore, “non ti racconterò più le favole, così impari!”

Robbie si arrese subito e senza condizioni, e annuì vigorosamente, fino a quando il collo metallico prese a ronzare. Con delicatezza, sollevò la bambina e se la posò sulle spalle ampie e piatte.

Le lacrime minacciate da Gloria sparirono: ridacchiò felice. La pelle metallica di Robbie, mantenuta alla temperatura costante di ventun gradi dalle bobine interne ad alta resistenza, era piacevolmente tiepida, e il suono splendido delle scarpette che battevano in modo ritmico sul petto del robot era incantevole.

“Sapevo che mi avresti portato a cavalluccio per farti raccontare le favole, Robbie”, ridacchiò lei. “Lo sapevo”. Gli abbracciò la testa e cominciò a sobbalzare in su e in giù.

“Più svelto, Robbie, più svelto”, e il robot accelerò l’andatura fino a quando la vibrazione trasformò la risata felice di Gloria in sussulti convulsi. Corse attraverso il campo, fino all’erba alta dalla parte opposta, e poi si fermò con una subitaneità che strappò uno strillo alla bambina accaldata, e la fece ruzzolare su quel soffice tappeto naturale.

Gloria ansimò e sbuffò e lanciò esclamazioni intermittenti, sussurrate: “Che bello!”

Robbie attese che la bambina avesse ripreso fiato e poi alzò un tentacolo e le tirò delicatamente i capelli, per segnalare che richiedeva la sua attenzione.

“Che cosa vuoi, Robbie?” chiese Gloria, maliziosamente, fingendo un’ingenua sorpresa che non ingannò il saggio Robbie. Lui tirò un po’ più forte un ricciolo dorato.

“Oh, ho capito! Vuoi una favola”. Robbie annuì, pronto. “Quale?” Robbie piegò a semicerchio un dito snodato. “Ma Cenerentola te l’ho raccontata un milione di volte! Non sei ancora stanco?” Il semicerchio rimase immutato.

“Oh, va bene”. Gloria si sistemò, riepilogò mentalmente i particolari della favola, e cominciò.

“Pronto? Dunque… c’era una volta una bambina bellissima che si chiamava Ella. E aveva una matrigna terribile e cattiva e due sorellastre bruttissime e cattivissime e…”

Gloria stava arrivando al momento culminante della favola quando ci fu l’interruzione.

“Gloria!”

“Mamma mi chiama”, disse Gloria, non molto soddisfatta. “Portami a casa, Robbie”.

Robbie obbedì, pronto. La madre di Gloria lo metteva a disagio.

“Ho gridato da sgolarmi, Gloria”, disse in tono severo Mrs. Weston. “Dov’eri?”

“Ero con Robbie”, rispose intimidita Gloria. “Gli stavo raccontando la favola di Cenerentola e ho dimenticato che era ora di pranzo”.

“Bene, peccato che l’abbia dimenticato anche Robbie”. Poi, come se questo le ricordasse la presenza del robot, si girò verso di lui. “Puoi andare, Robbie. Adesso non ha bisogno di te”. Poi, bruscamente: “E non tornare se non ti chiamo io”.

Robbie si voltò per andarsene, ma esitò quando Gloria gridò in sua difesa: “Lascialo restare, mamma, per piacere, lascialo retare. Voglio finire di raccontargli Cenerentola”.

“Gloria!”

“Davvero, mamma, se ne starà buono e tranquillo e tu non ti accorgerai neanche che ci sia. No, Robbie?”

Robbie agitò la testa massiccia in alto e in basso, una volta sola, chiaramente impaurito dalla donna che gli stava davanti.

“Gloria, se non la finisci immediatamente, non vedrai Robbie per una settimana”.

La bambina abbassò gli occhi. “E va bene! Ma Cenerentola è la sua favola preferita!”

Il robot se ne andò a passo sconsolato, e Gloria trattenne a fatica un singhiozzo.

George Weston non fu molto soddisfatto quando vide entrare sua moglie. Dopo dieci anni di vita coniugale, era ancora così indicibilmente sciocco da amarla, e senza dubbio era sempre contento di vederla… ma i pomeriggi della domenica, subito dopo pranzo, erano sacri, e il suo desiderio più grande era di essere lasciato in pace per due o tre ore. Perciò, fissò con fermezza le ultime notizie sulla spedizione Douglas alla Luna (che prometteva di riuscire) e fece finta di non vedere la moglie.

Mrs. Weston attese con pazienza per due minuti, poi con impazienza per altri due, e finalmente ruppe il silenzio.

“George!”

“Umf!”

“George, ho detto! Vuoi posare quel giornale e guardarmi in faccia?”

Il giornale cadde sul pavimento con un fruscio e Weston girò verso la moglie la faccia stanca. “Che c’è, cara?”

“Lo sai benissimo che cosa c’è, George. Si tratta di Gloria e di quell’orribile macchina”.

“Quale orribile macchina?”

“Non far finta di non capire quello che sto dicendo. È quel robot che Gloria chiama Robbie. Non la lascia mai un momento”.

“Beh, perché dovrebbe lasciarla? Non deve farlo. E non è certamente un’orribile macchina. È il miglior robot che si possa comprare, e Dio sa se non mi è costato mezzo anno di stipendio. E ne valeva la pena, anche… è molto più sveglio, lui, di una buona metà del personale del mio ufficio”.

Fece per riprendere il giornale, ma sua moglie più svelta glielo sottrasse.

“Stammi bene a sentire, George. Non voglio che mia figlia sia affidata a una macchina… e non mi interessa se è sveglia. Una bambina non è fatta per essere affidata a un coso di metallo”.

“Cara! Un robot è infinitamente più fidato di una bambinaia umana. Robbie è stato costruito con un unico scopo… per fare compagnia a un bambino. La sua “mentalità” è stata creata apposta. Non può fare a meno di essere fedele, affezionato e buono. È una macchina… fatta così”.

“Sì, però potrebbe succedere qualcosa. Qualche… qualche…” Mrs. Weston aveva nozioni molto vaghe circa la composizione interna di un robot. “Qualche rotella un giorno o l’altro si staccherà e quel coso orrendo impazzirà e… e…” Non trovò la forza di completare quel pensiero molto evidente.

“Sciocchezze”, contestò Weston. “Tu dai la caccia alle ombre, Grace. Fai finta che Robbie sia un cane. Ho visto centinaia di bambini che andavano egualmente pazzi per i loro animali”.

“Un cane è diverso. George, dobbiamo sbarazzarci di quel coso orribile. Puoi rivenderlo facilmente alla società”.

“Questo è escluso, Grace, e non voglio più sentirne parlare. Faresti meglio a smettere di leggere Frankenstein… se è quello che stai facendo”.

E se ne andò sbuffando.

Però amava sua moglie… e quel che era peggio, sua moglie lo sapeva. George Weston, dopotutto, era soltanto un uomo, e sua moglie ricorse a tutte le arti e a tutte le astuzie che il sesso più goffo e più scrupoloso ha imparato a temere da tempo immemorabile.

Per dieci volte, durante la settimana seguente, gridò: “Robbie resta… è la mia ultima parola!” E ogni volta l’affermazione era più debole e accompagnata da un gemito più sonoro e tormentato.

E venne finalmente il giorno in cui Weston abbordò la figlioletta con aria colpevole e le propose un “bellissimo” spettacolo di visivox in paese.

Gloria batté le mani, felice. “Può venire anche Robbie?”

“No, cara”. E come gli rimordeva la coscienza! “Non lasciano entrare i robot al visivox… e poi potrai raccontargli tutto quando tornerai a casa”. Incespicò sulle ultime parole e si disse che era un bugiardo poco convincente.

Gloria tornò dal paese traboccante di entusiasmo, perché il visivox era stato uno spettacolo veramente grandioso, e le avventure del famoso comico Francis Fran fra i feroci “uomini-leopardo della Luna” le avevano strappato raffiche di risate deliziosamente isteriche.

Rientrò correndo in casa e si fermò di colpo alla vista di un bellissimo collie che la guardava con i seri occhi castani e dimenava la coda, sulla veranda.

“Oh, che bel cane”. Gloria si avvicinò guardinga e l’accarezzò. “È per me, papà?”

Weston si schiari la gola, impacciato, e si chiese se quella so­stituzione sarebbe servita a qualcosa. “Sì, cara!”

“Oh…! Grazie, grazie, papà”. Poi, girandosi precipitosamente, scese di corsa le scale della cantina, gridando: “Oh, Robbie! Vieni a vedere cosa mi ha portato papà, Robbie!”

Un minuto dopo risalì, spaventata. “Mamma, Robbie non è in camera sua. Dov’è?” Non ci fu risposta, e George Weston tossì e dedicò tutta la sua attenzione a una nuvola vagante. La voce di Gloria tremava, sull’orlo del pianto. “Dov’è Robbie, mamma?”

Mrs. Weston sedette e attirò a sé la figlioletta, dolcemente. “Non prendertela così, Gloria. Robbie è… se ne è andato”.

“Se ne è andato? Dove? Dov’è andato, mamma?”

“Non lo sa nessuno, tesoro. Se ne è andato e basta. L’abbiamo cercato e l’abbiamo cercato e l’abbiamo cercato, ma non siamo riusciti a trovarlo”.

“Vuoi dire che non lo rivedrò più?” Gli occhi della bambina erano sgranati per l’orrore.

“Può darsi che un giorno lo ritroveremo, e intanto tu puoi giocare con il tuo bel cagnolino nuovo. Guardalo! Si chiama Lighting ed è capace di…”

Ma le palpebre di Gloria straripavano. “Non voglio quel brutto cane… voglio Robbie. Voglio che mi ritrovi Robbie”. L’angoscia diventò troppo profonda perché le fosse possibile esprimerla a parole, e proruppe in uno strillo acuto.

Sua madre gemette, sconfitta, e abbandonò Gloria al suo dolore.

“Lascia che si sfoghi a piangere”, disse al marito. “I dispiaceri dei bambini non durano mai. Tra qualche giorno, avrà dimenticato che quel coso orrendo sia mai esistito”.

Ma il tempo dimostrò che Mrs. Weston era stata un po’ troppo ottimista. Certo, Gloria smise di piangere, ma smise anche di sorridere, e con il trascorrere dei giorni sembrava che il suo dolore crescesse. Poco a poco, il suo atteggiamento di passiva infelicità logorò Mrs. Weston; e l’unica cosa che le impediva di cedere era l’impossibilità di dichiararsi sconfitta di fronte a suo marito.

Poi, una sera, si precipitò in soggiorno, sedette, incrociò le braccia, e restò lì, a bollire di rabbia.

Il marito allungò il collo per vederla al di sopra del giornale. “E adesso che c’è, Grace?”

“È la bambina, George. Oggi ho dovuto restituire il cane. Gloria non sopportava più di vederselo davanti. Mi sta facendo venire l’esaurimento nervoso”.

Weston posò il giornale e un luccichio speranzoso gli passò negli occhi. “Forse… forse dovremmo riprendere Robbie. Si può fare, sai. Posso mettermi in contatto con…”

“No!” ribatté lei, decisa. “Non voglio sentirne parlare. Non ci arrenderemo tanto facilmente. Mia figlia non sarà allevata da un robot, anche se ci volessero anni per levarglielo dalla testa. Gloria ha bisogno di cambiare ambiente. La porteremo a New York”.

“Oh, signore”, gemette la sua metà. “Si torna all’asfalto bollente”.

“Devi farlo”, fu la risposta incrollabile. “Gloria ha perso più di due chili in un mese e la salute di mia figlia conta per me più delle tue comodità”.

“È un vero peccato che tu non abbia pensato alla salute di tua figlia prima di toglierle il suo robot”, borbottò lui… tra sé.

Gloria diede segni immediati di miglioramento, quando le fu detto dell’imminente viaggio in città. Cominciò a sorridere e a mangiare con un po’ dell’appetito d’una volta.

Mrs. Weston non si lasciò sfuggire l’occasione per trionfare sul marito, che era ancora scettico.

“Hai visto, George, adesso chiacchiera come se non avesse un pensiero al mondo. È proprio come ti dicevo io… bastava trovarle nuovi interessi”.

“Umf”, mormorò il marito. “Me lo auguro”.

Di ottimo umore, la famigliola andò in macchina all’aeroporto e prese l’aereo di linea.

“Vieni, Gloria”, chiamò Mrs. Weston. “Ti ho tenuto un posto accanto al finestrino, così potrai guardare il panorama”.

“Sì, mamma”, rispose Gloria, senza entusiasmo. Si girò verso la madre con un’aria d’intesa misteriosa.

“Io so perché andiamo in città, mamma”.

“Davvero?” Mrs. Weston era perplessa. “Perché, cara?”

“Non me l’hai detto perché volevi farmi una sorpresa, ma io lo so”. Per un momento restò assorta nell’ammirazione del proprio acume, poi rise allegramente. “Andiamo a New York per trovare Robbie, non è vero?”

Mrs. Weston conservò l’autocontrollo, ma aveva i nervi a fior di pelle.

“Può darsi”, ribatté acida. “Adesso siediti e stattene buona, per amor del cielo”.

New York, in quel fortunato anno 1982, era il posto ideale per una bambina di otto anni. I genitori di Gloria la condussero a vedere tutto quel che c’era d’interessante.

Gloria fu portata sulla cima del Roosevelt Building, alto mezzo miglio, e guardò con reverente meraviglia il panorama irregolare dei tetti, che lontano lontano si perdevano tra i campi di Long Island e del New Jersey. Visitarono gli zoo, dove Gloria guardò con un delizioso brivido di spavento il “vero leone vivo” (e fu un po’ delusa nel vedere che i guardiani gli davano da mangiare costate crude anziché esseri umani come aveva previsto lei), e chiese perentoriamente di vedere “la balena”.

Poi fu la volta dei musei e dei parchi e delle spiagge e degli acquari.

Venne accompagnata a un’escursione sul fiume Hudson a bordo di un battello arredato nel delizioso stile antiquato dei “gai Anni Venti”. Viaggiò nella stratosfera in un volo dimostrativo, fin dove il cielo diventava color porpora scuro e le stelle si accendevano e la Terra nebbiosa, laggiù, diventava un’enorme conca. Fu condotta sotto le acque del Long Island Sound, a bordo di un sottomarino dalle paratie di vetro, in un mondo verde e ondeggiante, dove strani, curiosi animali marini la guardavano sgranando gli occhi e guizzavano lentamente avanti e indietro.

E quando quel mese stava per finire, i Weston si convinsero di aver fatto tutto il possibile e immaginabile per distogliere una volta per tutte Gloria dallo scomparso Robbie… ma non erano completamente sicuri di esserci riusciti.

Ma fu l’episodio al Museo della Scienza e dell’Industria a convincere Mrs. Weston. Era completamente assorta nelle prodezze di un potente elettromagnete quando si accorse all’improvviso che Gloria non era più con lei. Il panico iniziale lasciò il posto alla calma decisione; e con l’aiuto di tre guardiani, i Weston incominciarono le ricerche.

La sparizione di Gloria fu spiegata abbastanza semplicemente. Al secondo piano, un enorme cartello diceva: “Da questa parte il Robot Parlante”. Gloria l’aveva letto e, siccome s’era accorta che i genitori non sembravano intenzionati a muoversi nella direzione giusta, aveva deciso di andarci da sola.

Il “Robot Parlante”, come realizzazione scientifica, lasciava molto a desiderare. Estendeva una massa rigida di cavi e di bobine su venticinque metri quadrati, e tutte le funzioni robotiche erano state subordinate all’attributo essenziale della favella. Funzionava — e da questo punto di vista rappresentava una vittoria — ma poteva tradurre in parole soltanto i concetti più semplici e concreti. Certamente, era molto meno intelligente di quanto Gloria giudicasse Robbie.

Gloria osservò in silenzio per un po’, e attese che gli altri due o tre visitatori arrivati lì insieme a lei se ne andassero. Poi, quando restò sola un momento, si affrettò a chiedere: “Ha visto Robbie, signor Robot?” Non sapeva bene come bisognava rivolgersi a un robot che parlava.

Vi fu un ronzio oleoso di ingranaggi e una voce dal timbro metallico tuonò parole prive di accento e d’intonazione. “Chi… è… Robbie?”

“È un robot, signor Robot. Proprio come lei, vede, ma naturalmente non sa parlare”.

“Un… robot… come… me?”

“Sì, signor Robot”.

Ma l’unica risposta del robot parlante fu un balbettio e una serie di suoni incoerenti. Il concetto di altri robot come lui aveva bloccato il suo apparato “pensante”, perché non possedeva la complessità mentale necessaria per afferrare l’idea.

Gloria stava ancora aspettando la risposta della macchina con impazienza ben dissimulata, quando sentì dietro di lei il grido “Eccola!” e riconobbe la voce di sua madre.

“Cosa ci fai qui, cattiva?” gridò Mrs. Weston, mentre l’ansia si mutava immediatamente in collera. “Lo sai che hai fatto quasi morire di paura mamma e papà? Perché sei scappata via?”

“Sono solo venuta a vedere il robot parlante, mamma. Credevo che potesse sapere dov’è Robbie, perché sono robot tutti e due”. E poi, al pensiero di Robbie, scoppiò in un’improvvisa tempesta di pianto. “Oh, mamma, voglio rivedere Robbie. Mi manca tanto!”

Sua madre si lasciò sfuggire un grido soffocato che era quasi un singhiozzo e disse al marito: “Vieni a casa, George. Non lo sopporto più”.

Quella sera, George Weston uscì per sbrigare una misteriosa commissione, e la mattina dopo abbordò la moglie con un’aria di soddisfazione molto sospetta.

“M’è venuta un’idea, Grace”.

“A proposito di che?” ribatté lei, tetra e senza interesse.

“A proposito di Gloria”.

“Avanti, sentiamo. Tanto vale che ti ascolti. Qualunque cosa io faccia, sembra che non serva a niente. Ma ricordati che non acconsentirò mai a riprendermi quell’orribile robot”.

“Certo che no. Questo è inteso. Comunque, ecco quello che ho pensato. Il guaio, con Gloria, è che lei considera Robbie una persona e non una macchina. Naturalmente non può dimenticarlo. Ora, se riuscissimo a convincerla che Robbie non era altro che una massa d’acciaio e di rame in forma di lastre e di cavi, con l’elettricità al posto del sangue, per quanto durerebbe questa aberrazione?”

Mrs. Weston aggrottò la fronte, pensierosa. “Mi sembra una buona idea, ma come farai?”

“Semplice. Dove credi che sia stato, ieri sera? Ho convinto il vecchio Finmark della Finmark Robot Corporation a organizzarci una visita completa della sua fabbrica per domani. Andremo tutti e tre, e prima che abbiamo finito, Gloria si sarà convinta che un robot non è vivo”.

La moglie spalancò gli occhi. “Oh, George, come hai fatto a pensarci?” C’era una luce decisa nel suo sguardo. “Gloria non dovrà perdersi una sola fase del procedimento. Sistemeremo la faccenda una volta per tutte”.

Mr. Struthers era un direttore generale coscienzioso e naturalmente un po’ loquace. Il risultato fu una visita ricca di spiegazioni ad ogni passo… forse addirittura troppo. Nonostante questo, Mrs. Weston non si annoiava. Anzi, lo interruppe diverse volte e lo pregò di ripetere le sue affermazioni in un linguaggio più semplice, in modo che Gloria potesse comprendere. Incantato da quell’apprezzamento della sua eloquenza, Mr. Struthers spiegò e spiegò, giovialmente, e diventò ancora più comunicativo… ammesso che fosse possibile.

Weston, però, dava segni di una strana impazienza… un’impazienza quasi collerica.

“Mi scusi, Struthers”, interruppe all’improvviso, nel bel mezzo di una conferenza sulle cellule fotoelettriche, “ho saputo che c’è un reparto, in questa fabbrica, dove lavorano esclusivamente i ro­bot”.

“Eh? Oh, sì! Sì, infatti!” Mr. Struthers sorrise a Mrs. Weston. “In un certo senso è un circolo vizioso… robot che creano altri robot. Tuttavia, non intendiamo introdurlo come sistema generalizzato. Vede”, continuò, battendosi gli occhiali sul palmo della mano, “il robot…”

“Sì, sì, Struthers… possiamo vederlo? Sarebbe un’esperienza molto interessante”.

“Sì! Sì, certo”. Mr. Struthers si rimise gli occhiali con un movimento convulso e proruppe in un colpo di tosse che denotava rassegnazione. “Mi seguano, prego”.

Rimase relativamente taciturno, mentre guidava i tre per un lungo corridoio e giù per una scala. Poi, quando furono entrati in un enorme stanzone luminoso che ronzava di attività metallica, i rubinetti si riaprirono e ricominciò il torrente di spiegazioni.

“Eccoci qui”, disse tra l’altro, e con un tono d’orgoglio nella voce. “Esclusivamente robot! Ci sono cinque uomini che fungono da sovrintendenti, e non sono neppure nel capannone. In cinque anni, da quando abbiamo dato inizio al programma, non è accaduto neppure un incidente. Certo, pochissimi robot, qui, sono intelligenti…”

Già da un po’, la voce del direttore generale giungeva agli orecchi di Gloria in un mormorio monotono. La visita le sembrava piuttosto noiosa e priva di scopo, anche se si vedevano molti robot. Nessuno somigliava sia pure lontanamente a Robbie, e lei li guardava tutti con aperto disprezzo.

Poi il suo sguardo si posò su sei o sette robot indaffarati intorno a un tavolo rotondo quasi al centro dello stanzone. Spalancò gli occhi, sbalordita e incredula. Uno dei robot sembrava… sembrava…

“Robbie!” Il suo grido trapassò l’aria, e uno dei robot intorno al tavolo si arrestò e lasciò cadere l’utensile che stava maneggiando. Gloria si sentì impazzire per la gioia. Si insinuò in mezzo alle sbarre della ringhiera prima che i genitori potessero trattenerla, saltò giù sul pavimento mezzo metro più sotto e corse verso il suo Robbie, agitando le braccia e con i capelli che sventolavano.

E i tre adulti inorriditi, paralizzati, videro quello che la bambina troppo emozionata non vedeva… un enorme, pesante trattore che avanzava ciecamente sui cingoli.

Weston impiegò un secondo esatto per rendersi conto della situazione, ma quel secondo esatto era decisivo, perché era impossibile raggiungere Gloria. Sebbene Weston scavalcasse la ringhiera in un tentativo disperato, sapeva che era inutile. Mr. Struthers segnalò convulsamente agli operatori di fermare il trattore, ma i sovrintendenti erano soltanto esseri umani e per agire occorreva tempo.

Robbie agì, immediatamente e con precisione.

Divorando con le gambe metalliche lo spazio che lo divideva dalla padroncina, si precipitò dalla direzione opposta. Poi accadde tutto nello stesso istante. Con uno scatto d’un braccio, Robbie raccolse Gloria, senza rallentare, e lasciandola completamente senza fiato. Weston, che non capiva esattamente quel che succedeva, sentì Robbie passargli accanto sfiorandolo, più che non lo vedesse, e si fermò all’improvviso, sbalordito. Il trattore intersecò il percorso di Gloria mezzo secondo dopo Robbie, avanzò ancora per tre metri e poi rallentò e si fermò con un gran stridore metallico.

Gloria riprese finalmente fiato, subì una serie di abbracci appassionati da parte dei genitori, e si rivolse di slancio a Robbie. Per lei non era accaduto nulla: aveva soltanto ritrovato il suo robot.

Mrs. Weston si ricompose abbastanza in fretta, aiutata da un sospetto improvviso che l’aveva colpita. Si rivolse al marito e, sebbene fosse scompigliata, riuscì ad assumere un’aria formidabile. “Avevi combinato tutto apposta, vero?”

George Weston si terse con il fazzoletto la fronte sudata e bruciante. La mano non era troppo sicura, e le sue labbra erano incurvate in un sorriso tremulo e debolissimo. “Ma, Grace, non avevo idea che l’incontro sarebbe stato così violento”.

Weston la guardò attentamente e azzardò un’altra osservazione. “Del resto, non puoi negare che Robbie le abbia salvato la vita. Adesso non puoi più mandarlo via”.

Sua moglie rifletté. Era piuttosto difficile restare in collera. Si voltò verso Gloria e Robbie e li guardò distrattamente per un momento. Gloria stringeva il collo del robot con una forza che avrebbe asfissiato un essere non metallico, e farfugliava frasi sconnesse con una frenesia quasi isterica. Le braccia d’acciaio cromato di Robbie (capace di piegare e attorcigliare una sbarra d’acciaio del diametro di cinque centimetri) reggevano delicatamente e affettuosamente la bambina, e i suoi occhi ardevano d’un rosso intensissimo.

La collera di Mrs. Weston svanì ancora di più. Diventò quasi bonaria.

“Beh”, mormorò alla fine, sorridendo controvoglia, “credo che Robbie potrà restare con voi fino a quando arrugginirà, per quel che me ne importa”.

 

Uno strano compagno di giochi (Robbie) – Strange Playfellow – di Isaac Asimov – Super Science Stories, settembre 1940

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