La vera storia di Barbablù

Quando eravamo piccoli, uno dei momenti più belli della giornata era la favola della buonanotte. Albert Einstein diceva (forse, ormai le citazioni di Einstein sono incontrollabili):

“Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli una fiaba; se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più”.

Non mi sto a sperticare sull’importanza di leggere le favole, pratica che io ho fatto molto poco con mio figlio (ci hanno pensato la mamma e la nonna, per fortuna).

Le favole che venivano raccontate per indurre al sonno erano perlopiù di Hans Christian Andersen (L’acciarino magico, La principessa sul pisello, La sirenetta, La piccola fiammiferaia, Il brutto anatroccolo), dei fratelli Grimm (Biancaneve, Hänsel e Gretel, Raperonzolo) e di Charles Perrault.

Charles Perrault è stato uno scrittore francese, autore del celebre libro di fiabe “Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, noto anche come “Contes de ma mère l’Oye” (in italiano “I racconti di Mamma Oca“), raccolta di undici fiabe fra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù, La bella addormentata, Pollicino, Cenerentola e Il gatto con gli stivali.

Rileggendole adesso, alcune di quelle fiabe avevano dei risvolti horror che fanno rabbrividire ancora oggi!

Lupi squartati, bambini che prima corrono il rischio di essere mangiati e poi bruciano la strega che li voleva mangiare, cerbiatti orfani, mele avvelenate, lavoro minorile, segregazione forzata… un armamentario di orrori che mi fanno chiedere, ma questi autori da dove prendevano ispirazione?

Forse dagli atti dei tribunali dell’epoca? In effetti, su Barbablù un’idea io ce l’ho…

Gilles de Montmorency-Laval, conosciuto principalmente con l’appellativo di Gilles de Rais, Barone di Rais, fu signore di varie località in Bretagna, Angiò e Poitou, capitano dell’esercito francese e compagno d’armi di Giovanna d’Arco.

Quando nacque, la Guerra dei Cent’anni stava conoscendo un periodo di tregua. Ben presto sarebbe però deflagrata la terza e più cruenta fase, quella della cosiddetta Guerra dei Lancaster.

Dopo la prematura morte dei genitori, era stato affidato alle cure del nonno materno Jean de Craon, ricchissimo e dissoluto signore feudale. De Craon, che con la sua banda era solito assalire nobili e proprietari terrieri a fini di riscatto, faceva parte di quegli eredi dell’antica cavalleria diventati ormai predatori.

Il giovane Gilles, cresciuto fra agi e vizi, partecipava a quelle scorrerie distinguendosi per ardore e crudeltà pari a quella del nonno. All’età di sedici anni sposò la figlia unica di un ricco possidente, Caterina de Thouars, nipote della seconda moglie del nonno. Forte delle immense fortune di famiglia, Gilles iniziò a condurre una vita di eccessi e sperperi, che lo portò a dilapidare gran parte delle ricchezze accumulate dalla famiglia.

Fu allora che Jean de Craon, approfittando dei suoi legami d’amicizia con Jolanda d’Aragona, suocera di Carlo VII, riuscì a introdurre suo nipote a corte e indirizzarlo verso la carriera militare, nella speranza di moderarne gli ardori. Iniziava in quel momento una nuova fase dell’esistenza di Gilles che, a soli ventitré anni, veniva posto alla testa di un esercito del ducato d’Angiò.

Quella del mestiere delle armi fu una parentesi inattesa della sua vita, che lo portò a distinguersi fino a ottenere il riconoscimento di maresciallo di Francia.

Gilles si rivelò un brillante condottiero e, durante la carriera militare, l’ideale di eroismo che lo guidava riuscì a prevalere sulla sua inclinazione criminale, costringendo la parte perversa e maligna della sua natura di acquattarsi in un angolo buio della mente, in attesa di tempi più propizi per riemergere. Come spesso accade, fu una figura opposta alla sua ad attrarre Gilles: quella di Giovanna d’Arco, che divenne sua compagna d’armi.

Mai personalità potevano essere più in contrasto; eppure, accanto a Giovanna d’Arco, Gilles combatté con grande entusiasmo e valore, fino a meritarsi l’appellativo di “valoroso cavaliere d’armi” e poi, dopo l’incoronazione di Carlo VII a Reims, la nomina a maresciallo di Francia. Giovanna pretendeva di avere Gilles sempre a suo fianco in battaglia, ben conoscendo le doti di coraggio e ardimento del barone de Rais.

Giovanna cadde in disgrazia, fu ferita e sconfitta alle porte di Parigi, e subito dopo catturata. Si era nel 1430. L’anno dopo iniziò il celebre processo, alla fine del quale sessanta giudici ecclesiastici, assistiti dal legato del Papa, la dichiararono colpevole di sedici capi d’imputazione, fra cui spiccavano le accuse di stregoneria, eresia, idolatria e commercio col Diavolo. Era il 23 maggio 1431, e Giovanna sarebbe stata messa al rogo nella piazza di Rouen il successivo 30 maggio.

Da quel momento Gilles si rintanò nelle sue fortezze vandeane per tre anni, e l’uomo d’armi che era stato l’orgoglio della Bretagna cattolica, cominciò una progressiva discesa agli inferi. La morte del nonno, avvenuta nel novembre del 1432, non fece che abolire ogni residuo limite, nella mente di Gilles.

Attorniato da una fedele corte di domestici e di complici, fra cui spiccavano per sadismo i suoi due cugini, Gilles de Sillé e Roger de Bricqueville, il barone de Rais lasciò dietro di sé una lunga scia di abominevoli delitti a sfondo sessuale, che avevano come vittime bambini di entrambi i sessi, spesso presi in trappola mentre chiedevano l’elemosina sul portone d’ingresso delle sue numerose dimore. Ogni suo castello, da Laval a Ingrande, da Champtocè a Tiffauges, da Machecoul a La Suze fino a Nantes, era stato dotato di una speciale camera di torture e, all’interno di quelle mura, venivano commessi i più atroci delitti.

Torturati per giorni, violentati, decapitati oppure squartati, e infine fatti a pezzi, non si venne mai a sapere con esattezza il numero delle sventurate vittime – si parlò di più di duecento bambini, ma probabilmente era un conteggio per difetto – che finirono nelle grinfie di Gilles e dei suoi sodali.

In quegli anni riunì i migliori esperti di arti alchemiche, da Antonio da Palermo a Francesco Lombardo, da Jean Petit a Jean de la Rivière ma, nonostante i numerosi forni istallati nei manieri del barone, gli alchimisti non riuscirono a produrre la famosa polvere rosa, quella da proiezione, necessaria per produrre la pietra filosofale. Allora gli alchimisti cercarono di evocare Satana, ma senza produrre effetti evidenti. Poi, dall’Italia arrivò un misterioso venticinquenne di Montecatini, già chierico di Arezzo e famoso per le sue presunte arti di taumaturgo. Era stato il confessore di Gilles, l’abate Eustache Blanchet, a scovarlo nei bassifondi di Firenze.

Il suo nome era Francesco Prelati. Si era nel maggio del 1438, e l’arrivo del Prelati diede un’accelerata improvvisa alla corsa di Gilles de Rais verso la dannazione eterna. Nel castello di Tiffauges venne approntata una grande sala per l’evocazione del demonio, con incenso, mirra, aloe, candelabri, fiaccole e un paio di libri profani contenenti formule magiche per l’evocazione di Satana. Tutto era pronto, ma il Diavolo faceva le bizze e non si degnava di apparire. Allora Prelati annunciò che si dovevano aumentare le messe sataniche e i sacrifici di bambini e iniziò un’altra ecatombe di adolescenti.

Il 15 maggio del 1440, quando già le voci dei suoi crimini si stavano amplificando, Gilles superò il limite irrompendo armato con i suoi uomini nella chiesa di Saint-Etienne-de-Mermorte, per ingiuriare il tesoriere del duca di Bretagna, al quale aveva da poco venduto il proprio castello di Saint-Etienne. Gilles, in ristrettezze economiche dopo aver sperperato gran parte dei suoi beni, si era messo in testa di essere stato truffato, ed esigeva il riscatto del maniero, a costo di riprenderlo con le armi.

Quel gesto inconsulto – l’irruzione armata in una chiesa costituiva un sacrilegio – procurò al barone l’inimicizia del duca di Bretagna e del vescovo di Nantes, e ciò gli procurò gli strami sia della giustizia ecclesiastica che di quella secolare. Iniziò un processo che sarà ricordato a lungo e, a nove anni di distanza da Jeanne, anche il suo compagno d’armi subì la stessa sorte.

Ricostruita soprattutto in base agli archivi storici, la storia ci lascia comunque con il dubbio iniziale. Gilles De Rais è stato un eroe di guerra o un mostro sanguinario?

La verità sul Gilles De Rais non ci sarà mai nota. Soltanto due cose resteranno abbastanza certe: la prima è che la confessione, essendo stata ottenuta con la forza, è comunque inesatta e volutamente esagerata. La seconda è che De Rais in qualche modo si era sicuramente macchiato di qualche crimine e non merita di essere ricordato esclusivamente come un eroe al servizio dell’esercito francese.

E chissà se la sua storia, duecento anni dopo, ispirò Perrault…

“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.”

8 pensieri riguardo “La vera storia di Barbablù

  1. Non ti sei mai letto le filastrocche “Der Struwwelpeter” scritte dal Dr. Heinrich Hoffmann per il suo piccino di tre anni? Come lui stesso scrisse, nel Natale del 1844 voleva acquistare un libretto per il suo bambino ma quello che trovò erano “lunghi racconti moraleggianti” così comperò un quaderno bianco, inventò filastrocche e le corredò con disegni…leggile, altro che le favole orrende della nostra infanzia con lupi squartati ecc. A me le storie di Pierino Porcospino le raccontava la bisnonna, memore della sua educazione austro-ungarica e mi facevano paura. E anche quelle di Max und Moritz non sono da meno. Mia figlia aveva gli incubi dopo aver visto le immagini di Pollicino e l’orco illustrate dal Doré.

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