Winston Coe

Nella vita capita anche che, abbassando lo sguardo per cercare ciò che hai perso, scorgi proprio per questo qualcos’altro che vale la pena raccogliere.

Alex Zanardi

Winston Coe era un entusiasta e amava il calcio.

Figlio di un famoso ammiraglio, era immigrato in Argentina dall’Irlanda in cerca di fortuna, lasciandosi alle spalle l’Europa e provando a sfondare in un mondo, quello del calcio argentino di inizio secolo (scorso), mondo che era ancora dilettantistico.

Non c’erano i club che ora fanno la storia de “el fùtbol”: non esisteva il Newell’s Old Boys, né il Boca Juniors, così come non c’era il River Plate o l’Independiente.

C’erano club come l’Alumni, il Reformer e il Barracas Athletic.

Fu proprio in quest’ultimo che Coe entrò, facendo parte del Consiglio di Amministrazione di un club che intendeva rappresentare la “nobiltà” inglese che si era trasferita da quella parte dell’oceano.

Un giorno, nel 1906, il portiere titolare, tale José María Buruca, detto Laforia, firmò per l’Alumni e lasciò l’Atletico Barracas senza portiere titolare e senza possibilità di risolvere il problema in tempi brevi.

Unica soluzione (che avremmo trovato anche noi, in quella situazione): ruotare, affinché, a turno, tutti ricoprissero il ruolo di portiere.

Ma molti giocatori non erano soddisfatti di quella soluzione, finché Coe si fece avanti:

“Se posso dare una mano sarò ben lieto di farlo. Due no, ma una sì. Molto volentieri”.

E non era una battuta: a Winston mancava un braccio. L’intera squadra, quando Coe si propose davanti alla dirigenza, scoppiò in un applauso commovente e liberatorio.

L’11 agosto 1906 il debutto tra i pali, contro l’Estudiantes di Buenos Aires (non quello attuale, de “La Plata”).

Grandissima prestazione di Coe, ma l’Atletico perse comunque 2 a 1.

Il quotidiano “La Pensa”, la mattina seguente, scrisse:

“Coe ha interrotto quasi tutti gli attacchi rivali. Non è facile giocare in un ruolo del genere in condizioni simili. Sicuro nel fermare la palla, grandi balzi per parare i tiri rivali, trasmette una fiducia encomiabile”.

E le due partite successive, contro le corazzate Reformer e Alumni, non fecero che confermare la doti di Coe tra i pali. L’Atletico perse 11 a 0 e 5 a 0, rispettivamente, ma, come riportarono le cronache

“le sconfitte sarebbero state ancora più catastrofiche se non ci fosse stato Coe tra i pali”.

Winston continuò così nella carriera di portiere, sbalordendo ben presto non più solo compagni o società, ma tutta l’Argentina ed il mondo intero.

Ancora oggi, infatti, con i dovuti paragoni, è considerato uno dei migliori estremi difensori “albicelesti” di tutti i tempi.

E se il destino lo aveva privato di un braccio, la vita gli diede modo di dimostrare che non è quello che manca che è importante, ma quello che c’è.

2 pensieri riguardo “Winston Coe

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