Storia, magistra vitae – Katër i Radës

Quando, vagando su internet o ascoltando il telegiornale, sento un cognome simile al mio, gli do un’attenzione particolare.

Questo perché ho un cognome non comune, anche se in Italia esistono 93 famiglie “di Castri”, di cui 53 in Puglia e 13 in Lombardia (tra le quali la mia).

Nelle Americhe, soprattutto in Cile e in Canada, ci sono nutrite “colonie” con il mio cognome, e sul muro di Ellis Island c’è anche un Sisto di Castri.

Ellis Island è un isolotto artificiale, realizzato con i detriti derivanti dagli scavi della metropolitana di New York, situato alla foce del fiume Hudson nella baia di New York.

Antico arsenale militare, dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura, era il principale punto d’ingresso per gli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti. Quindi il tale Sisto era probabilmente uno di quelli.

Il mio cognome dovrebbe derivare da nomi di località contenenti la radice castr- (dal latino castrum, “luogo fortificato”), come si può evincere da un testo del 1399 rinvenuto nel pavese:

“…Ego Iohannes de Castro, filius quondam domini Gaspardi de Castro Arborii, publicus imperiali autoritate notarius…”.

Poi esistono le varianti. Con la “d” maiuscola, con la particella “di” attaccata a “castri”, con il “de” al posto di “di”.

Proprio una di queste varianti è molto nota in Puglia: “Leone De Castris”, nota azienda vitivinicola sita a Salice Salentino, in provincia di Lecce.

Fondata dal Duca Oronzo Arcangelo Maria Francesco Conte di Lemos (nipote di Ferrante e Francisco, entrambi viceré spagnoli in Italia), poi ereditata dai De Castris, esiste dal 1665.

Ma un De Castris è anche il Procuratore capo di Lecce, e nell’ambito del suo lavoro, quando lavorava a Brindisi, si è trovato ad affrontare una situazione particolare.

Ma partiamo dall’inizio.

La motovedetta A451, soprannominata “Katër i Radës” (in italiano: Battello in rada), fu una delle 11 unità di costruzione sovietica della classe PO 2; realizzata negli anni cinquanta come motosilurante, era stata trasformata in pattugliatore costiero negli anni settanta, dopo essere stata ceduta alla Marina militare albanese.

Rubata negli anni ’90 dal porto di Santi Quaranta (Saranda in albanese, vicino Valona) da gruppi criminali che gestivano il traffico di immigrati clandestini, la Katër fu protagonista di un evento che coinvolse l’Italia.

Il nome di Saranda deriva dal greco Άγιοι Σαράντα (“Agioi Saranda”, ovvero “quaranta Santi”, in riferimento ai Quaranta martiri di Sebaste ai quali è dedicato un monastero bizantino lì vicino, che ho avuto la fortuna di visitare e di cui parlerò in futuro).

Ma torniamo alla nostra storia.

Dopo anni di isolamento forzato e di divieto assoluto di espatrio, con ordini di aprire il fuoco al confine, al crollo del comunismo in Albania nel 1990 migliaia di albanesi iniziarono a fuggire in Italia e Grecia.

Due grandi ondate di persone raggiunsero l’Italia, prima nel marzo e poi nell’agosto 1991.

La prima ondata fu innescata dalla diffusione della notizia che l’Italia stava concedendo visti d’ingresso, cosicché migliaia di persone si imbarcarono al porto di Durazzo su natanti di ogni dimensione diretti in Italia e il governo comunista albanese ancora in piedi definì tale emigrazione una “demenza nazionale”.

A quel punto, circa 20.000 albanesi avevano già raggiunto l’Italia, la maggior parte dei quali sbarcati a Brindisi.

Ricordo che un gruppo di quelli fu radunato nello stadio di Bari e fu distribuita loro la famigerata “razione k”, pasto militare giornaliero in uso nell’esercito.

Nel gennaio 1997 scoppiò una gravissima crisi in Albania a seguito di un’immensa truffa di marketing piramidale, che portò il paese all’anarchia, caos, deterioramento sociale e nella violenza criminale.

Il 2 marzo 1997 avvenne una ribellione con conseguente dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e l’imposizione del coprifuoco, destando gravi preoccupazioni anche in Italia, dove si temeva da un momento all’altro l’arrivo di un altro grande flusso migratorio.

Il governo albanese chiuse l’aeroporto di Tirana e i porti di Durazzo, Saranda e Valona.

In quell’anno di grave crisi e disordine per l’Albania, in Italia al governo c’era il centrosinistra e il presidente del Consiglio era Romano Prodi.

Il ministro degli Esteri era Lamberto Dini; alla Difesa c’era Beniamino Andreatta e agli Interni Giorgio Napolitano.

Il governo italiano decise di adottare una duplice strategia: da una parte offrire accoglienza temporanea nei casi di bisogno effettivo, con l’immediato riaccompagnamento di coloro a cui non era riconosciuto quel bisogno, dall’altra parte evitare un afflusso massiccio di migranti verso l’Italia tramite un accordo con l’Albania.

Il 19 marzo del 1997 venne adottato un decreto legge che regolamentava i respingimenti; il 25 marzo venne firmato un accordo con l’Albania per il contenimento del traffico clandestino di profughi.

L’accordo parlava ufficialmente di un “efficace pattugliamento” delle coste dell’Adriatico e dava alla Marina disposizioni per fare “opera di convincimento” nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania: in pratica però fu un vero e proprio “blocco navale”, criticato apertamente dall’ONU.

Pochi giorni dopo la promulgazione degli accordi, ignari degli stessi, un gruppo di albanesi raggiunse la Katër per imbarcarsi e sperare in un futuro migliore.

Il 28 marzo 1997, venerdì santo, alle tre del pomeriggio la nave si staccò dal molo di Valona,

“sfidando le leggi della fisica e del galleggiamento dei corpi”.

Infatti, sulla piccola imbarcazione, progettata per una decina di membri dell’equipaggio, avevano trovato posto oltre 120 persone.

Organizzatore del viaggio, Lefter Çaushi, fratello di Zani, boss della mala locale. Costo del biglietto: da cinquecentomila a un milione di lire. A bordo, oltre ai clandestini, al timone c’era il capitano Namik Xhaferi.

Nel corso della navigazione, mentre la nave stava per superare l’isola di Saseno, fu intercettata dalla fregata Zeffiro della Marina Militare italiana che, dopo l’identificazione della nave, comunicò la notizia dell’avvistamento al Comando in Capo della Squadra Navale.

Da bordo di nave Zeffiro, rilevato che la Katër era dotata di una mitragliera a prua e che era priva di bandiera, cominciarono le intimazioni di fare rientro alle coste albanesi; ciò nonostante la piccola nave non mutò la propria rotta, anzi pose in essere rapide contromanovre evasive: in particolare, la fregata Zeffiro si avvicinò più volte alla nave – che non rispondeva alle chiamate via radio – e, a mezzo degli altoparlanti di bordo, comunicò alla nave di desistere dal tentativo di raggiungere le coste italiane in quanto, in caso contrario, il comandante della nave sarebbe stato arrestato ed i clandestini i rimpatriati; successive azioni miranti ad ostacolare la navigazione verso l’Italia, furono vanificate dalle contromanovre della nave .

A Taranto arrivarono le comunicazioni radio della Zeffiro:

ore 17,18 da T11 a T6: Unità militare albanese con profughi a bordo … effettua contromanovre. Stiamo chiamando in VHF;

ore 17,20 da T11: sto iniziando ad intimargli di non venire in acque italiane. L’imbarcazione ha una mitragliera a prora. Circa 60 persone a bordo, compreso donne e bambini;

analogamente dal registro delle Radio telecomunicazioni di Maritale (S. Rosa) Roma, risulta:

ore 16,19 da EF a KZ: avvistata unita albanese militare A451 con profughi a bordo. Dirige verso coste italiane.

ore 17,13 da Zeffiro bersaglio A451 identificato unità con clandestini a bordo ed ha richiesto nostro sostegno più ravvicinato;

ore 17,25 vi sono circa 70 persone sul motoscafo tra donne e bambini. È armata con mitragliera a prora. Attualmente l’unità sta effettuando contromanovre. È lunga 23 mt e 7 nodi;

il Brogliaccio Cronologia degli avvenimenti in Centrale Operativa Combattimento di nave Sibilla così segnala:

Ore 17,15 … Zeffiro segnala unità militare con clandestini. L’unità sta contromanovrando;

Ore 17,21 viene comunicato che sulla unità albanese ci sono circa 60 persone tra cui donne e bambini.

In ausilio a nave Zeffiro intervenne appunto la corvetta Sibilla, comandata dall’ufficiale della Marina Militare italiana Fabrizio Laudadio, che ricevette l’ordine di lasciare la zona di pattugliamento assegnatale e di dirigersi verso la fregata Zeffiro.

Frattanto il vento rinforzava ed il mare andava ingrossandosi, mentre il sole stava per tramontare.

La corvetta Sibilla, dunque, raggiunta la nave albanese, dapprima svolse attività di intimazione verbale analoga a quella fino a quel momento effettuata da Zeffiro, raggiungendo da poppa la Katër e ordinandole – attraverso gli altoparlanti di bordo ed il megafono – di fermarsi; la vedetta albanese, tuttavia compì una virata, passando di prua alla corvetta.

Più tardi, verso le 18,30, la corvetta Sibilla raggiunse nuovamente da poppa la Katër ed iniziò a sorpassarla avendola sulla sua sinistra; questa volta, tuttavia, le navi si trovarono ad una distanza laterale inferiore rispetto a quella della prima manovra: il comandante Laudadio, resosi conto della situazione, ordinò “pari indietro tutta”, ovvero la manovra di marcia indietro, nel vano tentativo di evitare il contatto con la Katër o, comunque, di ridurne le conseguenze.

Tale manovra fu, tuttavia, inutile, e le navi collisero con più di un urto: per la piccola nave la collisione fu fatale, nonostante Namik Xhaferi, subito dopo il primo urto, avesse – a sua volta – posizionato il telegrafo di macchina su “indietro tutta”; quando la corvetta iniziò la retromarcia e si allontanò dalla nave – che ormai era un relitto – coloro i quali erano stati scaraventati in mare raggiunsero il relitto, aggrappandosi ad esso.

Furono calate in mare da nave Sibilla le scialuppe di salvataggio e coloro che, ancora vivi, si erano aggrappati al relitto lo abbandonarono temendo che affondasse da un momento all’altro, i naufraghi si aiutarono tra loro, nuotando verso le scialuppe.

All’interno del relitto, invece, il tragico destino si era già compiuto:

“la nave è una grande bara che galleggia solo per le sacche d’aria che si sono formate nei compartimenti allagati e perché l’acqua non può penetrare nei due compartimenti poppieri. Sono gli ultimi momenti, altra acqua entra, tutta fa parte prodiera è già sommersa, solo la poppa emerge tra le onde. Ancora pochi istanti e la motovedetta Katër i Radës si inabissa con il suo carico di corpi inanimati. La tragedia si è consumata”

L’azione di respingimento divenne un disastro umanitario: 57 morti e 24 dispersi. Cioè 81 vittime, di cui 31 sotto i sedici anni.

Chi fosse interessato alla ricostruzione tecnica dello speronamento, alle successive indagini e ai processi che ne scaturirono, può trovare abbondanza di materiale e di ipotesi nel libro “Il naufragio: morte nel Mediterraneo” di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore tarantino prematuramente scomparso due anni fa, ad appena 40 anni.

Nessuno si recò a Brindisi, centrale delle operazioni di recupero: né il presidente del Consiglio Prodi, né il suo vice Veltroni, né il ministro della Difesa Andreatta né quello degli Esteri Dini. D’Alema, segretario del Partito democratico, il primo della maggioranza, collegio elettorale in Puglia, non ci andò nemmeno lui.

In Italia era in corso la campagna per le elezioni amministrative. Il tema degli “albanesi pericolosi” era tutti i giorni in prima pagina su giornali e telegiornali, e da lì a poco sarebbe partita la missione “Alba”, alla quale ho partecipato come “Comandante della Compagnia Porto” a Valona.

Infatti, la situazione in Albania non migliorò, e il governo locale chiese l’intervento di una forza militare internazionale. Il blocco navale permise di intercettare decine di imbarcazioni, ma non fermò i viaggi dei migranti: soltanto il 5 maggio a Bari sbarcarono 1.500 migranti.

In Albania si tennero delle nuove elezioni a giugno; l’Italia in agosto ritirò il suo contingente militare e si impegnò poi ad addestrare le forze militari e la polizia albanese, mentre la situazione tornò molto lentamente a una specie di normalità.

Ah, sia il Comandante Laudadio, sia Xhaferi sono stati condannati. Quello che non capisco è una cosa: perché due avvenimenti simili (mi riferisco alla recente cronaca) hanno epiloghi tanto diversi?

Come mai non ci furono passerelle, denunce in Parlamento, querele nei confronti dei ministri, raccolta di denari per aiutare il povero Xhaferi?

Oltre il danno, anche la beffa. Infatti, Prodi riuscì anche a dire:

“La sorveglianza dell’immigrazione clandestina, attuata anche in mare, rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza”.

Xenofobo?

P.S.: AGGIORNAMENTO

Ho avuto uno scambio di battute sui social con un caro amico, che riporto:

 

LUI: evocare le anime di 50+ morti per poter alludere alla coglionaggine e ipocrisia dei “sinistri” mi sembra veramente un insulto.

IO: Ebbene, lungi da me. Il punto è che quelli che si indignano ora (non parlo della gente comune, ma dei politici) facevano parte del governo di allora e non possono permettersi di fare la morale al popolo italiano. Orfini, Del Rio, e compagnia bella farebbero bene a stare zitti e a non aizzare la gente solo perché al governo c’è Salvini.

Ma veramente… qual è il tuo punto? Che, non indignati allora, non dovremmo indignarci adesso?!?

Io mi sono indignato, nel mio piccolo, allora come ora. E non appoggio né la politica di allora, né quella di ora. L’unica differenza, oltre al fatto che nel ’97 non avevo un blog per rinfrescarmi la memoria, è che allora ero un militare, quindi non avevo opinioni politiche. Perché ubbidivo a degli ordini. Sono stato a Valona due mesi, quell’anno, e ti assicuro che quello che ho visto, se non fossi stato “neutrale”, mi avrebbe colpito molto di più. Arben Latifi, cadavere dentro la sua Mercedes, l’ho consegnato io stesso a Zani. C’era la guerra civile. Quelli sì che scappavano perché non avevano più nulla. Io non ho mai fatto la morale a nessuno. Ma certa gente non si deve permettere di fare la morale a me.

FINE AGGIORNAMENTO

2 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Katër i Radës

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