Il Monastero dei 40 Santi

In passato mi sono ritrovato, per lavoro, soprattutto quando ero nell’Esercito, in posti dove spontaneamente non sarei mai andato. Nel 1997, mentre ero in Albania per la missione “Alba”, mi trovai a scortare un membro dell’Osce.

L’Osce (Organization for Security and Co-operation in Europe ), meglio nota come Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, è un’organizzazione per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa che conta, attualmente, 57 paesi membri ed è, pertanto, la più vasta organizzazione regionale per la sicurezza.

Gli “osservatori”, durante le elezioni albanesi del 29 giugno e del 6 luglio 1997, andavano seggio per seggio a verificare la regolarità delle votazioni.

Quella domenica capitammo a Saranda, nel sud dell’Albania. Saranda, in italiano Santi Quaranta (e dal 1940 al 1944 Porto Edda in onore di Edda Ciano Mussolini) (in albanese Sarandë), è un comune albanese situato nella prefettura di Valona, in corrispondenza della costa ionica nel sud dell’Albania.

Confina a Sud con la Grecia e attraverso i due punti doganali di Kakavijë e Qafë-Bota, i turisti possono entrare ed uscire facilmente dal paese ellenico. Via mare, invece, è possibile navigare verso la vicina isola di Corfù.

Altri motivi che portano i visitatori a Saranda sono la bellezza naturale del Sud dell’Albania e le destinazioni archeologiche: nello specifico di Saranda, la città antica di Butrinto e il monastero dei Santi Quaranta.

I Quaranta martiri di Sebaste o Santi Quaranta (in greco: Ἃγιοι Τεσσεράκοντα, o Άγιοι Σαράντα, da cui il nome della città) sono dei santi cristiani martirizzati.

La vicenda dei Quaranta martiri di Sebaste, in Armenia, è giunta fino a noi attraverso delle fonti letterarie, che, per il fatto che non siano contemporanee e, soprattutto perché riferiscono sermoni e tradizioni orali, non sono prive di incertezza e oscurità, nonostante siano antiche ed abbondanti.

Si citano qui solo i nomi degli autori dei discorsi inerenti ai 40 martiri, pronunciati quasi tutti in occasione della loro festa, che tutti Martirologi storici, latini e greci, pongono al 9 marzo: s. Basilio Magno, s. Gregorio di Nissa, s. Gaudenzio di Brescia, s. Efrem, s. Gregorio di Tours, Sozomeno.

L’unico documento contemporaneo pervenutaci, è il “Testamento” scritto dagli stessi martiri in carcere e prima del supplizio; sebbene genuino, però non dà molto contributo alla ricostruzione storica della vicenda.

Ad ogni modo raccogliendo dalle varie fonti le notizie verosimili, si può ricostruire l’avvenimento; nel 320, durante la persecuzione scatenata da Licinio Valerio (250 ca. – 325), imperatore romano, Augusto dal 303 e associato nel 313 da Costantino per l’impero d’Oriente, quaranta soldati provenienti da diversi luoghi della Cappadocia, ma tutti appartenenti alla XII Legione “fulminata” di stanza a Melitene, furono arrestati perché cristiani.

La Legio XII Fulminata (“portatrice del fulmine”) fu una legione romana costituita da Gaio Giulio Cesare nel 58 a.C. e attiva fino all’inizio del V secolo a guardia dell’attraversamento dell’Eufrate a Melitene. L’emblema della legione era il fulmine.

Fu posta loro l’alternativa di apostatare o subire la morte, secondo i decreti imperiali, ma tutti concordemente rimasero fermi nella fede cristiana; pertanto furono condannati ad essere esposti nudi al freddo invernale e morire così per assideramento.

Durante l’attesa in carcere dell’esecuzione, scrissero per mezzo di uno di loro il “Testamento”, dove chiedevano di essere sepolti tutti insieme a Sareim, un villaggio identificato con l’odierna Kyrklar in Asia Minore, il cui nome significa appunto ‘Quaranta’, pregando i cristiani di non disperdere i loro resti; inoltre stabilirono che il giovane servo Eunoico, se fosse stato risparmiato dalla morte, potesse ritornare libero e fosse adibito alla custodia del loro sepolcro; infine dopo parole di esortazione ai fratelli cristiani, salutavano parenti ed amici, ed elencando alla fine i loro nomi.

La particolare minuzia nello stabilire il luogo di sepoltura, la raccomandazione di conservare il sepolcro e le reliquie, s’inquadra nel sentimento profondo dei primi cristiani, che davano un culto più o meno nascosto, alle reliquie dei martiri, fonte di coraggio, forza ed esempio per affrontare la morte, così vicina a chi professava la nuova religione cristiana.

Il martirio ebbe luogo il 9 marzo, nel cortile del ginnasio annesso alla Terme della città di Sebastia in Armenia (odierna Siwas in Turchia), sopra uno stagno gelato; sul luogo era stato preparato anche un bagno caldo per coloro che avessero voluto tornare sulla loro decisione.

Durante la lunga esecuzione, uno dei condannati Melezio, quello che aveva scritto personalmente il ‘Testamento’, non resse al supplizio e chiese di passare nel bagno caldo, ma lo sbalzo di temperatura troppo forte gli causò una morte istantanea.

Il suo posto però fu preso subito dal custode del ginnasio, colpito dalla loro fede e da una visione; si spogliò e gridando che era un cristiano, si unì agli altri riportando il numero dei martiri a 40; il suo nome è Eutico oppure Aglaio secondo le varie fonti.

Quando tutti morirono, i loro corpi furono portati fuori città e bruciati e le ceneri disperse nel vicino fiume. Nonostante questo gesto di disprezzo verso i martiri, parti di reliquie evidentemente poterono essere recuperate e venerate poi in diverse chiese, esse giunsero nei secoli successivi anche a Brescia, in Palestina, Costantinopoli, Cappadocia.

I loro nomi sono: Aezio, Eutichio, Cirione, Teofilo, Sisinnio, Smaragdo, Candido, Aggia, Gaio, Cudione, Eraclio, Giovanni, Filottemone, Gorgonio, Cirillo, Severiano, Teodulo, Nicallo, Flavio, Xantio, Valerio, Esichio, Eunoico, Domiziano, Domno, Eliano, Leonzio detto Teoctisto, Valente, Acacio, Alessandro, Vicrazio detto Vibiano, Prisco, Sacerdote, Ecdicio, Atanasio, Lisimaco, Claudio, Ile, Melitone e il già citato Eutico o Aglaio. Il giovane servo cristiano Eunoico è presente nell’elenco, e quindi evidentemente non fu risparmiato.

Arroccato su di una collina ad est della cittadina di Saranda, il Monastero dei 40 Santi sembra essere stato costruito nel VI secolo, come luogo di pellegrinaggio per i credenti cristiani dei Balcani, e poi modificato più volte nel corso degli anni successivi.

Pare che in origine l’edificio avesse due piani, uno inferiore ed uno superiore, che però è stato completamente distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Rimane tuttora visibile il piano più basso, dove è conservato un affresco raffigurante la storia dei quaranta martiri cristiani che hanno dato nome all’edificio e poi all’intera zona.

Il Monastero è uno dei luoghi più affascinanti dell’intera Albania, ed è possibile addirittura visitare la cripta dell’edificio richiedendo un permesso direttamente al Municipio di Saranda (cosa che io feci).

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