La Terra piatta – parte seconda

Abbiamo visto in “La Terra piatta – parte prima” come nel Medioevo fossero assolutamente consapevoli della rotondità della Terra e di come Cristoforo Colombo intendesse sfruttare queste conoscenze per raggiungere più velocemente l’Oriente.

L’idea di Colombo si fondava però su una stima delle distanze completamente sbagliata, basata sull’opera del teologo francese Pierre d’Ailly e sugli studi del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli: nel celebre trattato “Imago mundi”, il primo aveva infatti sostenuto che l’Oceano Atlantico non avesse grandi dimensioni, mentre il toscano era da tempo fermamente convinto che la rotta verso ovest lungo il parallelo di Lisbona fosse la più breve per raggiungere l’Asia.

I due studiosi infatti non si basavano sui calcoli effettuati dal grande matematico e astronomo Eratostene, che quasi duemila anni prima aveva ottenuto una misura che differisce solo del 5% dall’esatta circonferenza della Terra: al contrario le loro le stime riprendevano quelle del filosofo Posidonio di Apamea, che riteneva che il nostro pianeta fosse di circa un quinto più piccola del vero.

Rispetto ad altre teorie dell’epoca, dunque quelle abbracciate da Colombo sottostimavano ampiamente la distanza tra Portogallo e Giappone e in generale la misura della circonferenza terrestre: per questa ragione e anche grazie a conteggi imprecisi effettuati con le sue scarse conoscenze scientifiche, si convinse di dover navigare per “soli” 4000 chilometri, mentre il percorso effettivo è lungo circa quattro volte tanto.

Alla fine, dunque, ciò che permise a Colombo di perseverare nella sua impresa furono al tempo stesso la correttezza della sua ipotesi e i suoi errori di valutazione, oltre al suo spirito religioso. Egli infatti credeva che operare per aprire nuove vie di diffusione della fede fosse un modo per servire Dio e per procurare nuovi mezzi ai cristiani per combattere una nuova crociata.

Ma al di là dei vari calcoli sulla dimensione della Terra, ciò che nessuno poteva però immaginare era l’esistenza di un continente sterminato: l’America, posizionata proprio a metà strada tra l’Europa e le Indie Orientali. Per quello che il 1492 viene considerata la data di fine del Medioevo: perché è la vittoria della ragione (di Colombo) sull’ignoranza (dei dotti spagnoli).

Ma noi sappiamo che non è così!

In ogni modo, la “fortuna” di Cristoforo Colombo fu trovare l’America. Se così non fosse stato, probabilmente sarebbe morto per mare.

Ma, tornando al dubbio con cui ho chiuso l’articolo precedente, come mai nel 2019 c’è ancora chi crede alla Terra piatta?

La credenza secondo cui la Terra sarebbe piatta è radicata fin dalle origini della civiltà; già nella cosmografia dei popoli mesopotamici e della Grecia arcaica il nostro pianeta veniva descritto con le sembianze di un disco galleggiante sull’oceano.

Tuttavia, come abbiamo detto, già per i greci la sfericità della Terra fu assunta come paradigma scientifico (seppur non accettato da tutti).

Nella seconda metà dell’Ottocento, però, l’inglese William Carpenter (1830-1896) avrebbe fatto un passo indietro rispetto ai grandi risultati ottenuti nella fisica.

La domanda che si poneva Carpenter era all’incirca questa: se i fiumi scorrono per migliaia di chilometri dalla sorgente alla foce, molte volte senza nemmeno sensibili dislivelli di percorso, come è possibile che la Terra sia sferica?

Le basi dell’ideologia dello stravagante studioso vanno ricercate probabilmente negli scritti dell’inglese Samuel Rowbotham (“Zetetic Astronomy”) e in alcuni concetti del mesmerismo e dello spiritualismo.

Le osservazioni di Carpenter confluirono nel 1885 in una pubblicazione dall’emblematico titolo “A hundred proofs the Earth is not a Globe” (Le cento prove che la Terra non è una sfera) che scatena ancora accese discussioni. Ma quali sarebbero queste “prove” accettate dai terrapiattisti ancora oggi?

Innanzitutto, per i seguaci della Flat Earth Theory non esiste la forza di gravità, ma soltanto l’elettromagnetismo. Di conseguenza diventa inspiegabile il fatto che gli abitanti dell’emisfero sud rimangano ancorati al nostro pianeta e non cadano nello spazio.

Al contrario, la Terra per alcuni eccentrici pensatori poggerebbe sui dei pilastri o addirittura su dei gusci di tartaruga, costruzioni in grado di sostenere il disco terrestre (o quadrato terrestre) senza far capitombolare nessuno.

In questo senso, le foto dallo spazio dalle sonde della Nasa sarebbero dei falsi per ingannare l’umanità: per i terrapiattisti la società spaziale americana, complice di un complotto di potere, non è nemmeno mai arrivata sulla Luna.

In linea con alcune descrizioni effettuate da Carpenter a bordo di una mongolfiera, i membri della Flat Earth Society sostengono che a bordo di un aereo ad alta quota non sia visibile la curvatura terrestre, ulteriore prova dell’esistenza di una superficie piana.

I piloti degli aerei sarebbero quindi costretti a riferire continuamente menzogne (checché ne dica il mio amico Elio, pilota di aerei di linea). E con loro un’altra marea di persone coinvolte nel più grande inganno di tutti i tempi.

A fine Ottocento si consumò in Inghilterra una sfida tra il grande biogeografo Alfred Wallace e il terrapiattista John Hampden, che mise in palio 500 sterline per chi avesse dimostrato la curvatura della Terra.

Wallace ci riuscì, ma Hampden fece di tutto per non pagare e minacciò Wallace, finendo in carcere.

Tuttavia, la scommessa fu annullata e Wallace, che puntava solo ai soldi, dovette restituire la somma, subendo anche le critiche dai colleghi perché non avrebbe dovuto svilire la scienza in una scommessa per stabilire un fatto acclarato.

La realtà è che la gente crede a una quantità sterminata di cose ridicole, non per ignoranza, arroganza o perversione, ma per come funziona il cervello umano.

La gente crede a omeopatia e agopuntura, alla biodinamica o che i vaccini causano autismo, e all’astrologia, agli Ufo, a una pletora di venditori di fuffa, e così via.

Nessuna credenza, forse, è più comica della teoria che la Terra sarebbe piatta.

Ma è anche una delle meno dannose. Credere che la Terra sia piatta non fa male a nessuno. A meno che…

Forse la cosa più importante per i terrapiattisti non è credere che la Terra sia piatta (e in molti non ci credono davvero a livello inconscio) quanto aderire a una dottrina cospirativa.

E le dottrine cospirative hanno successo perché siamo l’unica specie presente sulla Terra che sia in grado di crearle, così come siamo l’unica specie che racconta storie (che io sappia).

E le storie le creiamo soprattutto per due motivi, per dare un senso al mondo e per dare un senso alla nostra presenza nel mondo.

Ma, come dicevo, la Terra piatta è una credenza di per sé risibile, quindi perché non lasciare quella minoranza tranquilla, a farsi i loro convegni, i loro incontri, senza dar loro un peso che non hanno?

Perché potrebbero fare danni enormi. Perché tra loro c’è chi crede che i vaccini provochino autismo, o che il clima sia tutto sommato un non problema, o che un’ernia si possa curare con una limonata.

Tutte le conquiste della Scienza, tutte le conoscenze che ci hanno permesso di essere l’unica specie del pianeta che può determinare la propria fine, o il proprio successo su questo mondo, sono il risultato di anni di ricerca, di fallimenti, di successi.

Buttare via tutto questo sarebbe un errore imperdonabile. Che non possiamo permetterci, se vogliamo che i nostri figli e nipoti vivano in un mondo che assomigli almeno un po’ a quello che abbiamo conosciuto noi.

È un errore che non dobbiamo commettere. Ne va del nostro futuro.

6 pensieri riguardo “La Terra piatta – parte seconda

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