Che medievali!

Per molto tempo si è pensato che il Medioevo sia stato un periodo buio, un periodo solo di devastazioni e di imbarbarimento dei costumi. In realtà, se c’è stato un Rinascimento, si deve proprio al fatto che c’è stato un Medioevo.

È in questo periodo infatti che vissero, tra gli altri, Dante, Petrarca, Boccaccio e Leonardo. Anche molti modi di dire usati attualmente derivano dal Medioevo, e a volte li usiamo senza saperlo. Vediamone alcuni.

  1. Cavarsela per il rotto della cuffia: oggi si dice cavarsela o farcela per il rotto della cuffia “superare alla meglio una situazione difficile”; un tempo si diceva uscire per il rotto della cuffia, alludendo all’antico gioco (o giostra) medievale del Saracino o della Quintana. Il cavaliere in gara, lanciata al galoppo la cavalcatura, doveva colpire un bersaglio o infilare la lancia in un anello portandolo via, evitando di essere abbattuto dall’automa girevole contro il quale si gettava. Se il braccio dell’automa si metteva in moto colpendo il copricapo (cuffia) del cavaliere, senza però abbattere quest’ultimo, si diceva che il cavaliere era uscito per il rotto della cuffia, insomma, che ce l’aveva fatta nonostante la cuffia fosse stata colpita o rotta.
  2. Essere al verde: è un modo di dire tipico della lingua italiana colloquiale, ma anche letteraria, che significa “rimanere senza un soldo”. L’espressione è diffusissima, ma l’origine è sconosciuta ai più. Ci sono un paio di ipotesi:
    • Nelle sue “Note al Malmantile riacquistato” (1688), Paolo Minucci ricorda come nelle aste pubbliche del Magistrato del Sale di Firenze si adoperassero, come “segnatempo”, delle lunghe candele di sego tinte di verde nell’estremità inferiore: quando la candela arrivava “al verde”, l’asta si chiudeva. Da qui era nata l’espressione la candela è al verde, per indicare che il tempo era finito, ma anche essere al verde di denari, che in seguito nell’uso comune si è contratta nell’attuale essere al verde.
    • Secondo un’altra teoria, l’espressione deriverebbe da un’usanza medievale che prevedeva l’accensione di una lanterna verde quando era pronto il cibo per una speciale categoria di poveri, i “vergognosi”, coloro cioè che non erano nati poveri ma che lo erano diventati e che per questo motivo non si adattavano alla questua “normale”. Questa usanza permetteva loro di entrare nell’ente caritatevole in silenzio, senza bussare, con minori probabilità di essere visti.
  3. Essere un altro paio di maniche: il detto è ancora molto usato, benché alla lettera risulti praticamente incomprensibile a chi non conosca l’usanza dell’abbigliamento medievale e rinascimentale, soprattutto femminile, che prevedeva maniche intercambiabili. Numerosi ritratti tra Quattro e Cinquecento mostrano infatti dame con la veste alla quale sono applicate maniche ornatissime, con ricami, nastri, spacchi e sbuffi, che costituivano spesso l’elemento più ricco e ricercato della veste. Non era raro infatti che le maniche fossero un prezioso dono offerto dal fidanzato alla futura sposa.
  4. Cadere dal pero: l’espressione potrebbe derivare dall’antica locuzione stare sulle cime degli alberi, adoperata per designare chi parlava in modo troppo difficile o supponente: da cui l’invito a “scendere dal pero” e a tornare a comunicare coi propri simili. Chi invece “casca” dal pero, sperimenta un doloroso impatto con la realtà, dopo essere stato per troppo tempo nel mondo illusorio dei propri pensieri, o della propria infanzia.
  5. Andare a Canossa: l’espressione nacque in riferimento all’umiliazione di Canossa ed è entrata da allora nell’uso comune. L’espressione deriva dal noto fatto storico e significa “umiliarsi, piegarsi di fronte a un nemico, ritrattare, ammettere di avere sbagliato, fare atto di sottomissione”. Essa trae le sue origini dall’avvenimento occorso a Canossa nel rigido inverno del 1077, allorquando l’imperatore Enrico IV attese per tre giorni e tre notti, scalzo e vestito solo di un saio, prima di essere ricevuto e perdonato dal papa Gregorio VII, con l’intercessione di Matilde di Canossa.
  6. Chi di noi non ha mai dato del “cornuto” a qualcuno? Nessuno credo. Ma quanti di noi sanno che questo epiteto è nata nel Medioevo? Esso risale al tempo dell’imperatore bizantino Andronico I Comneno (1118-1185) che, oltre ad essere un arguto uomo politico e di grande coraggio in battaglia, era famoso, tra i contemporanei, anche come “collezionista di amanti”. Ebbene, per rendere note a tutti le sue conquiste, era solito far esporre teste di cervo sul portone delle donne che avevano ceduto alle sue lusinghe, (sempre che avessero potuto non concedersi); per cui, da quel momento, il marito della donna in questione, veniva definito da tutti “cornuto”.
  7. L’espressione “Per un punto Martin perse la cappa” che si usa per dire che basta un niente, a volte, a provocare il fallimento di un progetto che è costato molta fatica, deriva da un aneddoto che ebbe molto credito nel Medioevo. Martino era l’abate dell’abbazia di Asello e da persona molto caritatevole, volle sulla sua porta questa iscrizione: “Porta patens esto. Nulli claudaris honesto.” (Porta, resta aperta. Non chiuderti a nessuna persona onesta). Ma chi eseguì il lavoro, sbagliò a mettere il punto e scrisse invece: “Porta patens esto nulli. Claudaris honesto.” (Porta, non restare aperta a nessuno. Chiuditi alla persona onesta). Lo scandalo prodotto dalla trasposizione del punto fu enorme e il papa dovette privare Martino dell’abbazia, facendogli così perdere la cappa di abate.
  8. Anche l’espressione “Non avere né arte né parte” cioè non conoscere un mestiere e non avere né beni né appoggi, è di derivazione medievale. Nel Medioevo infatti, per poter praticare un’arte o un mestiere, bisognava essere iscritti alla corporazione relativa all’attività che si voleva svolgere. Queste corporazioni, vere e proprie associazioni, avevano il compito di salvaguardare gli interessi degli iscritti e li aiutavano a raggiungere determinati fini economici. Distinte per categorie professionali, esse riunivano solamente i proprietari delle imprese. Ogni arte aveva il proprio statuto, che stabiliva il prezzo delle merci, i salari e le condizioni di lavoro per la manodopera. In questo modo le arti svolgevano un’efficace azione nell’impedire la concorrenza sleale e vegliavano sulla serietà e la correttezza degli iscritti. Chi non faceva parte di un’arte non poteva intraprendere un’attività e la sua ammissione dipendeva dalla decisione dei membri della corporazione. Le arti furono caratterizzate da una forte solidarietà interna: se un loro membro era vittima di un infortunio o di una malattia, esse provvedevano a fornirgli un sussidio, prendendosi anche cura di vedove e orfani. Ma non bastava conoscere il mestiere per far parte di una corporazione. Per prima cosa bisognava trovare una bottega dove imparare il mestiere, poi occorreva pagare una somma più o meno alta per le spese del proprio apprendistato che durava circa sei -sette anni. Ma l’apprendista, a differenza del lavoratore salariato senza specializzazione, poteva sperare un giorno di diventare maestro, con una propria bottega e una ricca clientela. Nei periodi di crisi, però, quando il lavoro diminuiva, i maestri potevano ostacolare l’accesso al grado di maestro, di coloro che avevano finito l’apprendistato, per impedire loro di aprire nuove botteghe. In questo modo le corporazioni difendevano i loro membri. Le prove da superare per diventare maestro diventavano così sempre di più: sostenere un esame, eseguire un “capolavoro” nella casa del maestro, pagare una tassa al re, offrire un banchetto e via di seguito. Le corporazioni poi, entravano nelle divisioni politiche, “prendevano partito”, anche questo sempre a vantaggio degli iscritti. In definitiva, avere arte e parte significava appunto essere in grado di svolgere una “professione” che dava sicuramente da vivere e forniva un appoggio in caso di bisogno, mentre coloro che non erano iscritti alle corporazioni venivano considerati poveri diavoli, gente, appunto, che non ha né arte né parte.

Come me, per esempio…

19 pensieri riguardo “Che medievali!

      1. L’alto Medioevo, poi, è per me particolarmente interessante, e spesso sorprendente. Ricordo che, da ragazzo, leggendo per la prima volta la Storia dei longobardi mi ritrovai in un mondo incredibilmente strano e lontano dalla mia quotidianità, tanto da farmi pensare a Paolo Diacono come a un autore di fantasy 🙂
        Attendo con curiosità la tua nuova serie.

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