Quiricocho

Negli anni ’40, Peppino De Filippo scrisse una spassosissima commedia: “Non è vero…ma ci credo!”.

Nella commedia il protagonista, il commendatore Gervasio Savastano, è tormentato dalla superstizione; i suoi affari non vanno bene e lui ritiene che la colpa sia di un suo impiegato, Belisario Malvurio, cui attribuisce un influsso malefico.

Anche in famiglia ci sono problemi: sua figlia Rosina si è innamorata di un giovane impiegato, che il commendatore ritiene non all’altezza della ragazza. All’improvviso, però, la fortuna sembra ricordarsi del commendator Savastano; in azienda arriva un giovane, Alberto Sammaria, gobbo, e con il suo arrivo gli affari cominciano di colpo ad andar bene.

Anche la figlia del commendatore sembra aver ritrovato la serenità, il giovane di cui era perdutamente innamorata è diventato un lontano ricordo. Tutto sembra filare liscio, ma il diavolo ci mette lo zampino: Alberto Sammaria confessa al commendatore di essersi innamorato di Rosina, e per questo motivo è costretto a dare le dimissioni.

Il commendatore è disperato, ma troverà una soluzione: convincerà sua figlia a sposare Sammaria. Dopo un iniziale resistenza, la ragazza si convince; ma un incubo sconvolge i sogni del commendatore: che i suoi nipotini ereditino il difetto fisico di Sammaria.

Il matrimonio si celebra, ma il commendatore non riesce ad allontanare i suoi timori e comunica ai ragazzi la sua intenzione di invalidare le nozze; ma a questo punto scoprirà di essere stato raggirato: Sammaria non è altri che il giovane di cui Rosina era sempre stata innamorata e la gobba era solo un artificio per consentirgli di entrare nelle grazie del futuro suocero.

Il commendatore cede all’amore dei due giovani, anche perché, pure se non è gobbo, Sammaria ha portato bene.

Dalla commedia fu tratto un film omonimo, che ricordo, interpretato dallo stesso De Filippo.

Io ho vissuto a Napoli quasi un terzo della mia vita, quindi inevitabilmente ho avuto a che fare con le superstizioni e con la scaramanzia.

La superstizione, che deriva dalla parola latina superstitiònem, composto da sùper (sopra) e stìtio (stato), venne impiegato da Cicerone nel De natura deorum per indicare la devozione patologica di chi trascorre le giornate rivolgendo alla divinità preghiere, voti e sacrifici, affinché serbi i suoi figli “superstiti” (cioè sani e salvi). Da qui il termine, come espressione di atteggiamento di pavido uso del soprannaturale con lo scopo di scamparla.

A Napoli, la cui storia si fonda sulla leggenda della Sirena Partenope, magia, superstizione e scaramanzia si mescolano fin dai tempi più remoti nell’atmosfera partenopea. ‘O munaciello, ‘a bella ‘mbriana, la smorfia, l’uovo magico del Castel dell’Ovo, gli spettri nei palazzi e nelle fortezze e le streghe sono solo alcuni degli elementi distintivi delle credenze napoletane.

A San Gregorio Armeno, una della vie più caratteristiche del capoluogo campano, vengono ogni giorno venduti centinaia di amuleti per scacciare il malocchio o appunto la iettatura come il ferro di cavallo, il gobbetto, la corona d’aglio, il peperoncino.

Ma l’amuleto scaramantico più diffuso nelle case napoletane è senza alcun dubbio “o Curniciello”, vero e proprio amuleto contro ogni sfortuna e simbolo per eccellenza della scaramanzia napoletana. Per essere efficace deve essere rosso, da sempre colore della fortuna, e fatto a manoin modo che colui che lo modella gli possa infondere energie positive con le proprie mani.

Anche nel mondo del calcio i riti scaramantici sono all’ordine del giorno.

  • Laurent Blanc, roccioso difensore francese oggi allenatore, prima di ogni match baciava la capoccia pelata di Fabien Barthèz, portiere e suo compagno in Nazionale;
  • George Campos, ex glorioso portiere del Messico, sfoggiava divise sgargianti e super colorate, a suo dire per scacciare gli spiriti maligni;
  • Thibaut Courtois, portiere del Real Madrid e della nazionale belga, quando viene inquadrato dalla telecamera prima di ogni partita si gratta il mento;
  • Iker Casillas, storico estremo difensore del Real e della nazionale iberica ha molte manie: calzettoni e guanti devono essere sempre nella giusta posizione e del giusto colore e soprattutto ha l’abitudine di tracciare una linea che divide in due la sua area;
  • Roman Burki, portiere del Borussia Dortmund e della Nazionale svizzera, ha la mania di toccare e ritoccare il pallone prima di ogni partita;
  • Gary Lineker, ex attaccante inglese, invece non tirava mai in porta prima delle partite perchè non voleva sprecare nessuna cartuccia, ogni gol nel riscaldamento sarebbe stato un gol in meno in partita, sempre a suo dire;
  • John Terry, ex calciatore di Chelsea e West Ham era decisamente maniacale: per prima cosa stesso posto sul bus per lo stadio, sempre! Secondo, CD di Usher nello spogliatoio, sempre Usher… Terzo, tre giri di nastro attorno alla caviglia e per concludere doveva essere l’ultimo a far pipì prima della gara…;
  • Il mitico Giovanni Trapattoni nel Mondiale 2002 in Corea sfoggió la bottoglietta di acqua Santa con cui benediceva la sua area tecnica;
  • Marco Tardelli nel mondiale di Spagna ‘82 si portó a casa la coppa dopo aver giocato con un Santino nei parastinchi;
  • Cristiano Ronaldo e Messi hanno la stessa mania di entrare in campo per ultimi, tranne quando sono capitani di Portogallo ed Argentina;
  • Ronaldo (il brasiliano), entrava sempre in campo col piede destro, pensava portasse bene.
  • Juan Sebastiàn Verón, ex Parma, Lazio, Manchester United ed Inter, soprannominato la “Brujita” (la strega), aveva una fasciatura sempre sotto al ginocchio, all’inizio usata per fermare la rotula, venne poi adottata come segno scaramantico e ne caratterizzó l’intera carriera.

Un’aneddoto carino lo raccontò anche Jorginho a proposito di Sarri, suo allenatore prima al Napoli e poi al Chelsea e ora allenatore della Juve:

“Si rifiuta di toccare il pallone quando esce dal campo per una rimessa laterale: non c’è nulla da fare, non vuole neppure sfiorarlo, non ce lo restituisce mai”.

E quasi tutti gli osservatori sportivi non hanno potuto non notare l’urlo di Paulo Dybala,

“Quiricocho!”

indirizzato al rivale cileno Arturo Vidal mentre questi stava battendo un calcio di rigore.

Ma cosa vuol dire Quiricocho?

L’origine è antica, o perlomeno vecchia di quasi 60 anni e nasce a La Plata città di 800 mila abitanti a sud est di Buenos Aires. Città del Gimnasia, ma soprattutto dell’Estudiantes che alla fine del decennio conobbe il suo apogeo con tre Libertadores tra il ’68 e il ’70.

Una striscia di successi figlia anche dell’allontanamento di Quiricocho dalle tribune dell’Jorge Luis Hirschi. Sì, perché Quiricocho era un tifoso del Pincha ma leggenda vuole che ogni volta che si presentasse a una partita la squadra biancorossa perdesse. Spesso malamente. Gli venne chiesto allora, gentilmeno o meno questo non è dato saperlo, di non assistere più alle gare dell’Estudiantes.

Un colpo durissimo per Quiricocho che della sua squadra era innamoratissimo. Il menagramo, come lo avrebbe etichettato il Duca Conte Semenzara di fantozziana memoria, capì proprio per via di quest’amore viscerale che in effetti qualcosa non andava. Insomma gli altri tifosi avevano ragione: lui portava sfortuna. Si studiò allora uno stratagemma; Quiricocho aveva comunque una dote e in qualche modo andava sfruttata. Si pensò, anche grazie all’amicizia del ragazzo con un addetto alla sicurezza dell’Estudiantes, di piazzare Quiricocho all’accoglienza delle squadre avversarie.

“Quiri” doveva dar loro il benvenuto, far strada dal parcheggio per il pullman fino agli spogliatoi e fargli un caloroso in bocca al lupo.  Fu un colpo di genio. Ma soprattutto di fortuna per il Pincha che nel Metropolitano del ’67 perse solo una partita, quella contro il Boca Juniors, che era l’unica società dotata di un apparato di sicurezza privato e che dunque non fece avvicinare Quiricocho.

La leggenda si diffuse così velocemente che prima di ogni azione avversaria, soprattutto un calcio di rigore o di punizione, i tifosi dell’Estudiantes cominciavano a gridare il suo nome. E non solo quelli dell’Estudiantes.

Il ragazzo divenne una sorta di talismano per quasi tutte le tifoserie d’Argentina e per quella della nazionale. Enzo Perez venne beccato dalle telecamere a sussurrare il nome di Quiricocho durante i rigori della semifinale Mondiale del 2014 tra l’albiceleste e l’Olanda. Carlos Bilardo raccontò che, quando allenava il Siviglia, rimase scioccato dal sentire un tifoso andaluso gridare “Quiricocho!” prima di un calcio di rigore contro. La leggenda era stata esportata in Spagna da Maradona e Simeone.  Proprio Bilardo ha raccontato poi, togliendo forse un po’ di magia, chi fosse davvero questo mitico personaggio:

Era un gran tifoso del Pincha e anche un giocatore delle giovanili del club, nel ’67 divenne il nostro portafortuna perché quell’anno vincemmo il campionato. Poi lo persi di vista e di lui non ho saputo più nulla.

14 pensieri riguardo “Quiricocho

  1. Per me non c’è superstizione alcuna nelle cose che svolgo quotidinamente, non sono superstizioso ma rileggendo questo elenco di calciatori ho rivisto i gesti scaramantici che faceva Pato Aguilera prima di entrare in campo: si bagnava le mani e i piedi.

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  2. Non sono assolutamente superstizioso, ed in tutta sincerità non capisco come qualcuno possa credere che oggetti o frasi possano incidere sul nostro destino.
    Finché si rimane sullo scherzo, posso capirlo. Faccio le corna perché l’avversario sbagli un rigore, o dico una frase per scongiurare un pericolo.
    Ma – come la cartomanzia o la astrologia – pensare che oggetti, carte, parole o pianeti possano influenzare il nostro destino mi – diciamo così – sorprende assai.

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