Angeli e Demoni – parte prima

“Da sempre sono esistite e continuano a esistere due categorie di giornalisti: i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati. La prima è una categoria così ristretta, così povera, così “abusiva”, senza prospettiva di carriera, che non fa notizia, soprattutto oggi. La seconda, asservita al potere dominante, è il giornalismo carrieristico, quello dello scoop e del gossip, quello dell’esaltazione del mostro e della sua redenzione”. (Giancarlo Siani)

Giancarlo Siani, giornalista napoletano, venne ammazzato dalla Camorra la sera del 23 settembre 1985, a 26 anni.

La forza del giornalismo d’inchiesta è stata, da sempre, quella di adattarsi ai cambiamenti del mondo, fornendone un’idea rifuggendo ogni giudizio e ancor meno una morale imposta.

Persino la Corte Suprema di Cassazione ha definito il giornalismo di inchiesta come “l’espressione più alta e nobile dell’attività d’informazione”.

In questo “mondo social”, pieno di notizie false, distorte o inventate (le fake news) che invadono il web, fare il giornalista sta diventando una delle cose più semplici; non serve nemmeno saper scrivere in italiano o controllare le fonti.

Qualcuno però c’è ancora. O almeno ci prova.

Pablo Trincia, giornalista de “Le Iene”, con i colleghi Alessia Rafanelli e Luca Micheli ha pubblicato sul sito di un quotidiano una serie chiamata “Veleno”, che racconta l’incredibile vicenda dei presunti pedofili e satanisti della Bassa Modenese.

Ma partiamo dall’inizio.

Nel maggio 1997, all’interno di una famiglia disagiata di Massa Finalese, per alcuni periodi i due figli minori vennero affidati a strutture esterne; per brevi periodi i due bambini tornarono nella casa dei genitori e, dopo uno di questi periodi, dai racconti dei bambini, prima alla madre affidataria e poi alla psicologa del servizio sociale, si ipotizzava che ci fossero state delle molestie su uno dei bambini da parte del fratello maggiore e del padre.

Alla psicologa del servizio sociale, Valeria Donati, uno dei bambini iniziò a raccontare alcune accuse, che col tempo si arricchirono di particolari scabrosi; attraverso i colloqui condotti con la tecnica del “disvelamento progressivo”, il bambino coinvolse sempre più persone; il 17 maggio vennero arrestati, con l’accusa di pedofilia, il padre e il fratello.

Il bambino raccontò di abusi e violenze oltre che di filmati pedo-pornografici, coinvolgendo altre persone e un numero non precisato di bambini e, in seguito a ciò, il 15 luglio 1997 venne chiesto il rinvio a giudizio per sette persone. I filmati non vennero comunque mai ritrovati così come non ci furono mai prove di violenze fisiche sessuali sui bambini.

Del gruppo di pedofili satanisti, venne accusato di esserne il capo don Giorgio Govoni, parroco di San Biagio (frazione di San Felice sul Panaro) e Staggia (San Prospero). A parte i racconti dei bambini non esistevano però altre prove.

Tra il 14 gennaio 1998 e il 10 aprile 1998 si svolse il primo processo, noto come “Pedofili 1” in cui vennero condannati sei imputati, tra cui i genitori del bambino, per un totale di 56 anni di carcere.

Durante questo primo processo, l’inchiesta si estese a seguito delle rivelazioni fatte dai bambini alle assistenti sociali e ottenute sempre con la tecnica del disvelamento progressivo, aggiungendo così particolari inverosimili e raccapriccianti, con un numero sempre maggiore di bambini coinvolti e di crimini che ora riguardavano anche omicidi, decapitazioni oltre a orge con il coinvolgimento dei loro genitori.

Vennero sentiti altri bambini della Bassa che vivevano in situazioni di difficoltà e vennero coinvolte sempre più persone. Una bambina in affidamento a una famiglia di Mantova accusò anche la propria maestra nella scuola mantovana, che però non aveva nessun collegamento con gli altri imputati o con le altre presunte piccole vittime. A seguito delle indagini vennero allontanati anche altri sedici bambini dalle proprie famiglie.

Nel frattempo, il 12 novembre 1998 vennero prelevati dalle forze dell’ordine i quattro figli minori dei coniugi Lorena e Delfino Covezzi di Massa Finalese (Mo), prima accusati solo di scarsa vigilanza sui propri figli in quanto non si erano accorti che essi partecipavano a riti satanici, e poi, a seguito di quanto raccontato da alcuni dei loro figli, una di otto anni con disturbi mentali, verranno coinvolti nell’accusa di pedofilia e abusi sessuali.

I bambini raccontarono di strani riti in cui era coinvolto il prete don Govoni, con la complicità dei genitori che mettevano a disposizione i propri figli per cerimonie orgiastiche nei cimiteri durante le quali, secondo il racconto dei due bambini, gli accusati lanciavano in aria i bambini lasciandoli poi cadere a terra.

Psicologi, assistenti sociali e magistrati credettero a questi racconti ricostruendo un ambiente nel quale i Covezzi, in combutta col sacerdote, compivano riti con bambini che venivano procurati loro, dietro compenso, dalle famiglie povere della zona.

I racconti dei bambini non trovarono riscontri in quanto non si avevano prove dei riti condotti nei cimiteri né si trovarono i cadaveri dei bambini che sarebbero stati buttati nel fiume.

Secondo le accuse scaturite dai racconti dei bambini sentiti dagli assistenti sociali e dagli psicologi, infatti, nei cimiteri di notte si sarebbero compiuti per anni riti orgiastici dove sarebbero stati abusati e in alcuni casi sgozzati altri bambini; i cadaveri sarebbero poi stati gettati nel fiume Panaro da don Govoni; i bambini sarebbero stati spinti a questi riti satanici dai loro stessi genitori.

Nessuna denuncia di scomparsa risultava però agli atti e nessun cadavere era stato mai trovato. Una delle figlie di Covezzi racconterà poi di aver subito abusi dagli zii Emidio e Giuseppe e dal nonno Enzo Morselli sempre in presenza di don Govoni; vennero quindi arrestati Enzo, Emidio e Giuseppe Morselli.

Nell’aprile del 1999 don Govoni fu rinviato a giudizio nel processo Pedofili Bis insieme ad altri 16 imputati.

Al processo fu accusato di usare una ghigliottina nei cimiteri per decapitare bambini; della ghigliottina però non si trovò traccia come non si trovarono corpi nel fiume Panaro, come dicevo, oltre al fatto che non esistevano denunce di scomparsa per alcun bambino nella zona. Il processo si concluse nel 2000 con la condanna a 14 anni per Govoni.

Sebbene non fosse stato ritrovato alcun cadavere, né nessuna altra prova come foto o filmati e inoltre che nessun abuso fosse stato infine certificato, il 5 giugno 2000 il tribunale comminò pene più dure di quelle richieste dall’accusa per un totale di 157 anni di carcere.

Don Govoni non fu condannato in quanto il tribunale decise di “non doversi procedere per morte del reo”, ma nelle motivazioni della sentenza venne indicato come il capo della setta; nelle motivazioni fu riportato che sebbene

“non risulti accertato se si sia trattato di violenze rituali effettive o simulate, tuttavia questo è necessario ai fini della integrazione degli elementi costitutivi della fattispecie di reato contestato”.

Il processo di appello nel marzo 1999 e la Cassazione nel settembre 2000 confermarono le condanne del primo processo, noto come “Pedofili 1” ma solo per gli abusi in ambito domestico e non per quelli che sarebbero stati commessi nei cimiteri.

Nella deposizione di una dei bambini, verbalizzata dal PM Andrea Claudiani il 10 aprile 1999 si può leggere che:

“Anch’io ho dovuto partecipare con le mie mani all’uccisione di una bambina. Questa bambina è stata uccisa al cimitero con un coltello piantato nella pancia e nel cuore. È stato mio padre con Giulio a ordinarmi di farlo e a tenermi le mani mentre lo facevo. Mentre le infilavo il coltello la bambina ha gridato e le è uscito sangue. Io ero molto impaurita e mi sentivo male perché l’avevo uccisa proprio io. So chi è questa bambina uccisa: si tratta di Marilisa, abitava nello stesso palazzo di mia zia a Finale Emilia”.

La prossima volta vedremo la conclusione dei processi e scopriremo un macabro collegamento tra questi fatti, della fine degli anni ’90, e quelli che stanno riempiendo le pagine dei quotidiani negli ultimi tempi.

16 pensieri riguardo “Angeli e Demoni – parte prima

  1. le due vicende non hanno niente in comune. Nella prima, i tanti bambini erano preda di suggestione collettiva, tipo le streghe di triora, e raccontavano fatti inverosimili con dovizia di dettagli. Nella seconda, i loro racconti (in questo caso verosimili) sarebbero stati appesantiti dall’interpretazione degli adulti.
    PS: I “giornalisti giornalisti” possono anche essere prevenuti e credere magari a quei “padri separati” che dei figli se ne fregano, a meno di perderne il possesso e dover pagare gli alimenti alla ex moglie per decisione di un giudice

    Piace a 1 persona

    1. Mi sembra che i punti in comune siano più d’uno. Domani, nella seconda parte ne racconterò brevemente due. Se mi occuperò di Bibbiano, spiegherò gli altri.
      I giornalisti d’inchiesta, quelli che non appongono alla cronaca la propria interpretazione, quelli sono “giornalisti giornalisti”, quindi non possono essere prevenuti.

      "Mi piace"

  2. liberissimo di non esserlo ma è scientificamente e storicamente dimostrato che chi delinque quasi sempre ci ricasca appena libero ergo….. per i casi di stupro violenza su mino & similia non c’è pena adeguata ne’ redenzione alcuna !

    Piace a 1 persona

  3. Aspetto la seconda parte ma qui posso solo dire che in effetti il giornalismo puro è ormai raro e che, quando si tratta di cronaca, bisognerebbe sempre aspettare le conclusioni dei processi e, in ogni caso sarebbe sempre opportuno evitare di fare speculazioni e spettacolarizzazione.

    Piace a 1 persona

    1. Seguo certe vicende più per curiosità che per altro, e mi rendo conto che la categoria ormai è corrotta al 99%.
      Fanno di tutto per acchiappare like e followers, e, credo, soldi (basta accordarsi con qualche marchio e far comparire i banner dello stesso, non credo ci voglia molto).
      Non so se hai seguito la vicenda Guardiola-Sarri su twitter, è diventata una polveriera…

      "Mi piace"

    1. Non sono d’accordo. Pur condividendo l’idea che i crimini contro chi è indifeso vanno puniti con maggior severità, non essendo il sistema infallibile (e ci sono centinaia di casi a ricordarlo), non è la pena di morte la soluzione.
      La punizione ha un triplice scopo. Non far delinquere più quella persona, dissuadere altri a commettere lo stesso delitto e affermare la presenza dell’autorità. Se manca uno dei tre motivi, la punizione è inutile. E la pena di morte elimina il primo motivo.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...