Personalità elettriche

A volte, nelle piccole cose della vita, il caso e la cosiddetta fortuna aiutano.

Nel ’92 ero alle prese con l’esame di elettrotecnica (facoltà di ingegneria meccanica). Non avevo studiato abbastanza, e lo sapevo, ma speravo in una botta di… fortuna.

Mi sistemai nei banchi (ero l’ultimo della giornata a dare l’esame, per puro caso) e aprii una pagina a caso del testo della materia suddetta.

Lessi, memorizzai i concetti principali di quel tema e richiusi il libro, consapevole che leggere più di un argomento mi avrebbe creato ancora più confusione.

Il professore di elettrotecnica aveva un’abitudine, quando interrogava per l’esame: un paio di domande e poi un argomento a piacere; se positivo, l’argomento a piacere alzava il voto; se negativo, era ininfluente.

Venni chiamato alla cattedra e il professore disse: “A lei nessun argomento a piacere; le farò solo una domanda, se mi risponde la promuovo, altrimenti ci rivediamo alla prossima sessione.”

Ebbene, giovane lettore, il professore mi chiese proprio quell’unico argomento che avevo letto quella mattina: la pila di Volta.

Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta, meglio conosciuto come Alessandro Volta, nacque a Como il 18 febbraio 1745.

Fino all’età di quattro anni non parlò e, date le conoscenze del tempo, i genitori pensarono fosse mentalmente ritardato.

Nei successivi quattro anni, però, Alessandro non solo raggiunse il livello dei suoi coetanei, ma li superò.

I genitori, Filippo Volta e Maria Maddalena Inzaghi, non erano ricchi, ma con l’aiuto di parenti, lo mandarono al Regio Seminario Benzi di Como con l’intenzione di instradarlo nella professione legale.

Ma Volta aveva già deciso in tenera età di studiare chimica e fisica, e al seminario fu incoraggiato a proseguire dal canonico Giulio Cesare Gattoni, che gli mise a disposizione il proprio laboratorio di scienze naturali.

Nel 1763 iniziò a corrispondere con il famoso fisico francese Jean Antoine Nollet, detto l’abate, suggerendo nelle sue lettere un’analogia tra le forze elettriche e quelle gravitazionali.

Nel 1774 divenne professore “reggente” di fisica al Seminario e l’anno seguente annunciò l’invenzione di una macchina in grado di produrre una carica elettrostatica di quantità pressoché illimitata.

Chiamato elettroforo perpetuo, era uno strumento che permetteva di generare carica elettrica ed era formato da due differenti parti: un piano composto da un materiale isolante chiamato “schiacciata” (Volta utilizzò la resina perché mantiene la carica per un tempo più lungo) che veniva caricato per strofinio da un panno in lana e si caricava negativamente.

Successivamente veniva posto lo “scudo”, composto da un piatto in materiale conduttore e da un manico in materiale isolante (legno-plastica) sullo stesso piano e, per induzione elettrostatica, le cariche positive del piatto conduttore venivano attirate verso l’isolante mentre quelle negative venivano respinte sulla parte superiore del piatto; successivamente, posando il dito sul piano, si veniva a creare la “messa a terra” e le cariche negative del piatto fluivano attraverso il corpo sul terreno: a quel punto il conduttore era carico positivamente.

Nel 1776 scoprì presso Angera, sul Lago Maggiore, “l’aria infiammabile nativa delle paludi”, che altro non era che metano.

La scoperta lo indusse a studi ed esperimenti con le “arie infiammabili”, così scoprì altri giacimenti, a Pietramala, frazione di Firenzuola, nel 1780, e presso le rovine dell’antica Velleia, sulle colline di Piacenza, nel 1781.

Nel 1777 pubblicò a Milano “Lettere sull’aria infiammabile nativa delle paludi” e realizzò la “pistola elettroflogopneumatica”, una lucerna a metano, e una versione molto perfezionata dell’eudiometro (in precedenza inventato da Joseph Priestley).

Nel 1778 in una lettera a Horace-Bénédict de Saussure, scienziato svizzero, Volta introdusse, accanto al concetto di “capacità elettrica”, quello di “tensione elettrica” (oggi sostituito dal termine “differenza di potenziale”).

Fu così chiamato alla cattedra di Fisica sperimentale dell’Università di Pavia, che occupò per quasi 40 anni: le sue lezioni erano tanto affollate da indurre il successivo imperatore Giuseppe II a ordinare la costruzione di un nuovo “teatro fisico”, oggi “Aula Volta”.

Nel 1780 inventò il “condensatore di elettricità”, apparecchio che serviva a ricevere, accumulare, condensare in sé e rendere visibile anche le più deboli quantità di elettricità.

Nel 1791 Luigi Galvani, professore di anatomia all’Istituto delle Scienze di Bologna, divulgò con l’opuscolo “De viribus electricitatis in motu musculari commentarius” la teoria del fluido elettrico animale.

Volta iniziò così una disputa con Galvani e i suoi discepoli. Nella “Memoria seconda sull’elettricità animale”, Volta contrastò la teoria del “fluido elettrico animale” e concluse che negli esperimenti sulla contrazione dei muscoli della rana osservati da Galvani “è la diversità dei metalli, che fa”.

Volta continuò a sviluppare le sue idee, culminando in una famosa lettera alla Royal Society nel 1800 nella quale annunciava l’invenzione della batteria elettrica.

A differenza delle macchine elettrostatiche, la batteria elettrica produceva una forza elettromotrice relativamente debole ma costante (un termine coniato da Volta) e una corrente continua di elettricità.

Il dispositivo diede il via all’era elettrica e rapidamente portò a una serie di importanti scoperte da parte di altri scienziati.

Nel settembre 1801 Volta si recò a Parigi per presentare al primo console gli omaggi dell’Università di Pavia e presentare la sua scoperta. Il 7 novembre, in una seduta plenaria dell’Institut de France, Volta presentò a Napoleone Bonaparte la pila.

Al colmo dell’entusiasmo e dell’ammirazione, Napoleone propose che l’Accademia lo onorasse della medaglia d’oro, lo nominò membro straniero dell’Istituto e gli assegnò una donazione e un vitalizio.

Nel 1802 Volta fu nominato da Napoleone membro dell’Istituto lombardo di scienze e lettere. Nel 1805 fu nominato, sempre da Napoleone, membro della Legion d’onore. Nel 1809 fu nominato senatore del Regno d’Italia (da chi? Napoleone!) e sempre Napoleone nel 1810 lo nominò conte del Regno d’Italia.

Che dire, Napoleone era un fan di Volta…

Nel 1819, cinque anni dopo la morte del figlio prediletto Flaminio, Volta si ritirò a vita privata, dividendosi tra Como e la casa di campagna di Camnago (successivamente Camnago Volta, in suo onore). Lì morì, all’età di 82 anni, il 5 marzo del 1827.

Il famoso documento di Volta del 1800, “Sull’elettricità eccitata dal semplice contatto di sostanze conduttrici di diversi tipi”, fornisce istruzioni per la costruzione di una batteria elettrica.

La pila voltaica consisteva nella successione di dischi in argento e zinco in contatto tra loro: tra ogni serie di dischi metallici era posto un disco di cartoncino o di materiale assorbente, un po’ più piccolo dei dischi di metallo in modo da non sovrapporli, imbevuto con acqua salata.

La serie veniva ripetuta in una colonna verticale, o pila, per tutte le volte che era conveniente. Maggiore era il numero di dischi nella pila, maggiore era l’effetto elettrico, collegando la parte superiore e quella inferiore per mezzo di un filo conduttore.

Poiché il cartoncino a volte si asciugava, Volta suggerì di utilizzare una serie di tazze riempite con acqua salata invece dei dischi di cartone. Volta menzionò anche l’uso di rame e stagno come metalli alternativi all’argento e allo zinco.

L’invenzione della batteria ha ispirato la ricerca in una vasta gamma di campi scientifici, dalla chimica alla fisica alla medicina, gettando le basi per l’era dell’elettronica.

E facendo promuovere (con 18, sia chiaro) un giovane studente di ingegneria negli anni ’90.

6 pensieri riguardo “Personalità elettriche

  1. Scolasticamente provengo dal settore informatico quindi l’argomento Volta, se la mia memoria non fa cilecca, non fu mai trattato durante quegli anni scoalstici però Alessandro Volta è riuscito a superare se stesso regalando alla nazione un grande bagaglio culturale e tecnico.

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  2. Io un c*lo del genere non riesco a ricordarlo, non ero un secchione ma studiavo comunque parecchio specialmente all’università (Statistica).
    Solo una volta ‘tentai’ l’azzardo.
    Fatta Statistica 2 (esame fondamentale e difficilissimo), tentai il giorno dopo (incredibile solo pensarlo) il difficilissimo esame di Econometria, dove le percentuali di promozioni erano bassissime, sull’ordine del 10-15%
    Non avevo studiato come avrei voluto, ma dato che avevo seguito tutto il corso e ripassato gli appunti… provai.
    E mi andò bene. In 2 giorni passai Statistica 2 ed Econometria (24 e 19) accettando ovviamente i voti, e i miei compagni mi chiesero sempre come avessi fatto.
    Da lì in poi la strada andò in discesa, perché erano gli ultimi 2 veri mattoni che mi mancavano.

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      1. Mah, Francesco, io penso che sia praticamente impossibile passare gli esami ad Ingegneria solo con la “fortuna” dalla propria parte. Credo invece tu fossi preparato, e poi magari può essere capitato che ti chiedessero gli argomenti che sapevi meglio. Ma ingegneria, con tutto rispetto, non è terreno per “fortunati” e basta. Non sminuire la tua bravura.

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