Psicologia – parte prima

Studio del dr. Freud a Vienna. Si presenta una signora con il figlio: “Dottore, non so più che fare, mio figlio è terribile, sadico, cattivo. Dà calci ai vecchietti, maltratta gli animali, strappa le ali alle farfalle ridendo … non so più che fare”.

“Quanti anni ha?”. “4 anni”. “Allora non c’è da preoccuparsi; crescendo diventerà più gentile”.

“Grazie molte, dottore, mi ha tranquillizzata”. “Di niente, arrivederla signora Hitler”.

(Gino Bramieri)

 

Sempre più spesso si parla (e chi ha un figlio in età scolare l’ha sentita nominare sicuramente) di DSA e ADHD.

I DSA sono i “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” che coinvolgono l’abilità di lettura, di scrittura e di calcolo. L’altro è il “disturbo da deficit di attenzione/iperattività”, in inglese “Attention Deficit Hyperactivity Disorder”.

Negli ultimi anni si è riscontrato un vero e proprio boom di diagnosi di iperattività e di deficit di attenzione e di autismo, ma anche di disturbi specifici dell’apprendimento come la dislessia (che riguarda la lettura) e la discalculia (attinente ai calcoli), che non implicano il docente di sostegno, ma comunque sempre dei piani didattici personalizzati.

I disturbi specifici di apprendimento sono deficit neurofisiologici che al massimo dovrebbero colpire l’1,5-3% dei bimbi, mentre i dati scolastici italiani sono 4-5 volte superiori alle previsioni mediche (e sono in aumento); si può arrivare a un 10% di dislessici, ovvero 2 bambini in una classe di 20 alunni.

La conclusione è che c’è il rischio che 3 diagnosi di DSA su 4 siano in realtà sbagliate, e sarebbe un eccesso diagnostico che non fa bene né al bambino né alla società. Anche perché l’incremento sostanzioso dei costi da affrontare da parte dei Comuni italiani comporta un aumento delle società ONLUS che si sostituiscono alle ASL (che proprio perché non hanno né fondi, né personale, sempre più spesso non sono in grado di fornire supporto alle scuole).

Con la legge 8 ottobre 2010 n.170 sono state dettate nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento (DSA) in ambito scolastico.

Da quando è stata approvata la legge 170/2010 sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i DSA sono entrati ufficialmente nella scuola segnando una svolta nella didattica, e questi sono i risultati.

Nelle scuole italiane, quasi 3 alunni su 100 hanno un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Per l’esattezza sono il 2,9% degli studenti, in numeri assoluti 254.600 sugli oltre 8,6 milioni di iscritti. Fra essi, il 42,5% ha una certificazione che riguarda la dislessia, il 20,8% la disortografia, il 19,3% la discalculia e il 17,4% la disgrafia. In termini percentuali complessivi gli alunni con dislessia rappresentano l’1,6% del totale degli alunni che frequentano le scuole di ogni ordine e grado; gli alunni con disgrafia lo 0,7%, gli alunni con disortografia lo 0,8%, gli alunni con discalculia lo 0,7%.

Sono aumentati i corsi di aggiornamento ai docenti per indottrinarli sull’esistenza e individuazione di questi disturbi, così la soluzione agli errori commessi dagli alunni in fase di apprendimento, non è individuarne la causa, correggerli e far fare esercizio, come facevano i nostri insegnanti, ma indirizzare il genitore dell’alunno dal neuropsichiatra per una valutazione di DSA sul figlio e questo alla fine della seconda elementare, quando non viene fatto già nei primi anni della scuola dell’infanzia.

Nel corso degli ultimi anni, come più volte è stato messo in evidenza, le diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento sono notevolmente aumentate: secondo la serie storica del Miur, nell’anno scolastico 2010/2011 la percentuale di alunni con DSA sul totale degli alunni di fermava allo 0,7% contro il 2,9% dell’anno scolastico 2016/2017, in sostanza l’incidenza è quadruplicata in sei anni.

Attribuire gli errori dell’alunno ad un “disturbo” dovuto ad ipotetici “difetti di migrazione cellulare” secondo gli esperti, ma poi fare diagnosi attraverso test di lettura, scrittura che ben poco hanno di scientifico, dire ad un bambino che il suo cervello non è come quello di tutti gli altri sulla base della lettura di una lista di parole, lista di non parole, di un dettato, di risposte alle tabelline, calcolandone i tempi di esecuzione, non sono cose da poco. Dire che di questi disturbi non si guarisce, che non sarà mai in grado di leggere e/o scrivere e fare i calcoli correttamente significa inculcargli l’idea di incapacità, significa negargli la vera istruzione: non insegnargli a leggere, scrivere e far di conto, che è la funzione primaria della scuola elementare.

Basta che un’insegnante non sappia insegnare per creare un alunno DSA.

Non si va ad indagare sui metodi didattici utilizzati dall’insegnante. Una delle cause di così tanti errori e difficoltà degli alunni è stata individuata, ad esempio, nel Metodo Globale, ora utilizzato da molti maestri nella scuola elementare; le classi pollaio vanno bene: è l’alunno che è affetto da “disturbi”.

Nel Manuale Statistico e Diagnostico, il testo utilizzato per le diagnosi delle malattie mentali, dove tra l’altro sono riportati anche i DSA, tutte le malattie sono indicate come disturbi, quindi di che cosa stiamo parlando?

Nel solo 2011 sono stati erogati ben 705.308,81 euro da Enti Pubblici (istituti scolastici, ASL) all’Associazione Italiana Dislessia per attività formativa (Bilancio AID 2011). «Presso strutture private alcuni genitori hanno speso anche 1000 euro per una diagnosi DSA» (AID, comumicato stampa, marzo 2012).

Una seduta dallo psicologo o logopedista costa circa 80/100 euro, in alcune regioni viene anche riconosciuta agli alunni DSA un’indennità di frequenza, un disborso mensile di 238,00 euro più 10 euro per ogni corso riabilitativo frequentato, oltre all’aumento degli assegni familiari. Che cosa sta venendo finanziato? In che cosa sta investendo la scuola? In 90 mila alunni certificati DSA esclusi dalle prove INVALSI, perché la loro partecipazione avrebbe abbassato la media nazionale dei risultati delle prove?

Secondo me il problema è didattico, e la soluzione è nella didattica.

Se 20, 30, 40 anni fa qualcuno avesse acceso i fari sui nostri errori e comportamenti, a quanti di noi e dei nostri compagni sarebbero stati diagnosticati DSA o ADHD? Eppure ce l’abbiamo fatta, le nostre carriere non sono state stroncate, i nostri sogni non sono stati buttati nella spazzatura.

Quella che è stata fatta è una riforma strisciante della Didattica, studiata astutamente, e supportata da un accurato piano di marketing. Come è stato apertamente dichiarato dagli stessi artefici di campagne mediatiche che hanno portato all’approvazione di questa legge in uno dei tanti convegni sul soggetto:

“In realtà siamo indietro con la comprensione di quelli che sono i disturbi specifici dell’apprendimento… la teoria che aiuta a capire è ancora tutta da costruire tuttavia la legge ci ha dato questa opportunità cioè di cambiare la cultura… ci sono sicuramente poche scuole che giudicano bene il cambiamento della didattica ma sono convinto… che con il contributo di tutti questo percorso di cambiamento culturale sarà rapido e non ci vorranno troppe generazioni” (2° convegno nazionale scuola e DSA: riflessioni e proposte).

Bisogna fare un passo indietro su questa legge se non vogliamo creare un generazione di incapaci, insicuri, ignoranti e facilmente manovrabili, come ha scritto Frank Furedi, Professore di Sociologia:

“Se l’attuale tendenza continua, presto ci sarà poca differenza tra una scuola e una clinica per malattie mentali… se consideriamo le sfide della vita come un’esperienza cui i bambini non possono far fronte, i ragazzi raccoglieranno il messaggio e le considereranno con terrore. Tuttavia, se la finiamo di giocare a fare il dottore ed il paziente e aiutiamo invece i bambini a sviluppare la loro forza attraverso l’insegnamento creativo, allora i piccoli inizieranno a tener testa alle situazioni… proteggere i bambini dalla pressione e dalle nuove esperienze rappresenta una mancanza di fiducia nel loro potenziale di sviluppo attraverso nuove sfide”.

Siamo davvero arrivati a questo punto?

9 pensieri riguardo “Psicologia – parte prima

  1. Alle elementari in classe di mio figlio su 25 ragazzi ben 7-8 avevano problemi di apprendimento, ed uno solo di essi aveva bisogno dell’insegnante di sostegno, ma più che altro per motivi comportamentali.
    La fortuna è stata quella di avere bravissime maestre (e professori alle medie), che hanno sempre saputo gestire i ragazzi con problemi di apprendimento in modo molto personale, senza la gestione a “pollaio”.
    I compiti e le verifiche erano personalizzate, anche se gli altri 16 ragazzi (troppo piccoli per l’età) ritenevano “ingiusto” che alcuni compagni avessero meno compiti e più facili.
    Ma l’obiettivo è stato raggiunto. In 3° media i problemi erano praticamente annullati (la classe elementari/medie non era cambiata), perché i ragazzi avevano trovato un “loro” sistema di studio di fatto raggiungendo gli stessi livelli di apprendimento degli altri.
    E’ stato un vero successo, che io ho apprezzato moltissimo, e alcuni di questi ragazzi sono stati promossi con il “7”, laddove altri senza problemi di apprendimento sono usciti solo con il “6”.
    Un “7” che valeva come un “10”.

    Piace a 1 persona

    1. Chiaro che il mio attacco non è né ai singoli, perché sappiamo che molte istituzioni si basano sulla buona volontà delle persone più che sull’organizzazione della stessa, né agli insegnanti in quanto tali. Ma al sistema, che porta la maggioranza di loro a lavarsi le mani anche in virtù di stipendi ridicoli. E a quelle “associazioni” che da quella legge in poi ci hanno lucrato.

      Piace a 1 persona

  2. Allora, in quarant’anni ho seguito 133 ragazzi e ragazze, elementari, medie, superiori e università, del mio paesello (8500 abitanti circa) e negli anni precedenti al mio matrimonio ho avuto la possibilità di conoscere e frequentare circa duemila persone l’anno per quindici anni. Di veri dislessici ne ho incontrati 2 ( una ragazza gravemente dislessica e disgrafica, ma che negli anni 70 era riuscita a ottenere due lauree utilizzando sistemi e mezzi adatti a lei, l’altro, un ragazzino che ho seguito dalla terza elementare alla terza media e ho dovuto litigare con gli insegnanti per far capire loro che il ragazzo non era un fannullone, ma un ragazzo intelligente con il problema della dislessia e una volta portato dallo psicologo e accertato il problema si è partiti con un programma di aiuto adatto a lui). Però, una ventina di anni fa, nella nostra provincia si partì con un programma per l’istituzione di centri che si occupassero della dislessia e con la ovvia richiesta di finanziamenti statali. Ebbene, alcune insegnanti di scuola elementare del nostro comprensorio ebbero la bella idea di mandare intere classi ai controlli sanitari per questo problema e fra loro un mio nipote di terza elementare, il quale dislessico non lo è mai stato ma solamente non aveva alcuna voglia di studiare.
    Per quanto riguarda i disturbi dell’apprendimento, ho seguito una decina di bambini con quozienti intellettivi fra il 75 e l’85 QI, difficile poterli seguire bene all’interno di una classe, ma singolarmente e con pazienza si riesce ad ottenere ottimi risultati. C’è purtroppo da dire che l’educazione familiare, per i bambini prima dei tre anni, oggi, è molto inadatta: il bambino lasciato davanti al televisore o a strumenti elettronici (ci sono bambini che a un anno giocano già con smatphone…) viene danneggiato da immagini che sono troppo veloci nei movimenti, l’attenzione è disturbata e anche l’apprendimento. Nei primi tre anni di vita i bambini hanno la necessità di relazionarsi molto lentamente con il mondo che li circonda in modo che il cervello assimili in modo chiaro e duraturo ciò che accade intorno. Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma sono convinta che i primi tre anni di vita di un individuo siano fondamentali per il suo futuro, tenendo anche conto dell’ambiente in cui il bambino vive.

    Piace a 2 people

      1. Mia figlia ha avuto un computer solo a fine terza media, internet quando era in terza superiore, cellulare in prima superiore (solo telefonini), mai videogiochi…a volte mi rimprovera ancora per questo, però avevamo la casa piena di altri giochi e di libri con illustrazioni stupende e anche parecchi animali in giardino. Devo dire che quando compì venticinque anni si era già laureata, specializzata e aveva anche ottenuto un master.

        Piace a 1 persona

Rispondi a Neda Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...