Essere teenager

Ogni promessa è debito. Iniziate le ferie, devo mantenere la parola data al mio amico Ferdinando, autore del libro “Il Generale Armando Tallarigo”.

Il libro è impegnativo (soprattutto per il numero di pagine, 367), ma gli ho promesso, in nome della nostra trentacinquennale amicizia, di leggerlo e recensirlo.

Leggendolo (parla di un ex allievo della Nunziatella, militare e poi politico, vissuto tra il 1864 e il 1952, praticamente la Storia del Regno d’Italia), la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: dove abbiamo sbagliato?

Quando leggo di persone che hanno rischiato o perduto la vita per unire l’Italia, o per difenderla dall’invasore, che nella loro vita hanno anteposto il bene della comunità al proprio, e poi vedo il vuoto che ci circonda mi chiedo: cosa abbiamo fatto per distruggere quegli ideali e sostituirli con il nulla?

Lo so: ogni generazione taccia le successive di essere peggiore della propria. Anche stavolta è così?

Intanto facciamo una precisazione (ne avevo parlato in “Generazioni”): ciò che distingue una generazione dall’altra non è il mero succedersi nel tempo ma l’aver vissuto esperienze condivise.

Che le tre “macro-generazioni” che attualmente vivono sulla Terra (non considero ancora, nel ragionamento, l’ultima) siano diverse tra loro, non c’è dubbio.

I “padri del mondo moderno”, nati tra il 1929 e il 1964, che comprendono la “generazione silenziosa” (’29-’46) e i “baby boomers” (’47-’64), hanno vissuto in periodi completamente differenti dai “figli della trasformazione digitale”, siano essi del periodo ’65-’76 (generazione “X”), o anche del periodo ’77-’83 (Xennials).

Così come i “nativi digitali”, nati dall’84 al 2010, a loro volta divisibili in “millennials” (’84-’94) e “generazione Z” (’95-2010), sono completamente diversi dalle generazioni precedenti.

Mio nonno era del 1903 (parlo di quello materno, il paterno non l’ho mai conosciuto, poiché morì prima che io nascessi). Era di buona famiglia e trovò impiego in banca, che mantenne fino alla pensione.

In passato un’elevata istruzione era associata a standard di vita più alti e posizioni più prestigiose, e mio nonno era un’eccezione: la sua generazione era mediamente molto poco acculturata e lavorava i campi dalla mattina alla sera, tutti i giorni, e non aveva tecnologia.

Oggi i fatti dimostrano che un maggior grado d’istruzione non ci assicura un salario più sostanzioso, anzi.

E per come è cambiato il mondo, per la prima volta nella storia del lavoro industrializzato stiamo assistendo al fatto che i ventenni si trovino in una posizione nettamente più sfavorevole rispetto alle altre generazioni.

Se i millennials hanno avuto l’iPod, la Generazione Z non ricorda un tempo senza social media: è cresciuta con l’iPhone, al posto delle parole usa gli emoji e i video di 6 secondi.

Facebook è da vecchi (nel 2014 il 25% dei 13-17enni l’ha lasciato). Meglio app non solo più veloci, ma che promettono la privacy, come Snapchat, che elimina i messaggi dopo alcuni secondi.

Non bevono, non fumano, fanno sesso protetto, non vogliono la macchina, allacciano sempre la cintura. Virtù trasmesse dai loro genitori, i Generation X, che hanno voluto dare ai figli quell’infanzia sicura che non è stata loro, o perché bere, fumare o farsi i tatuaggi non è più trasgressivo?

Ovviamente io non ho la risposta a queste domande, né faccio il sociologo di mestiere, ma con i giovani ci ho lavorato per gran parte della mia vita.

E ricordo come pensavamo sarebbe stato, il duemila: viaggi interstellari, cibo sostituito dalle pillole (questa sembra un po’ triste, lo so), jet pack personalizzato, insomma tutta la fantascienza che aveva alimentato i sogni degli adolescenti degli anni ’80.

E quindi da ragazzi invidiavamo un po’ i posteri, ci chiedevamo se anche noi avremmo avuto la fortuna di vedere un mondo senza malattie, senza guerre, senza speculazioni economiche, e soprattutto senza divisioni.

Ma la generazione Z non è così.

Un po’ non lo è per colpa nostra (o meglio, della generazione precedente alla nostra, che ancora, avidamente, occupa i posti di potere); perché, che cos’è il mondo, se non quello che ereditiamo dai nostri avi?

Ma ognuno è fabbro del proprio destino: agli adolescenti attuali è stato consegnato un mondo migliore di quello che era stato consegnato a noi negli anni ’80.

Pensate solo alla possibilità di accedere a tutto lo scibile umano con un click.

Noi non lo avevamo. Non avevamo Erasmus, né i voli low cost, né gli smartphone. Ma quando decidevamo di conoscere il mondo, lo facevamo.

Scendevamo di casa, salutavamo cento persone e ci fermavamo a parlare con dieci; leggevamo libri di storia, conoscevamo più generazioni oltre la nostra, frequentavamo i nonni e ci parlavamo pure: e li lasciavamo raccontare, anche per rispetto dell’età.

Da tempo, nella scuola e nell’università è in atto una progressiva scomparsa della storia, sia come memoria che come studio e storiografia. È una forma di oblio collettivo che fa rima con la rimozione del passato, una specie di lobotomia.

E la vittima è l’adolescente, che non sa le cose, sia perché non gliele insegnano, sia perché non sfrutta i mezzi a propria disposizione.

Chino su di un display (lo vedo quando tutti i giorni prendo i mezzi pubblici), chiuso nel suo “uovo”, come lo chiamò mio cugino Luciano, precursore dei tempi, nella discussione della propria tesi di Laurea in Comunicazione: l’isolamento è il segno distintivo della generazione Z.

Ma, ripeto, non è solo colpa loro.

Io sto sinceramente iniziando a pensare che non ci sia mai stata una generazione tanto ignorante, rispetto alle potenzialità, come quella che adesso ha vent’anni.

Hanno la soglia d’attenzione inferiore a un pesce rosso, tanto che tra i pubblicitari gira la battuta: se non riesci a agganciarli in cinque parole, puoi cambiar mestiere.

Sia chiaro, non considero la generazione Z poco intelligente o peggiore della nostra. Sono soprattutto dispiaciuto per loro.

Che, pur avendo la possibilità di conoscere qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, preferiscono guardare serie tv e reality improponibili, o le storie Instagram di quelli che si definiscono influencer, o ascoltare musica trap.

Noi sognavamo di viaggiare nello spazio; voi, ragazzi miei, iniziate a liberarvi dalle catene digitali che vi stanno costringendo in casa, e il mondo sarà vostro.

12 pensieri riguardo “Essere teenager

  1. Per spezzare una lancia a favore dei nativi digitali (di cui faccio parte), vorrei sollevare un problema di fondo: qui si cerca di “valutare” – passatemi il termine – una generazione usando i criteri che andavano bene per la generazione precedente. E come forse diceva Einstein, se si giudica l’intelligenza di un pesce dalla sua abilità nello scalare gli alberi, lui passerà tutta la vita a credersi stupido.

    Quando si entra in questo dibattito l’affermazione che più mi inquieta è quella riguardo l’assenza di correlazione tra titolo di studio e salario. Scusate, ma chi ha detto che questa correlazione debba esistere? Io studio quello che mi piace, indipendentemente da quanto mi farà guadagnare (ah, io lavoro adesso, quindi posso dire che ho fatto davvero così).

    Questo è un concetto nuovo che mji sento di dire e nato con i millennial. La nuova generazione è semplicemente diversa dalle precedenti e non c’è da dispiacersene. La nostra generazione ha orizzonti molto più ampi delle generazioni passate. Mio padre si vantava di conoscere almeno una persona in ogni provincia della sua regione, io conosco almeno una persona per ogni stato europeo. E questi orizzonti ci animano quando si parla di ambientalismo, di apertura delle frontiere, e di scelte consapevoli. Grazie al fatto che vediamo lontano, nella nostra vita pare che cambieremo lavoro almeno 5 volte, contro tendenza rispetto a 30-40 anni a quando un lavoro durava per tutta la vita. E questo è perché quando vediamo che il lavoro non ci fa più progredire, ci viene il bisogno di cercare altri stimoli perché il lavoro è per noi lo strumento con cui incidere sulla realtà, non un semplice mezzo di sostentamento.

    Prima di parlare degli adolescenti di oggi come vittime pensiamo un attimo ai dati che dicono per esempio che l’intelligenza media della popolazione è in costante aumento. Poi la prima lamentela sulla soglia di attenzione che cala nei giovani risale agli antichi egizi, quindi se fosse fondata oggi saremmo molto peggio dei pesci rossi 🙂
    (Quest’ultimo paragrafo viene da un neurolinguista di Harvard, Steven Pinker, che ne parla nel suo libro Enlightenment Now).

    Per alleggerire il tutto concludo con una frase simpatica di J Ax e Fedez: “.. perché è come se siano lì a ricordarvi che non sai i nomi delle nuove band, non capisci la moda e lo slang…”

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    1. Senza dubbio. La mia lamentela, abbastanza velata, perché come ho detto, non sono sociologo, è il tempo che vedo perdere (me ne accorgo dalla mia tl di Twitter) nel guardare reality e cose simili, o seguendo le varie Ferragni. Per me è tempo perso.

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  2. Condivido anche se, penso che se sono così molto dipenda dalle scelte dei loro genitori.Classico esempio riguarda la scuola.Ai nostri tempi se prendevi un brutto voto a casa erano dolori.Ciò insegnava la responsabilità e insegnava a reagire per migliorare. Oggi se prendono un brutto voto i genitori quando va bene intentano causa contro insegnante, preside e scuola sempre che non decidano di usare le mani. Per non parlare di questa mania della sicurezza e dell’igiene. Tutto ciò poi, a livello politico si è trasformato nelle scelte scellerate di questi anni, dal federalismo e la distruzione delta scuola alla degenerazione sociale che ha portato a perdere di vista valori morali in favore di un consumismo sfrenato. Difficile invertire rotta visto che i figli di questa generazione avrà pessimi padri e assurdi nonni!😬

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  3. Un articolo che aprirebbe molti dibattiti.

    “Oggi i fatti dimostrano che un maggior grado d’istruzione non ci assicura un salario più sostanzioso”
    E ciò è vergognoso, perché molti ragazzi potrebbero pensare che investire nella cultura possa essere controproducente e una perdita di tempo.
    Una Nazione con la “N” maiuscola non dovrebbe in alcun modo fare che questo accada, ma da noi accade eccome.

    Riguardo la conoscenza a portata di clic: può apparire un controsenso, ma questa “facilità” ha spento la curiosità di scoprire le cose e di approfondire gli argomenti. Le generazioni più giovani sanno la metà di quanto sapevamo noi. e la colpa è anche della scuola, mi spiace dirlo.

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      1. Temo di sì, se non ricordo male tuo figlio è alle elementari, dunque te ne puoi accorgere anche tu.
        Basta poesie a memoria: abbiamo avuto in Italia i più bravi poeti dello scibile umano, ma non li studiamo più.
        La storia? Viene studiata a schede con approfondimenti (bene, per carità) ma senza una interconnessione temporale, ogni argomento a se stante. Alle medie sarà evidente.
        Lingua? I ragazzi non sanno parlare, hanno un vocabolario ristretto, a scuola li fanno leggere poco e a casa non leggono nulla. Le schede dei libri le trovano in internet già fatte, basta adattarle e riscriverle.
        Tutto così, si potrebbe continuare quasi all’infinito.

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