Filastrocche impertinenti

Ricordo che alle elementari, per ricordare la lunghezza dei mesi, ci insegnavano una filastrocca:

Trenta giorni ha novembre

con april, giugno e settembre.

Di ventotto ce n’è uno,

tutti gli altri ne han trentuno

Le filastrocche, nonostante molte di esse non abbiano un senso palese, sono una tradizione di tutti i popoli del mondo.

In Inghilterra, per esempio, quando si fa la conta si dice:

Eeny, meeny, miny, moe

Catch a baby by the toe

If it squeals let it go,

Eeny, meeny, miny, moe.

Questa filastrocca è talmente diffusa che talvolta viene citata, più o meno esplicitamente, in altre espressioni artistiche, letterarie e dello spettacolo.

Esistono, di questa filastrocca, due “varianti” italiane, una a Viareggio e una in Liguria:

Versione viareggina:

“Inimini mani mo

chissania baistò

effiala retingo

iniminimanimo”

Versione ligure:

“Igne migne magna mo

caciu nigra baracio

la fioriva larago

igne migne magna mo”

Ma la versione italiana più famosa è:

“Ambarabá cicí cocó

tre civette sul comó

che facevano l’amore

con la figlia del dottore

il dottore si ammaló

ambarabá cicí cocó”

Di questa filastrocca esistono più versioni, ma quella più diffusa è quella che ho appena scritto.

Ma che significa?

Ambarabà cicì cocò sembra derivi dal latino, “hanc para ab hac, quidquid quodquod”, che potrebbe significare “ripara questa (mano) da questa (altra mano), questo qui, questo qua”; sembra chiaro che tale verso era l’inizio di una “conta”, con la quale si passavano in rassegna i partecipanti ad un gioco mentre si recitavano le parole della filastrocca,  conservandone in qualche modo l’andamento ritmico e i suoni, ma perdendone il significato.

Un altro incipit di conta famoso è “anghingò”; anch’esso potrebbe risalire ad epoca latina, quando doveva suonare qualcosa come “hanc hinc huc”. Trattandosi di una “conta”, il senso doveva essere “questa (mano) da qui a qua…”, il che sarebbe molto appropriato per la gestualità della conta.

Tornando alla “nostra”, passiamo al secondo verso.

Secondo un racconto trovato su un sito internet, del quale peraltro non è dichiarata né la fonte né la provenienza, l’origine della filastrocca sarebbe la seguente: quando le principesse arrivavano all’età da marito, gli dei donavano loro tre civette, delle quali una poteva esaudire tutti i desideri, un’altra procurare alla fanciulla lo sposo ideale e la terza conferire saggezza e conoscenza.

Ma le fanciulle di solito tenevano in grande considerazione le prime due civette, mentre la terza, i cui doni erano in realtà i più preziosi, era trascurata e talora rifiutata. Fu così che gli dei stabilirono di donare a quelle principesse vanitose e superficiali solo la terza civetta perché era l’unica della quale avevano davvero bisogno.

Il mito ellenico che potrebbe avere il più stretto legame con le tre civette della filastrocca è quello delle Miniadi.

Esse erano le tre figlie di Minia, re di Orcòmeno, i cui nomi nella tradizione più comune sono Leucippe, Arsippe e Alcàtoe. Allorché tra le donne di Orcòmeno cominciò a diffondersi il culto di Dioniso, per abbandonare il quale esse abbondonavano le loro abituali occupazioni, le figlie del re non vollero unirsi a loro e, devote alla casta Atena, continuarono a dedicarsi con zelo alle attività domestiche, soprattutto filare, tessere e ricamare.

Invano furono invitate dal dio stesso, apparso loro nelle sembianze di una mite giovinetta, a partecipare ai sacri riti: esse rimasero irremovibili. Allora dai telai spuntarono viticci, grappoli d’uva e tralci d’edera, mentre dalle pareti e dal soffitto della casa stillavano latte e miele e Dioniso stesso si ripresentò loro assumendo successivamente l’aspetto di leone, di toro e di pantera.

Spaventate, le Miniadi furono colte da un’irrefrenabile follìa mistica e alla fine, secondo la versione prevalente del mito, vengono mutate da Dioniso in pipistrelli, come è narrato anche da Ovidio nelle “Metamorfosi” (IV, 1-425); ma secondo altre versioni fu Hermes che le trasformò, e non in pipistrelli, ma in uccelli notturni; Antonino Liberale, mitografo del II secolo, fonde la due versioni affermando che una fu mutata in pipistrello, una in gufo e una in civetta.

Non è improbabile dunque che le tre civette sul comò siano le tre sorelle Miniadi, tanto più che esse, oltre che tessere e ricamare, amavano raccontare storie (ad esempio nelle “Metamorfosi” ovidiane esse narrano le storie di Pìramo e Tisbe, di Clizia mutata in girasole e di Salmace ed Ermafrodito). Si potrebbe pensare che le civette narrassero delle storie alla “figlia del dottore”, a fini non solo ricreativi, ma pure educativi.

Quanto al comò, esso è un mobile i cui primi esempi si hanno in Francia nel XVII secolo (in precedenza le vesti e le suppellettili si riponevano entro armadi, scrigni e cassapanche); il termine “commode”, da cui l’italianizzazione “comò”, appare per la prima volta nel 1708.

Notiamo che in alcune varianti della filastrocca al posto di “il dottore si ammalò”, proprio della versione più conosciuta, si trova talvolta un più blando “il dottore la chiamò”, o anche “la sua mamma la chiamò”, introducendo così un nuovo personaggio nella mini storia.

Io escluderei anche una qualche intenzione maliziosa, appunto per il suo carattere “casuale” e svincolato da una logica espositiva, che è quello proprio delle conte, a parte il fatto che, volendo prendere alla lettera le parole del testo (“che facevano l’amore/ con la figlia del dottore”), la situazione da esse indicata sarebbe alquanto difficile da mettere in atto, o anche solo immaginare.

Infatti proprio in questi giorni ho scoperto un’altra vesione del verso più strano di questa filastrocca: invece di “che facevano l’amore” ho letto “che facevano timore”!

Una civetta che fa l’amore con la figlia del dottore è abbastanza improbabile. Nemmeno con tutta la fantasia di questo mondo (e poi su youporn la categoria “civette” non c’è…).

Invece se le mettono timore, allora il discorso fila. Capire poi perché la figlia del dottore dovrebbe essere spaventata dalle civette, perché il dottore si è ammalato vedendo la figlia inquieta per le civette, quello no, non ci è dato di sapere.

11 pensieri riguardo “Filastrocche impertinenti

  1. Accidenti…preferivo restare nell’ignoranza delle mie filastrocche infantili…(scherzo naturalmente, anzi ti ringrazio per aver chiarito alcuni misteri).
    Io ricordo quelle di Struwwelpeter e di Max und Moritz, che mi erano raccontate dalla bisnonna e quelle delle Nursery Rhymes che leggevo a mia figlia per farla addormentare, la sua preferita era “Wynken, Blynken and Nod…”

    Piace a 1 persona

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