Storia, magistra vitae – Carlo Magno – parte terza

Come ho detto in Storia, magistra vitae – Carlo Magno – parte seconda, il successo di Carlo Magno nel fondare il suo impero si può spiegare tenendo conto di alcuni processi storici e sociali in corso da diverso tempo.

Nei decenni precedenti l’ascesa di Carlo, gli Àvari si erano stanziati nel bacino del Volga e non costituivano più una minaccia, le migrazioni dei popoli germanici orientali e degli Slavi si erano fermate quasi del tutto; a occidente si era esaurita la forza espansionistica degli arabi grazie alle battaglie combattute dal nonno Carlo Martello; inoltre, a causa di rivalità personali e contrasti religiosi, la Spagna musulmana era divisa da lotte intestine.

Carlo Magno, come spiegherò, era un abile legislatore e uomo di fede, ma era soprattutto un attento pianificatore (logista, aggiungerei).

Infatti, quasi ogni anno della sua “reggenza”, Carlo affrontò una guerra. E complessivamente le vinse tutte. Chiaramente, senza le sue guerre di conquista il regno franco non si sarebbe mai trasformato nell’Impero.

Avere un conflitto all’anno (in estate, perché nel periodo tra Natale e Pasqua non si combatteva), può comportare grossi vantaggi, soprattutto se il conflitto si risolve con una vittoria.

Fare una guerra voleva dire vincere e invadere altri paesi, e sottomettere nuovi popoli; per il Re voleva dire anche bottino da distribuire, gratifiche per i generali, nuovi posti di lavoro (evidentemente era già un problema a quei tempi…), poiché per ogni paese conquistato c’era un intero sistema di governo da mettere in piedi.

Le cosiddette “campagne militari” di Carlo Magno furono una sessantina, e sono descritte negli “Annales Regni Francorum” (Annali del Regno dei Franchi), un’opera che descriveva l’operato dei sovrani dei Franchi in un arco temporale che va dal 741 all’anno 829 d.C.

Iniziati tra il 788 ed il 793 per espresso ordine di Carlo Magno, gli “Annali” furono opera di almeno tre diversi scrittori, uno dei quali Eginardo, il biografo di Carlo Magno.

Carlo combatté per circa trent’anni (dal 772 all’804) i Sassoni, che occupavano i territori a nord della Germania, e poi ancora i Bàvari, stanziati nell’attuale Baviera, e gli Àvari, popolazioni mongole di razziatori e allevatori di cavalli, che muovendosi dall’odierna Ungheria minacciavano la Baviera e il Friuli.

Carlo era convinto che suo dovere fosse imporre dovunque la religione cattolica con conversioni in massa dei popoli vinti, imposte in maniera spietata. Chi non si convertiva veniva decapitato, e molti Sassoni furono decapitati da Carlo Magno in persona. E gli Àvari subirono una sconfitta così pesante che rimase nell’immaginario popolare la frase “fare la fine degli Àvari”.

Ovviamente, la guerra di religione era anche un modo per “convincere” il suo popolo che la guerra fosse una cosa giusta. La guerra all’infedele era molto più attraente di una guerra di conquista, quindi legittimarle dal punto di vista religioso faceva anche questo parte della strategia di Carlo.

Ma mentre combattere contro i pagani del nord o gli arabi poteva avere una giustificazione religiosa, come giustificare una guerra contro i Longobardi?

Come avevo detto in precedenza, i Longobardi si erano convertiti all’arianesimo e poi al cattolicesimo, e il territorio in cui si erano insediati si era man mano allargato, estendendo progressivamente il proprio dominio sulla maggior parte del territorio italiano continentale e peninsulare.

Tranne Roma e il papato, la Sardegna, la Sicilia e le estremità meridionali della Calabria e della Puglia, tutta l’Italia era, nel momento di massima estensione, dei longobardi. Alcuni pensavano che i longobardi avrebbero potuto fare in Italia ciò che i Franchi avevano fatto in Francia (cioè creare una unica entità politica dove esistevano già dei confini geografici), ma la differenza era che in Francia non c’era il Papa, in Italia sì.

Il Papa aveva continuato a difendere Roma nei secoli, all’inizio considerandosi un po’ come una sorta di fiduciario dell’imperatore romano (quello di Costantinopoli), ma con il tempo accrebbe il proprio potere “temporale”.

L’espressione potere temporale si usa di solito in riferimento al periodo storico in cui il Papa, oltre ad essere sommo pontefice della Chiesa cattolica, è stato anche sovrano dello Stato Pontificio. Il termine “temporale” indica il governo degli uomini (oggi definito “potere politico”). Il termine viene spesso contrapposto a “potere spirituale”, ovvero governo delle anime.

Così ne approfittò. Il crescente potere di Carlo Magno gli servì per muovere guerra contro i Longobardi: una guerra voluta e benedetta da Dio e benedetta dal Papa.

Alla morte del re dei Franchi Pipino il Breve gli succedettero i figli Carlo e Carlomanno, che, per stringere un’alleanza con il re longobardo Desiderio, sposarono due sue figlie: Ermengarda e Gerberga.

Nel 771 la morte del fratello Carlomanno lasciò mano libera a Carlo Magno che, ormai saldo sul trono, ripudiò la figlia di Desiderio. A Ermengarda Alessandro Manzoni dedicò uno tra i più celebri cori dell’Adelchi, la tragedia che egli scrisse per raccontare la drammatica guerra condotta contro i Longobardi.

L’anno successivo un nuovo papa, Adriano I, del partito avverso a Desiderio, pretese la consegna di alcuni territori promessi e mai ceduti da Desiderio e portandolo così a riprendere la guerra contro le città della Romagna.

Carlo Magno venne in aiuto del papa e tra il 773 e il 774 scese in Italia e conquistò la capitale del regno, Pavia. Il figlio di Desiderio, Adelchi, trovò rifugio presso i Bizantini; Desiderio e la moglie furono condotti in Francia e chiusi in un monastero.

Carlo si fece chiamare da allora “Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum”, realizzando un’unione personale dei due regni, mantenendo le Leges Langobardorum ma riorganizzando il regno sul modello franco, con conti al posto dei duchi.

Mentre però le guerre contro i Longobardi o gli arabi in Spagna erano guerre di assedio, la guerra più difficile fu quella contro i Sassoni, in quanto questi ultimi usavano bene il territorio a loro disposizione.

Resistettero con fermezza, tornando ogni volta a fare irruzione nei dominî di Carlo non appena la sua attenzione si rivolgeva altrove. I Sassoni si nascondevano nelle foreste e nelle paludi e facevano una sorta di guerriglia.

“La guerra, durata per tanti anni, si chiuse infine con l’adesione [dei Sassoni] alle condizioni offerte dal Re, le quali furono la rinuncia ai loro costumi religiosi nazionali e all’adorazione dei demoni, l’accettazione dei sacramenti della fede e religione cristiana, e l’unione coi Franchi in unico popolo. (Eginardo)”

La vittoria di Carlo fu totale, anche perché i Sassoni si fusero con i Franchi, dando vita ad un nuovo popolo, che cominciò ad essere chiamato “tedesco”.

2 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Carlo Magno – parte terza

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