Storia, magistra vitae – Carlo Magno – parte ottava

Come ho raccontato nella “parte settima“, Carlo Magno unì veramente il regno, non solo dal punto di vista territoriale, ma anche da quello amministrativo, legislativo ed economico.

Una quinta unificazione che fece l’Imperatore fu quella culturale.

Per comprenderla appieno, dobbiamo capire il livello della cultura del tempo.

Quando parliamo del medioevo europeo alludiamo ad un periodo di storia notevolmente lungo, dal V al XV secolo, e quanto mai complesso e vario.

In mille anni sono comprese le più diverse forme etniche, istituzionali, culturali, non chiuse in sé, ma aperte all’evoluzione storica e in più di una direzione, e in questo indicative di aspetti nei quali possono riconoscersi i primi germi della civiltà moderna.

Anche per questo è sbagliata la concezione di medioevo come “periodo buio”.

Il medioevo occidentale scrisse e conobbe diverse lingue: sopra tutte, il latino. Poi, in luoghi o centri assai ristretti, l’ebraico, il greco, l’arabo.

Il latino era una lingua che, però, non era non parlata da nessun gruppo etnico, e, una volta scomparsa la struttura scolastica organizzata e sostenuta dall’impero romano, veniva insegnato nelle scuole monastiche, episcopali e parrocchiali.

Nella comunicazione quotidiana si utilizzava invece la lingua volgare ma la presenza di due sistemi linguistici diversi per molto tempo non sembrò creare problemi, riservato com’era ciascuno di essi ad aree sociali, culturali e funzionali ben distinte.

Nel regno longobardo e franco i conflitti e i disordini interni portarono alla scomparsa di qualsiasi forma trasmissione della cultura che non fosse quella delle scuole ecclesiastiche, che quindi rimasero anche le uniche a saper scrivere.

Infatti, scrivere, allora era molto diverso da leggere e parlare.

Carlo Magno stesso, ad esempio: alcune fonti riportano che fosse rozzo e ignorante, tant’è vero che si racconta che una volta, a Pavia, vedendo alcuni signorotti longobardi vestiti di seta con ricami dorati, che parevano gran signori di fronte a lui, che indossava un vestito di pelle, li portò a caccia fra gli sterpi della brughiera e gli acquitrini della palude per tutto un pomeriggio; poi, la sera, rise di gusto a vederli tutti stracciati e bagnati e infangati, mentre il suo vestito di pelle era asciutto e quasi pulito, quasi a rimarcare che la sua rozzezza aveva uno scopo.

Carlo, però, parlava e capiva il latino, il greco, il franco (lingua germanica), la lingua romanza (antenata del francese) e alcune di quelle sapeva anche leggerle.

Solo che a quei tempi per scrivere bisognava essere notevolmente allenati, e gli uomini “campali” avevano poco tempo per dedicarsi alla scrittura.

Scrivere era una cosa talmente complessa che verrebbe da paragonarla con le competenze di chi oggi sa programmare un computer. Tutti sappiamo usare un computer, ma pochi sanno come programmarlo.

La cultura per Carlo non era solo una questione personale, come vedremo dopo, ma uno strumento di governo.

Infatti, Carlo usava il clero in una duplice funzione: essendo gli unici a sapere leggere e scrivere, molti appartenenti al clero erano nella sua corte come scrivani e redattori di testi; nello stesso tempo, vista la cristianità profonda che aveva Carlo, li utilizzava per diffondere il Verbo di Dio, tramite le preghiere. Allora era diffusa la convinzione che le preghiere arrivassero direttamente al Signore e per quello era fondamentale che le preghiere fossero scritte e lette in maniera corretta. E la liturgia dell’epoca non era per niente semplice.

Si dice che una volta dei monaci scrissero una lettera a Carlo Magno, asserendo che loro pregavano sempre per lui. Carlo rispose che, sì, era molto contento che loro pregassero per lui, ma che allo stesso tempo temeva che le loro preghiere sarebbero rimaste inascoltate se fossero state formulate nello stesso latino pieno di errori della loro lettera.

Carlo Magno era ossessionato dall’idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello “grammaticale”, avrebbe portato alla perdizione dell’anima poiché se nell’opera di copiatura o trascrizione di un testo sacro si fosse inserito un errore grammaticale, si sarebbe pregato in modo non consono, dispiacendo così a Dio. Venne istituito quel motore propulsore dell’insegnamento che doveva diventare la scuola palatina, presso Aquisgrana, la nuova capitale scelta da Carlo.

Sotto la direzione di Alcuino di York, vennero redatti i testi, preparati i programmi scolastici ed impartite le lezioni per tutti i chierici. In ogni angolo dell’Impero sorsero delle scuole vicino alle chiese ed alle abbazie. L’accesso all’istruzione ecclesiastica era gratuito, in teoria anche il figlio di un servo – se aveva volontà e poteva godere della benevolenza di qualche magnate – poteva accedere agli studi. L’azione di Carlo Magno non si limitò ad un mero mecenatismo della cultura: egli pretese di fissare e standardizzare la liturgia, i testi sacri, e perfino di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse la fluidità e l’esattezza lessicale e grammaticale del latino classico.

C’era anche un altro modo per istruire il popolo, tramite un libro che era comunque conosciutissimo: la Bibbia.

La prima completa traduzione della Bibbia in latino dall’ebraico e dal greco, la cosiddetta “Vulgata”, risaleva al IV secolo per opera di San Girolamo. A causa delle trascrizioni successive, nel tempo erano andate creandosi delle varianti. Nell’801Carlo incaricò Alcuino di condurre una revisione della Vulgata per emendarla dagli errori e quindi riprodurne fedelmente il testo originario.

In più, cercò di iniziare una produzione “in serie” Bibbia, e incaricò il monastero di Tours di produrre quante più Bibbie riuscivano. che allora, a mano, voleva dire un paio di copie all’anno. Ma erano più che sufficienti per iniziare a distribuirle tra le chiese dell’Impero.

Fece unificare la liturgia, poichè allora ognuno pregava in modo diverso, e scelse un ordine monastico di riferimento per tutti gli altri: i benedettini, che da allora diventò sinonimo di monaci.

Proprio per la lentezza con cui i monaci di Tours ricopiavano la Bibbia, decise anche di cambiare la grafia (il carattere, diremmo oggi). Fece quindi adottare una scrittura semplificata, detta “minuscola carolina” o “scrittura di cancelleria”, caratterizzata da una forma regolare delle singole lettere e dall’eliminazione delle legature e delle abbreviazioni. Fu adottata dapprima nei grandi monasteri per la trascrizione delle sacre scritture, ma poi fu insegnata nelle scuole vescovili e monastiche e quindi venne utilizzata dalle pubbliche amministrazioni per la redazione degli atti ufficiali.

La minuscola carolina riscontrò un rapido successo poiché facilitò la trascrizione di testi classici agli amanuensi, semplificò notevolmente la comunicazione internazionale e diede una nuova spinta alla rinascita e alla diffusione della cultura classica nei secoli altomedievali.

Inoltre, venne utilizzato per la prima volta il vero e proprio punto interrogativo: “?”. I copisti, per indicare le domande, all’inizio usavano scrivere alla fine delle frasi la sigla “qo“, che stava per quaestio (“domanda” in latino). Per evitare di confondere questa sigla con altre, cominciarono a scrivere l’una sull’altra le due lettere che la componevano, e a stilizzarle, mutando la q in un ricciolo e la o in un punto, dando così vita al punto interrogativo.

Infine, durante il regno di Carlo Magno sono state costruite ben sette cattedrali e più di 200 monasteri, fondamentali centri di propulsione e diffusione della cultura del regno, centri che sono rimasti fino a noi, lasciando intatta l’impronta profonda che il progetto di Carlo Magno ha lasciato sulla cultura occidentale.

Pare che una volta disse:

“Quelli di voi che studiano e s’istruiscono io li terrò nella mia corte; gli altri li rimanderò al paese donde sono venuti”.

Ecco, questo era il rozzo Carlo Magno.

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