La vera storia di Phineas Gage

È una delle icone più celebri della storia della psicologia. Ma la sua vicenda è spesso distorta e travisata, come riporta su “Teaching of Psychology” Richard Griggs, dell’Università della Florida: la vita di Phineas Gage è raccontata male anche in molti dei più recenti manuali universitari.

Gage, 25 anni, lavorava come caposquadra alla costruzione di una ferrovia nel nord-est degli Stati Uniti quando, il 13 settembre 1848, per un errore nel maneggiare un esplosivo, una sbarra di ferro lunga un metro e pesante sei chili lo trafisse vicino allo zigomo sinistro, attraversò la parte frontale del cranio e fuoriuscì dall’alto, per atterrare una ventina di metri più in là.

Incredibilmente l’uomo sopravvisse. Forse perse i sensi, ma pochi minuti dopo era già cosciente e parlava con i medici, e tre mesi più tardi andò a vivere dai genitori.

Ma come scrisse John Martyn Harlow, uno dei primi medici che lo soccorsero, dopo l’incidente

“l’equilibrio tra le sue facoltà intellettive e propensioni animali sembra distrutto”.

Se prima era determinato e benvoluto, dopo diventò volubile, irrispettoso, osceno, insofferente ai consigli, incapace di ottenere un lavoro stabile.

Probabilmente nel 1850 si esibì come attrazione da circo al Barnum’s American Museum di New York e poi in altre città nordamericane. Assurse così a esempio emblematico del ruolo dei lobi frontali come sede della personalità: se questi lobi sono danneggiati si può continuare a vedere e sentire, a parlare, a muoversi, ma la personalità è irrimediabilmente trasformata.

Poi però le cose cambiarono. Prima trovò lavoro in una ditta di trasporti in carrozza nel New Hampshire, e dopo un anno e mezzo si trasferì in Cile, dove per otto anni guidò diligenze di linea tra Santiago e Valparaiso.

Nel 1859, la salute fattasi malferma lo indusse a rientrare in patria. Qui ancora una volta si riprese, e lavorò in una fattoria. Iniziò a soffrire di crisi epilettiche, sempre più gravi, e il 21 maggio 1860, a oltre 11 anni dall’incidente, morì.

Fin dagli inizi la vicenda è stata tramandata con abbondanti distorsioni e mitizzazioni, che nei decenni non hanno fatto che aumentare.

Nel 2000, Malcolm Macmillan, psicologo alla Deakin University e all’Università di Melbourne, in Australia, scrisse un libro in cui ripercorreva la storia di Gage e i tanti travisamenti con cui era raccontata, anche nei manuali di psicologia.

Le imprecisioni fioccavano soprattutto riguardo agli anni dopo l’incidente, con eventi mai accaduti o non documentati narrati come veri, e altri taciuti sebbene comprovati e importanti.

Si leggeva che Gage non riuscì a mantenere alcun lavoro e divenne un vagabondo, che si esibiva come attrazione da circo, che girovagò per gli Stati Uniti mostrando a pagamento i fori nel cranio, che morì in miseria in un istituto o addirittura che visse vent’anni con il ferro conficcato in testa.

“Nell’insieme i racconti parlano di un Gage pre-incidente affidabile, industrioso, mite, amichevole, gioviale, geniale, adorato da amici e colleghi e dai superiori, promettente, pacifico e felice. L’incidente lo avrebbe trasformato in un ubriaco attaccabrighe, irrequieto, umorale, imprevedibile, inaffidabile, depravato, dissoluto, trasandato, litigioso, violento, presuntuoso, iracondo, con gravi problemi sessuali, incapace di una sistemazione stabile, vissuto tra circhi e fiere e morto in miseria”

spiega Macmillan. Il ritratto del Gage pre-incidente è probabilmente un’immagine idealizzata e romantica di quel che era davvero. Ma la sua rappresentazione post-incidente è del tutto fuorviante.

Ma nel 2000 qualche giustificazione c’era, perché le fonti primarie si riducevano sostanzialmente a quattro resoconti ottocenteschi di difficile accesso: due di Harlow, scritti nel 1848 e nel 1868; uno del 1850 di Henry Jacob Bigelow, docente di chirurgia ad Harvard, che lo curò per oltre un anno; e uno del 1870 del medico John Barnard Swett Jackson, che riferiva racconti dei familiari.

Oggi molto è cambiato. Innanzitutto, quei documenti sono più facili da reperire, grazie al libro di Macmillan che li riproduce e soprattutto a Internet. Inoltre, non sono più le sole fonti a dirci che cosa accadde: nuovi documenti d’epoca riemersi e nuovi studi scientifici hanno arricchito le nostre conoscenze.

Per quarant’anni Macmillan e Matthew Lena, studioso del Massachusetts, hanno scavato fra i documenti originali già noti, cercato nuove fonti primarie e raccolto informazioni di vario genere per distinguere tra miti e realtà. E fra il 2000 e il 2010 hanno reso noti gran parte dei loro risultati.

Quel che più spicca è una netta distinzione fra l’immediato post-incidente, quando davvero per chi l’aveva conosciuto prima “Gage non era più Gage”, e gli anni successivi, quando mostra un recupero psicosociale notevole.

Nell’immediato, non è difficile immaginare che Gage sia parso strano a colleghi e amici che lo guardavano sfigurato. Al di là dei danni neurologici, anche il solo adattarsi al nuovo aspetto deve aver richiesto tempo, ed è facile immaginare comportamenti “bizzarri” come le reazioni stizzite a chi lo fissava con insistenza, gli parlava del suo nuovo aspetto o magari gli dava consigli non richiesti.

Ma poi le cose sono cambiate. Bigelow lo descrive nel 1850 come una persona del tutto guarita, e non cita comportamenti strani. Lo stesso afferma nel 1858 un medico cileno in un documento recuperato da Lena e Macmillan.

“Non sarà tornato proprio come prima, ma ha senz’altro ripreso una vita più che normale”

concludono i due.

Del resto, è la stessa biografia che lo attesta.

Non solo riprese a lavorare, ma addirittura si trasferì in Cile, svolgendo per otto anni mansioni tutt’altro che semplici.

“Un resoconto dell’epoca sulle diligenze di quella linea ci mostra come doveva vivere. Doveva svegliarsi prima dell’alba, prepararsi, strigliare e nutrire i cavalli, legarli alla carrozza e presentarsi alla partenza alle quattro del mattino. Poi interagire con passeggeri di lingua e costumi diversi dai suoi, caricare bagagli pesanti, far pagare i biglietti. E infine condurre la diligenza per 13 ore, controllando ciascun cavallo con movimenti distinti delle redini su strade sconnesse, spesso fra turbolenze sociali e politiche. È chiaro che occorrevano complesse abilità sensoriali, motorie e sociali”,

raccontano Lena e Macmillan.

Secondo loro la riabilitazione era stata favorita dall’ambiente altamente strutturato fornitogli dal lavoro, con compiti impegnativi entro un quadro di routine e responsabilità ben definite, come in altri casi di persone che hanno recuperato buone abilità motorie e sociali senza una cura formale.

Il quadro è confermato da due foto di Gage emerse negli ultimi tempi, che contribuiscono a tracciarne un ritratto più veritiero.

Qualche anno fa due collezionisti statunitensi, i coniugi Jack e Beverly Wilgus, hanno postato su Flickr quello che avevano sempre ritenuto il dagherrotipo ottocentesco di un baleniere, con la faccia solcata da cicatrici e un occhio chiuso, ma dall’aria fiera, prestante e ben vestito, con in mano un arpione.

Ma alcuni esperti hanno subito notato che quella barra non era un arpione. Un altro commentatore ha suggerito che quell’uomo potesse invece essere Gage.

Confrontando l’immagine con una maschera facciale presa quando era vivo e con le iscrizioni sulla barra – conservate insieme al cranio al Warren Anatomical Museum di Boston – i Wilgus hanno accertato che era proprio così, e nel 2009 hanno pubblicato sul “Journal of The History of The Neurosciences” il ritratto di Gage. Nello stesso periodo due discendenti della famiglia Gage hanno reso nota un’altra foto, che ritrae la stessa persona con la sua barra (dopo l’incidente usava portarla con sé), in posa meno rigida.

Le immagini mostrano tutt’altro che un vagabondo sporco e arruffato: come notano i Wilgus, Gage appare “elegante, fiero, persino avvenente” nonostante l’occhio obliterato. E il fatto stesso che abbia posato per il ritratto prova che aveva superato il trauma e non si vergognava del suo aspetto.

Una giustificazione del recupero si può trovare negli studi più recenti sulla lesione. I tentativi di ricostruire il percorso della barra nel cranio, e i conseguenti danni, iniziarono subito, quando dopo la morte di Gage il suo cranio fu consegnato ad Harlow, che esaminandolo concluse che la barra aveva trapassato solo l’emisfero sinistro e non il destro.

La conclusione è stata però ribaltata negli ultimi decenni, prima nel 1982 in uno studio basato su TC bidimensionali del cranio, e poi nel 1994 su “Science” da un team guidato da Hanna e Antonio Damasio.

I due hanno provato a ricostruire il percorso della barra attraverso il cervello, costruendo al computer un modello del cranio in base a svariate fotografie, radiografie e misurazioni, collocandovi un cervello virtuale delle corrispondenti proporzioni e simulando il passaggio della barra.

Ne hanno concluso che la barra aveva leso la corteccia prefrontale di entrambi gli emisferi.

Dieci anni dopo però un team della Harvard Medical School di Boston, guidato da Peter Ratiu, ha ricostruito sul “Journal of Neurotrauma” il percorso della barra in quello che finora è lo studio più avanzato al riguardo, usando non un modello generato in base alle misurazioni, ma una ricostruzione 3D basata sulle TAC ad alta risoluzione.

Concludendone che aveva ragione Harlow: solo l’emisfero sinistro era stato colpito. Tesi confermata con tutt’altri metodi nel 2012 su “PLoS One” da John Darrell Van Horn, specialista in neuroimmagini all’Università della California a Los Angeles.

Van Horn si è concentrato sulla sostanza bianca, ovvero le fibre che collegano i centri cerebrali, stabilendo che erano stati danneggiati tratti di materia bianca nel lobo frontale sinistro, ma non nel destro. Gage è stato fortunato, conclude Van Horn: una simulazione di 500 traiettorie casuali diverse mostra che gran parte avrebbe avuto effetti ben peggiori.

I danni esatti in realtà non si potranno mai sapere, osserva Macmillan.

Anche stabilendo con certezza il percorso della barra non saremmo necessariamente sicuri di quali parti del cervello siano state danneggiate, perché la posizione del cervello nel cranio e la localizzazione dei vari centri al suo interno cambiano da persona a persona, e perché ignoriamo i danni aggiuntivi dovuti alla profusa emorragia, alle schegge d’osso, all’infezione e alla commozione cerebrale.

In ogni caso, se l’emisfero destro è rimasto relativamente intatto, è molto più facile immaginare che, come aveva ipotizzato Harlow fin dall’inizio, possa aver supplito nel tempo alle funzioni perse dal sinistro.

Oggi ci sono quindi tutte le condizioni perché i testi siano più accurati. Lo sono davvero? Per scoprirlo Griggs ha esaminato 23 manuali introduttivi statunitensi pubblicati o aggiornati negli ultimi due anni, esaminando in particolare il racconto degli anni successivi all’incidente e le informazioni sul recupero psicosociale, sui danni cerebrali e sulle foto.

E ritrovando immutate molte distorsioni delle narrazioni passate, e frequenti omissioni delle scoperte recenti: 21 dei 23 libri parlano di Gage, ma gran parte non racconta del suo recupero, molti ignorano le ricerche di Ratiu e di Van Horn sui danni cerebrali, e solo nove mostrano una delle due foto.

Le ragioni, secondo Griggs, sono varie: lo sforzo di sintesi che porta a tagliare per far spazio alle novità, errori negli aggiornamenti, possibili problemi nei diritti delle immagini, e il fatto che lavori come quello di Ratiu siano comparsi in riviste poco consultate dagli psicologi.

“In ogni caso, è importante che prima gli autori e poi gli insegnanti siano avvertiti della situazione, per correggere gli errori nei testi o almeno a lezione. Per moltissimi studenti di altri corsi, questi saranno gli unici testi di psicologia studiati, quindi l’idea ipersemplicistica che ne traggono resterà quella dominante, a scapito della visione emergente della plasticità cerebrale che la vicenda di Gage conferma appieno”

osserva.

Ma non ci sono solo errori fortuiti, aggiunge Macmillan. Come il neurologo David Ferrier lamentava già nel 1877, molti resoconti erronei sono stati avanzati a sostegno delle teorie di chi le proponeva, dalle presunte alterazioni nella sessualità, non citate in alcuna fonte, alla propensione dei Damasio a far coincidere il quadro di Gage con quello di alcuni loro pazienti.

“È un caso emblematico di come è facile travisare un pugno di fatti storici creando un mito popolare, e di come anche gli scienziati caschino in questa tentazione”

conclude Macmillan.

Anche in questo caso, la scelta delle fonti è fondamentale.

Il problema è che (oggi) la comunicazione “rende” solo se è emotiva; si dice che nel giornalismo ci siano 5 “s” che fanno vendere: soldi, sesso, sangue, sport, salute.

Personalmente, anche se scrivo di calcio (in maniera dilettantistica), capisco che è proprio quello il punto, e cerco di rifuggire da queste mode. Ma quando vedo che gli articoli con più “like” sono proprio di quelle categorie, mi rendo anche conto che se mai, un giorno, dovessi trasformare questo hobby in qualcosa di più serio, dovrò, per forza di cosa, cambiare lo stile degli articoli che pubblico.

Oppure, insieme ad un manipolo di coraggiosi, potrei provare a cambiare il mondo!

 

 

Giovanni Sabato, Mente&Cervello 1/2016

8 pensieri riguardo “La vera storia di Phineas Gage

  1. Guarda, io ho notato che se scrivo “post generici” ottengo molti “like” e commenti, se invece pubblico “post impegnati” dove dedico ore di tempo ad informarmi a leggere e ad approfondire le attenzioni dei lettori sono molto inferiori.
    Amen.

    Non conoscevo la storia di Gage, dopo vado a leggere qualcosa in Wiki.

    Piace a 1 persona

          1. Non credo proprio.
            Non è credibile che io alle 6 di mattina abbia 50 visite tutte dagli USA. E nessuno che saluta? Nessuno che mette like? Nessuno che scrive un commento?
            Questo va di pari passo con i commenti di spam, che vengono fortunatamente bloccati.

            C’è stato un periodo in cui avevo 30 visite al giorno da Hong Kong o da Macao. Tutte balle.

            Statistiche (di visite) non plausibili minimamente.

            Piace a 1 persona

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