Storia, magistra vitae – Il caso Moro – parte prima

Tutti quelli della mia generazione hanno vissuto il periodo del terrorismo. No, non parlo di quello di Al-Qāʿida (o Al Qaeda, movimento islamista sunnita paramilitare) né di altri movimenti terroristici recenti. Parlo degli anni ’70. Quando ero poco più di un bambino, ogni giorno il telegiornale si apriva con notizie di morti ammazzati o in scontri di piazza o in attentati terroristici.

Le due fazioni che erano nate erano l’estremizzazione di due pensieri politici contrapposti: a sinistra nacquero organizzazioni come i Gruppi d’Azione Partigiana (GAP), Nuclei Armati Proletari (NAP), Prima Linea (PL), i Comitati Comunisti Rivoluzionari (Co.Co.Ri), i Proletari Armati per il Comunismo (PAC) e le Brigate Rosse (BR), mentre a destra i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), Ordine Nuovo, Ordine Nero, Terza Posizione e Avanguardia Nazionale.

Nelle manifestazioni di piazza molti manifestanti si presentavano mascherati e spesso armati di spranghe, mazze, chiavi inglesi (la famosa «Hazet 36», lunga 40–45 cm), talvolta di Molotov e addirittura di pistole (come la Walther P38). I Black Block, rispetto a quelli, sono dei poveri dilettanti, tanto per capirci.

A Milano, il 3 marzo 1972, le Brigate Rosse compirono il loro primo sequestro di persona. E fu un’escalation fino alla fine del decennio. Quando i brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini furono arrestati dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, c’erano le condizioni tecniche per eliminare il terrorismo, ma mancò la volontà politica.

Ciò era impedito dal fatto che tutta la sinistra (sia socialista che comunista) non era intimorita dalla nascita e dallo sviluppo della propaganda armata, bensì era intimorita da eventuali prevaricazioni della polizia contro i manifestanti, al punto da organizzare cortei contro le forze dell’ordine di cui si chiedeva il disarmo. I politici firmatari di appelli e manifesti – presenti anche nella DC – parlavano di “fantomatiche” Brigate Rosse, enfatizzando invece la minaccia dei gruppi neofascisti e neonazisti.

L’inizio del 1978 fu segnato da un avvenimento che provocò nelle file della destra eversiva una reazione che avrebbe avuto ripercussioni sensibili anche nei successivi anni: la strage di Acca Larentia.

La sera del 7 gennaio, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, giovani missini della sezione Acca Larentia nel quartiere Tuscolano a Roma, furono uccisi a colpi di mitraglietta Skorpion sparati da un gruppo armato successivamente rivendicatosi come “Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale”. La sera stessa, in seguito agli scontri con le forze dell’ordine, anche un terzo giovane attivista del Fronte della Gioventù, Stefano Recchioni, fu ucciso da un colpo di pistola sparato ad altezza d’uomo dal capitano dei carabinieri Edoardo Sivori.

Questo fatto segnò l’inizio di un’offensiva del terrorismo nero (protagonista il gruppo armato dei NAR) non solo contro le forze antifasciste ma anche contro lo Stato, considerato corresponsabile di quel fatto di sangue. Ricordo ancora il giornalista che annunciò i fatti, quella sera. Lesse “tre missini sono morti” con la stessa passione di quando scrivo la lista della spesa prima di andare all’Esselunga.

Poi, il 16 marzo 1978, a Roma, in via Mario Fani, le Brigate Rosse uccisero i componenti della scorta di Aldo Moro e sequestrarono l’esponente politico della Democrazia Cristiana.

Giovedì 16 marzo era previsto il dibattito alla Camera dei deputati e il voto di fiducia per il quarto Governo presieduto da Giulio Andreotti: si trattava di un momento di grande importanza poiché, per la prima volta dal 1947, il PCI avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.

Con un faticoso lavoro di mediazione e sintesi politica, Moro, che aveva intrapreso approfonditi colloqui con il segretario comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori partiti italiani usciti dalle elezioni del 1976, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano.

Aldo Moro aveva dovuto superare forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche: fino alle ultime ore erano sorti nuovi problemi legati alla composizione ministeriale, giudicata insoddisfacente dai comunisti, del nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti.

Il 28 febbraio, durante le consultazioni a Montecitorio, Moro espose ai gruppi parlamentari democristiani la sua analisi della situazione, e la sua prognosi. Fu il suo ultimo discorso pubblico. Moro riconobbe che da anni qualcosa s’era guastato nel normale meccanismo della democrazia italiana poiché, dopo le elezioni di due anni prima, erano emersi due vincitori; perciò bisognava approfittare della disponibilità del PCI a

“trovare un’area di concordia, un’area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato”.

L’11 marzo Andreotti si recò al Quirinale con la lista dei ministri: in precedenza Berlinguer aveva chiesto che fossero depennati dall’elenco i ministri considerati più anticomunisti e che fosse designato qualche tecnico.

All’interno del PCI ci fu chi vide in quell’esecutivo monocolore una provocazione. Giancarlo Pajetta annunciò che non avrebbe partecipato alle votazioni. Tra i pareri di chi voleva si rifiutasse il Governo, e chi voleva lo si accettasse, ne prevalse un terzo: i comunisti avrebbero risolto il dilemma dopo aver ascoltato il discorso di Andreotti alla Camera.

La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla Camera dei deputati era stata fissata per le 10:00 del 16 marzo e fin dalle 8:45 gli uomini della scorta di Aldo Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79, che l’uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in Parlamento.

Alle 8,55 circa, la Fiat 130 targata Roma L59812, guidata dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e con a bordo l’onorevole Aldo Moro e il capo della sua scorta personale, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, mentre percorreva via Mario Fani, seguita dall’Alfetta targata Roma S93393, guidata dalla guardia di P.S. Giulio Rivera e con a bordo la scorta (brigadiere di P.S. Francesco Zizzi, guardia di P.S. Raffaele Iozzino), veniva improvvisamente bloccata da una Fiat 128 bianca, di tipo familiare, targata CD 19707 (ricordatevela), che retrocedeva da via Stresa verso via Fani: arrestatasi per l’inopinato impedimento, l’auto dell’onorevole Moro veniva tamponata dall’autovettura di scorta.

Immediatamente dalla Fiat 128 scendevano gli occupanti che, dispostisi ai due lati dell’auto dell’onorevole Moro, aprivano il fuoco contro i due carabinieri.

Nello stesso tempo quattro individui, che indossavano divise del personale di volo dell’Alitalia, armati di pistole mitragliatrici, che avevano estratto da una grossa borsa nera ed appostati sul lato sinistro della strada, aprivano a loro volta il fuoco contro i militari che occupavano le due autovetture.

Prima che potessero reagire, venivano uccisi i due autisti e il maresciallo Leonardi. La guardia di P.S. Iozzino, lanciatasi fuori dall’autovettura impugnando la pistola d’ordinanza, riusciva ad esplodere qualche colpo, ma veniva subito raggiunta ed uccisa dai proiettili sparati da altri due individui che si trovavano appostati tra le vetture in sosta.

Il brigadiere Zizzi veniva gravemente ferito e decedeva poco dopo al Policlinico Gemelli ove era stato trasportato morente. Almeno altri due terroristi sorvegliavano a strada, disposti uno lungo via Fani, dietro autovetture posteggiate, l’altro, una donna, all’incrocio con via Stresa.

L’onorevole Moro, rimasto leggermente ferito, veniva prelevato dalla sua autovettura e caricato su una Fiat 132 blu, sopraggiunta in quell’istante: essa si allontanava subito, con a bordo i quattro terroristi travestiti da dipendenti dell’Alitalia, in direzione di via Trionfale, seguita da altri due vetture Fiat 128, quella bianca che era retrocessa da via Stresa e un’altra blu, nonché da una moto Honda.

Alle 9:31 alla radio dissero:

“il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito a Roma, stamane, all’uscita della sua abitazione. Gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando”.

A proposito di quella targa (CD 19707): la targa fu rubata l’11 aprile 1973 dalla macchina dell’allora addetto militare venezuelano, Aquimedez Guevara Alcalà. Una targa in plastica con lo stesso numero CD 19707 fu rilasciata successivamente ad un altro addetto all’ambasciata venezuelana, il dottor Heliodoro Claverie Rodriguez il quale, nel gennaio del 1978, la restituì al Ministero dei trasporti, che l’assegnò ad una Fiat 124.

Ha lasciato perplessità il fatto che non sia stato accertato quando la targa in plastica, con lo stesso numero di quella rubata, sia stata assegnata al secondo diplomatico venezuelano e perché sia stata ristampata in plastica una targa rubata e assegnata di nuovo alla stessa ambasciata.

E nonostante i 72.460 posti di blocco, le 37.702 perquisizioni domiciliari, le 6.413.713 persone controllate, le 550 tra persone fermate e arrestate, dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto “tribunale del popolo” istituito dalle stesse Brigate Rosse e dopo che queste ultime avevano chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, distante circa 150 metri sia dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano che da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana.

Si poteva fare di più? Il dibattito politico è rimasto aperto da allora. Ma c’è una cosa che non mi sono mai spiegato, e soprattutto non mi spiego come gli italiani non vedano mai le cose, anche quando ce le hanno sotto gli occhi.

Mi riferisco alla seduta spiritica. Ma di questo, ne parlerò la prossima volta.

9 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Il caso Moro – parte prima

  1. Brutto periodo.
    La stessa Padova fu teatro di avvenimenti sanguinari, attentati di varia natura.
    Qui fece proselitismo il professore universitario Toni Negri, che fu in pratica un ideologo delle braccia armate legate alle Brigate Rosse.
    Lo stesso Dozier (ricordi?) era imprigionato a meno di 2 Km da casa mia, e il pomeriggio tornando da scuola vidi il finimondo nella zona del ritrovamento.

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    1. Come no, l’incursione dei NOCS, la liberazione, ricordo bene tutto. Il problema è che gente come la Balzerani (che non si è mai né pentita né dissociata), che ha partecipato sia al rapimento Moro sia a quello Dozier, va in giro a dire che la lotta armata è giusta, e cose così. E dal 2006 è praticamente libera…

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