Incredibile, ma falso! 3 – La batteria di Baghdad

Abbiamo visto in “Incredibile, ma falso! 2” cosa sono gli “out of place artifacts”, cioè quegli oggetti ritrovati in seguito a ricerche archeologiche che non hanno una precisa collocazione temporale.

Certo, se durante lo scavo di una piramide, all’interno, sepolto insieme al sarcofago, trovassimo un telefono cellulare, quello sarebbe ben difficile da spiegare.

In realtà la comunità scientifica non ha mai ritrovato in tali oggetti elementi o prove che le facessero apparire come “fuori dal tempo”.

Molti di quegli oggetti hanno ricevuto un’interpretazione del tutto coerente con le attuali conoscenze archeologiche e scientifiche. In tutti quei casi in cui non si è data una risposta, ciò si deve al fatto che non si è ancora capito il tipo di utilizzo che aveva l’oggetto.

Ricordo uno sketch comico (credo di Natalino Balasso): di fronte al ritrovamento di un oggetto in uno scavo Maya, faceva mille ipotesi per la provenienza e l’uso dello stesso, per poi concludere che si trovava di fronte a un semplice soprammobile.

Fate una prova: mostrate un oggetto che non si usa più oggigiorno (come un walkman o un cercapersone) a un bambino di 10 anni, e chiedete di ipotizzarne l’uso. Ecco, questo è quello che fa la pseudoarcheologia.

Però ogni tanto qualcuno ci prova, come quando fu ritrovata una “batteria elettrica” in un sito risalente a 2000 anni fa.

Si pensò di avere scoperto, nel 1936, durante gli scavi a Khuyut Rabbou’a, nei pressi di Baghdad, in una zona archeologica della civiltà Parta (vissuta tra il III secolo a.C. – il terzo d.C.), una piccola anfora ovoidale di terracotta gialla, alta circa 15 centimetri, le cui pareti interne erano ricoperte di uno strato di bitume impermeabilizzante.

Nell’imboccatura dell’anfora era infilato un cilindro di rame a fondo chiuso, lungo 9 centimetri e con un diametro di 26 millimetri circa. All’interno di questo cilindro, bloccato da bitume, era infilata una sbarra ossidata di ferro.

Cilindri simili, di bronzo, erano stati trovati in passato a Seleucia e a Ctesifone, nel moderno Iraq, ed erano stati identificati come contenitori per piccole pergamene arrotolate. In questo caso, però, si riteneva di avere per le mani qualcosa di diverso: il paragone con una pila a secco fu quasi inevitabile.

Una normale pila a secco, infatti, è costituita da un cilindro di zinco, all’interno del quale si trova, tenuta bloccata da una chiusura isolante (una volta si usava la pece nera) una bacchetta di carbone. Tutt’intorno, vi sono soluzioni gelificate di particolari composti.

Lo stesso scopritore dell’oggetto di Bagdad, il tedesco König, scriveva nel 1938 che

“dai suoi costituenti e dalla loro disposizione si potrebbe pensare che esso sia una specie di elemento galvanico o di batteria”.

Dunque, la presenza di un oggetto simile nel passato giustifica l’ipotesi fanta-archeologica secondo cui uomini dello spazio avrebbero trasmesso le loro conoscenze scientifiche all’uomo per aiutarlo a progredire?

Anche ammesso che i Parti conoscessero l’elettricità, questa scoperta sarebbe rimasta isolata, senza conseguenze tecnologiche di rilievo: proprio come successe con i Greci, che capirono per primi la forza del vapore ma se ne servirono per piccole curiosità. Costruirono, per esempio, un sistema di apertura automatica delle porte di un tempio, e non per costruire treni o per lavori pesanti che lasciavano svolgere agli schiavi.

La pila di Baghdad potrebbe dunque essere uno dei numerosi esempi di scoperte che precedono la propria epoca, idee isolate, come le tante invenzioni futuribili di Leonardo, che non riuscirono a sviluppare il proprio potenziale perché le condizioni sociali, politiche ed economiche non erano ancora mature. Ma a che cosa sarebbe servita una pila nell’antichità?

Una pila con una potenza molto bassa (circa mezzo volt di corrente), tale che per qualunque utilizzo avrebbe richiesto probabilmente l’uso di molte altre “batterie” collegate in serie o in parallelo tra loro – e va ricordato che questo è l’unico esemplare “montato” mai ritrovato.

König cita un metodo di elettro-doratura usato dagli artigiani nella moderna Baghdad, affermando che potrebbe essere un sistema segreto, derivante da ancestrali conoscenze. In realtà, questo metodo è identico a un brevetto inglese del 1839, e tra l’altro non richiede affatto una sorgente esterna di corrente elettrica.

Si tratta di un metodo che consiste nel sospendere, con filo metallico l’oggetto da dorare in un bagno di un sale d’oro solubile, contenuto in un recipiente di terracotta.

Attorno a questo vi è una soluzione di acqua e acido solforico, o comune sale da cucina, in cui è immersa una lamina di zinco, collegata tramite il conduttore metallico, all’oggetto da dorare. All’anodo lo zinco si ossida passando in soluzione come ione, mentre al catodo l’oro metallico si deposita sull’oggetto da dorare.

Un’ipotesi, dunque, che non ha nulla a che fare con la batteria di Baghdad.

Tornando a quest’ultima, nemmeno i chimici sono concordi nell’ipotizzare che tipo di elettrolita potesse essere presente nella cella. Per esempio, per ottenere l’ossidazione del ferro e lo sviluppo di idrogeno dall’elettrolita si dovrebbero impiegare acidi forti, sconosciuti a quell’epoca.

Un inevitabile parallelo fatto da alcuni è quello con la “pila al limone” illustrata nei libri di chimica dimostrativa: una striscia di rame e una di zinco, infilzate in un limone, generano abbastanza energia elettrica da accendere un piccolo LED.

Il paragone è suggestivo ma errato, dice per esempio Luigi Garlaschelli, chimico e componente del CICAP,

“La reazione qui avviene perché un elettrodo è di zinco. La reazione catodica è la riduzione di H+ con sviluppo di idrogeno. Il rame non è necessario, e può essere sostituito da una bacchettina conduttrice di grafite”.

Nel caso della batteria di Baghdad, invece, si ha un elettrodo di ferro, anziché di zinco, e i potenziali elettrochimici da considerare sono diversi.

E poi, continua Garlaschelli,

“se nella batteria di Bagdad mettiamo aceto o succo di limone (o anche, come fa il francese Henri Broch, semplice acqua di mare), otteniamo una lieve differenza di potenziale dovuta però alla reazione della piccola quantità di ossigeno disciolta nel liquido, che poi presto cessa, se il gas disciolto non può essere rimpiazzato da altro.”

Tra l’altro, nemmeno questo sembra possibile nella batteria di Baghdad che era ermeticamente sigillata.

Sono state ipotizzate anche altre reazioni catodiche, in teoria possibili, ma non si sa quanto verosimili.

Hanno tutte un grosso limite tecnologico, chiaro a chiunque abbia nozioni elementari di elettrochimica, conclude Garlaschelli:

“il fatto che nella batteria di Bagdad non vi è traccia di un setto poroso o ponte salino che permetterebbe alle semireazioni anodica e catodica di avvenire separatamente e di sfruttare il flusso di elettroni in un conduttore esterno collegante i due elettrodi. La cella si polarizzerebbe subito, e avrebbe un’efficienza e una durata di funzionamento minime”.

Come si vede, insomma, l’argomento non è semplice, e diverse sono le congetture possibili. Forse futuri scavi apporteranno nuovi elementi di valutazione, in mancanza dei quali, per ora, è saggio mantenere, una paziente e cauta prudenza.

Anche perché potrebbe essere tutto un abbaglio. Troppi particolari della storia rimangono infatti oscuri per permettere una conclusione positiva. Per quel che si può stabilire, gli oggetti in questione non sono stati datati con esattezza.

König scrisse che la batteria era “passata per molte mani” prima che egli venisse a sapere della sua esistenza. È quindi possibile che essa non fosse nemmeno stata trovata tra le rovine di Parti.

Non è da escludere che la famosa batteria sia un manufatto recente, buttato via sbadatamente o presentato fraudolentemente a König come scoperta archeologica.

8 pensieri riguardo “Incredibile, ma falso! 3 – La batteria di Baghdad

  1. Non ne avevo mai sentito parlare.
    Potrebbe anche essere che in tempi antichi, così come per il vapore, avessero scoperto – o inventato – qualcosa di “strano” per quell’epoca, non ci vedo nulla di impossibile.
    Basta che non tirino fuori ancora ‘sti caxxo di ufo e stupidaggini analoghe.

    Piace a 1 persona

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