Storia, magistra vitae – I sanniti – parte prima

La Storia, quasi sempre, è scritta dai vincitori, e per questo molte volte alcuni popoli vengono descritti in modo completamente difforme dalla realtà.

Leggendo le cronache del tempo degli antichi romani, ad esempio quelle di Tacito e Tito Livio, i Sanniti erano descritti come gente rozza, ostile, sanguinaria. Per forza, Tacito e Tito Livio erano romani!

Per fortuna, di recente, i volumi dal titolo “Samnium and the Samnites”, di Edward Salmon (1967) e “I Sanniti”, di Adriano La Regina (1989), hanno stabilito una visione “super partes” del popolo sannita.

A me spiace che per attendere una “riabilitazione” si sia dovuto attendere oltre duemila anni, e per mano di un inglese!

Ma messe da parte le polemiche, mi piacerebbe partecipare, nel mio piccolo, a questo processo di riscrittura della storia del glorioso popolo sannita.

Le radici dei Sanniti affondano lontano nel tempo, a circa la prima metà del primo millennio avanti Cristo: da una mescolanza di popolazioni indigene provenienti dal centro-sud della penisola italiana e di altre di sangue indoeuropeo, come gli Osci, dai quali i Sanniti assimilarono la lingua.

La lingua Osca era parlata non solo dai Sanniti, ma attraverso varianti dialettali, anche da almeno una ventina di tribù piccole e grandi, stanziate in tutta la parte centro meridionale della penisola.

Come ogni antico popolo che si rispetti, anche il racconto della nascita dei Sanniti è affidato ad una leggenda: si narra che quattro tribù, una dopo l’altra, attraverso un lungo peregrinare, riuscirono finalmente a trovare un luogo dove stanziarsi definitivamente.

Secondo quanto raccontato da Dionigi di Alicarnasso, i Sabini, che avevano lungamente combattuto contro gli Umbri loro vicini, non potendo prevalere, decisero di sacrificare quanti sarebbero nati in quell’anno se avessero riportato vittoria sugli Umbri.

Ottenuta la vittoria mantennero il voto, ma essendo stati poi oppressi da grave carestia, per liberarsi da tale calamità decisero di consacrare nuovamente agli dei i loro figli nati, pensando di ritrovare l’abbondanza perduta. E questi, consacrati al dio Marte, giunti all’età adulta furono mandati a cercare altra dimora.

Questo schema appare replicato nelle altre leggende relative all’origine delle varie tribù: in ognuna di esse compare la storia di un gruppo di giovani che abbandona la propria comunità d’origine al seguito di un animale totemico.

I sanniti Pentri avrebbero fondato la città di Bovianum seguendo un bue, gli Irpini avrebbero seguito un lupo (in osco hirpus), i Piceni avrebbero seguito un picchio (picus), i Caudini avrebbero fondato Abella (Avella) seguendo un aber, ossia un cinghiale.

Le principali tribù erano quelle quattro, ma nel complesso ce n’erano altre:

  • i Pentri occupavano l’area centrale del Sannio (il Molise, nella zona di Isernia), con capitale Bovianum (l’odierna Bojano);
  • i Carricini (o Caraceni) occupavano la zona settentrionale; le loro città principali erano Cluviae (presso l’odierna Casoli) e Juvanum (le cui rovine sono sparse fra Torricella Peligna e Montenerodomo);
  • i Frentani erano stanziati nell’Abruzzo orientale costiero (Lanciano, Ortona, Vasto) e nel Molise termolese. La capitale era Anxanum, e le città maggiori Hortona, Histonium, Larinum e Pallanum;
  • i Marsi occupavano l’area dell’attuale Marsica, con capitale Marruvium (San Benedetto dei Marsi). Le città più importanti erano Alba Fucens, Scurcula, Hortucla, Milonia e Lucus Angitiae, dove si trovava il santuario della dea Angizia;
  • i Marrucini erano stanziati nell’attuale Chieti, allora Teate Marrucinorum, con città secondarie Guardiagrele, con la necropoli di Comino e l’abitato primitivo di Rapino;
  • i Vestini, stanziati per gran parte dell’attuale provincia dell’Aquila, con le città di Amiternum, Peltuinum, Pinnae, Aufinum e Aufidena;
  • i Peligni e gli Equi, stanziati presso la valle Peligna di Sulmona, con capitale Corfinium e le città principali di Sulmo, Pagus Fabianus, Superaequum e Koukulon;
  • i Caudini occupavano la zona sud-ovest, con capitale Caudium (nei pressi dell’attuale Montesarchio);
  • gli Irpini occupavano la zona a sud-est, con capitale Aeclanum (nei pressi dell’attuale Mirabella Eclano).

L’unione di queste tribù creò alla cosiddetta “Lega Sannitica” e dalla fusione dei loro territori nacque il Sannio (Safinìm in osco), la regione storico-geografica appunto abitata dai Sanniti (in osco Safineis). Quindi quando parliamo di Sanniti parliamo degli avi di quasi tutti gli italiani di origine centro-meridionale, esclusi quelli di origine greca (pugliesi e calabresi).

Il territorio dell’Appennino centrale era aspro, impervio e a tratti inospitale, ma i Sanniti si adattarono a viverci.

Avevano una complessa organizzazione socio-statale, ben lontana dal concetto di città-stato che vigeva presso i popoli limitrofi (come gli Umbri ad esempio): l’unità amministrativa nonché politica principale era il “touto” (la cui traduzione è grossomodo “popolo”).

Era un’area di territorio dai confini incerti, costituita da distretti più o meno ampi detti “pagus”, una zona di territorio non ben definita che poteva accogliere all’interno dei suoi confini anche più di un villaggio.

Prima dell’incontro con Roma, i pagus Sanniti erano quasi senza nessuna protezione; dal quarto secolo avanti Cristo, invece, si iniziò a creare un sistema difensivo formato da possenti mura a pianta poligonale.

Il motivo è presto spiegato: all’interno delle mura trovava ricovero, oltre agli abitanti e le merci, anche la risorsa principale dei Sanniti, il bestiame, il quale era il primo bene confiscato dai Romani per sfamare le loro truppe durante una guerra.

È interessante il fatto che abitanti si sentissero legati da un profondo spirito di appartenenza nel “touto”, per questo è molto probabile che i territori delle principali tribù Sannitiche, formassero ognuno un “touto”.

Chi teneva le redini del “touto” era il “Meddis Toutiks” (in Osco), che era la massima autorità amministrativa: eletto democraticamente e affiancato da un collegio costituito dal “Meddis Aticus”, una sorta di ministro delle finanze, e dai rappresentanti dei vari pagus, guidati dal “Meddis Minor”, oltre a curare le finanze del “touto”, era anche giudice, aveva il potere di convocare e presiedere assemblee pubbliche e, tra le altre cariche, era anche “ministro della difesa”.

In diverse città del Sannio erano presenti altri uomini a lui subordinati, che coprivano cariche minori, e che si chiamavano “kenzstur”, “aidil”, “praetur” e “prumeddix”.

La situazione economica della classe media Sannita non era sicuramente eccelsa, e le loro abitazioni rispecchiavano tale condizione. Gli stessi Sanniti le chiamavano “triibon” (cioè trave), mentre Tito Livio nei propri scritti le definisce “ben poco solide”.

Erano abitazioni semplici, quasi primitive e spesso composte da una sola stanza nella quale si svolgevano tutte le attività principali della vita Sannita, dalla cottura e consumo dei cibi, al riposo notturno. L’arredamento era quasi inesistente; si limitava ad un tavolaccio e in casi eccezionali, ad una cassa panca. I pochi monili e strumenti domestici di cui si ha notizia, recuperati dalle poche tombe ritrovate, ed anch’essi testimoniano la grande povertà dei Sanniti.

A rafforzare il concetto di povertà tra i Sanniti, Strabone, un geografo greco di quei tempi, affermava che la tribù dei Frentani costruiva le case trasformando in abitazioni relitti di navi naufragate. Non tutti però se la passavano male: vi erano anche nuclei familiari agiati: il fatto straordinario era che la loro agiatezza veniva ripartita spontaneamente con il resto della popolazione.

Questo accadeva perché per il modo di pensare Sannita si dava più importanza ai legami di gruppo che ai personalismi, una politica inimmaginabile e inconcepibile ai giorni nostri.

Il clima, considerata l’asprezza del Sannio, era spesso rigido, e questo imponeva ai Sanniti l’utilizzo di vesti di lana, la quale era lavorata con grande maestria dalle donne sannite con il fuso. Orazio elogiava il ruolo della donna Sannita nella società: si occupava della casa, dell’allevamento dei figli, della loro educazione ed aiutava a sostenere economicamente la famiglia, trasformando appunto la lana in tuniche che poi venivano tinte con coloranti vegetali ed in seguito vendute.

La donna portava una tunica e, in alcuni casi, secondo il rango, utilizzava come accessori collane e anelli. L’uomo indossava anch’esso una candida tunica fermata all’altezza della vita tramite un cinturone in metallo o cuoio duro, e proprio quel cinturone aveva per i sanniti una grande importanza: era il segno distintivo che si indossava una volta raggiunta la maggiore età.

Gli accessori maschili si limitavano a bracciali che raffiguravano forme geometriche o animali, anche in questo caso tali oggetti erano indossati da persone di una certa estrazione sociale. I Sanniti erano monogami, e potevano anche divorziare.

Le principali attività di sussistenza erano sicuramente la pastorizia e la caccia. L’attività industriale era essenziale e semplice e pochi erano i manufatti in ceramica prodotti: coppe, anfore e poco altro, oggetti comunque di bassa qualità. La lavorazione dei metalli era limitata al bronzo (più raramente si lavorava il ferro) e si concentrava prevalentemente per il campo bellico.

L’agricoltura risentiva molto della conformazione territoriale del Sannio, e di conseguenza non si produceva molto: grano e cereali erano i principali frutti della terra, anche se pare producessero dei cavoli eccellenti, famosi anche fuori i confini del Sannio. Per rendere più cospicuo il raccolto, si cercava sostegno nella religione, ed in particolare si pregava Kerres (Cerere per i Romani), Dea del grano e delle coltivazioni.

Il connubio religione-agricoltura si può ritrovare in un reperto archeologico di straordinaria importanza: con esso possiamo capire come per i Sanniti fossero estremamente importanti tutte le divinità che, si pensava, potessero “aiutarli” ad ottenere un buon raccolto e quindi ad evitare gravi carestie.

Tale reperto è la famosissima “Tabula Osca”, cioè “Tavola Osca”, nota erroneamente anche come “Tabula Agnonensis” (“Tavola di Agnone”), una tavoletta con iscrizione in lingua osca su entrambi i lati.

Per capire i Sanniti, la Tavola Osca e del perchè sia conservata in Inghilterra, però, dobbiamo aspettare la prossima “puntata”!

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