Storia, magistra vitae – I sanniti – parte seconda

Come abbiamo visto nella prima parte, i Sanniti devono alla loro “riscoperta” al ritrovamento di un reperto archeologico: la Tavola Osca.

La tradizione vuole che l’oggetto sia stato rinvenuto in una località agreste detta Fonte del Romito, in un podere appartenuto ad un certo Giangregorio Falconi, situato nelle vicinanze del Monte del Cerro, tra Agnone e Capracotta (Isernia), e coltivato dal contadino Pietro Tisone a cui si deve il ritrovamento della Tabula durante lavori di aratura nel 1848.

Tracciata in modo netto e profondo sulla superficie del bronzo, l’iscrizione è presente su entrambe le facciate della Tabula: in 25 righe su quella principale e in 23 righe sul retro.

La prima parte del testo descrive un sacro recinto dedicato a Cerere (dea della terra e della fertilità, nume tutelare dei raccolti) dove nel corso dell’anno avevano luogo, a scadenze stabilite, cerimonie religiose in onore di 15 divinità elencate nell’iscrizione. Si aggiunge inoltre che ogni due anni una cerimonia speciale aveva luogo presso l’altare del fuoco e che in occasione dei Floralia (festività primaverile di carattere agreste) nei pressi dello stesso santuario si celebravano sacrifici in onore di quattro divinità.

Sul retro si precisa che al recinto sacro appartengono gli altari dedicati alle divinità venerate al suo interno. Vi si afferma inoltre che solo quanti pagano le decime sono ammessi al santuario, e quindi passa ad elencare, come in una sorta di inventario, le proprietà del santuario, le persone che possono frequentarlo e quelle che lo amministrano.

La tavoletta è conservata dal 1873 al British Museum di Londra: diversi anni dopo il ritrovamento la tavola era finita nelle mani di un antiquario romano, tale Alessandro Castellani, che la offrì in vendita al Governo Italiano per la cifra di 1.000 lire; vist il rifiuto, la vendette al British Museum, dove, al 3° piano, nella galleria G69, viene vista (e ignorata, perché pochi ne apprezzano la storia) da circa 5 milioni di persone all’anno.

Torniamo ai nostri sanniti.

Grazie al contatto con popolazioni più antiche, come gli Etruschi e i Greci, i Sanniti furono influenzati profondamente, sia sotto l’aspetto culturale (grazie agli Etruschi migliorarono l’arte del commercio), sia sotto l’aspetto delle convinzioni religiose, “prendendo in prestito” divinità tipicamente Greche come per esempio Dioniso.

Sebbene fossero a conoscenza del denaro, non coniarono né emisero monete, e i loro commerci si basavano fondamentalmente sul baratto. Solo molto dopo, quando finirono le guerre con Roma, alcune città Sannite iniziarono ad emettere moneta.

La particolarità è che spesso accanto a monete con sopra impressi volti dei più disparati Dei, ne furono coniate anche con i volti di valorosi condottieri Sanniti che durante le battaglie contro Roma raccolsero sonanti vittorie: un piccolo modo per prendersi gioco dei romani.

I Sanniti hanno lasciato pochissime pitture e tutto sommato abbastanza semplici: spesso sono pitture tombali raffiguranti scene di vita quotidiana o di guerra. Più abbondante invece, il lascito di oggetti in ceramica bronzo e ferro (anche se la loro lavorazione rimase sostanzialmente immutata per i primi due secoli di vita del Sannio), che grazie agli influssi Greci, dal 400 avanti Cristo in poi si aggraziò producendo oggetti in terracotta e bronzo più “moderni” e dettagliati.

La pietra era utilizzata raramente per la scultura; essa, infatti, era la preziosa materia prima per fortificazioni poligonali a difesa delle città: le famose “mura ciclopiche” (un esempio lo si può incontrare nel più famoso sito archeologico riguardante la civiltà Sannita mai ritrovato).

Amavano molto la lotta e praticavano dei giochi gladiatori in occasione dei funerali. Famosi furono i gladiatori Sanniti e sembra che i romani importarono da loro e non dagli Etruschi tale arte ludica.

I Sanniti avevano una capitale? Questo argomento è stato lungamente discusso.

Piertabbondante, paesino della provincia di Isernia incastonato tra le Morge (tre enormi massi), la “Morgia del Castello” e le due “Morge del corvo”, a circa mille metri di altitudine ai piedi del monte Saraceno, conta poco più di ottocento abitanti ed è stato fondato nel Medioevo.

Questo sito è considerato il più importante centro del Sannio mai ritrovato, ma è ancora avvolto da un piccolo alone di mistero riguardo alla sua identificazione: nessun dubbio però sul fatto che sia un caposaldo per la conoscenza del Sannio antico.

È stato riportato alla luce attorno alla prima metà dell’ottocento, in località Calcatello, una frazione del piccolo paesino di Pietrabbondante (800 anime) in provincia di Isernia.

Fin dalla sua scoperta, molti studiosi hanno tentato, attraverso i pochi reperti a disposizione, di identificare il sito e, attraverso traduzioni di iscrizioni in lingua Osca ritrovate in loco, uno studioso tedesco ha formulato una sua particolare tesi.

Theodor Moomsen, infatti, premio Nobel per la letteratura nel 1902, e grande studioso di storia antica, era convinto che fosse tornata alla luce la “capitale” del Sannio, ossia Bovianum Vetus, luogo citato sia da Plinio Il Vecchio in “Naturalis Historia” sia da Tito Livio nell’opera “Ab urbe condita”.

Il passo di Plinio Il Vecchio: “I Sanniti, detti Sabelli e Sauniti dai Greci, la colonia di Boviano Vecchio e l’altro che ha lo stesso nome o l’altro omonimo degli Undecumani” fu “tradotto allegramente” da Moomsen sostenendo così l’esistenza di due città Sannitiche aventi lo stesso nome, cioè Bovianum.

Identificò quindi Bovianum Vetus con Pietrabbondante e Bovianum Undecumanorum con Bojano.

Per dar forza alla sua teoria, Moomsen tradusse la famosa “epigrafe di Vesiullaeo” ritrovata durante alcuni scavi nel sito di Pietrabbondante, in un modo abbastanza fantasioso.

L’epigrafe così recita:

“NV. VESULLIAIS TR. M. T. EKIK SAKARAKLUM BUVAIANUD AIKDAFED”

Moomsen tradusse: “Novio Vesiullaeo, figlio di Trebio, Meddix Tuticus, costruì in Boviano questo tempietto”.

Proprio la parola Bovianum, fu il grimaldello che Moomsen cercava per affermare con sicurezza che quel luogo non poteva che essere la mitica capitale Sannitica Bovianum Vetus.

Di ben altro parere un altro studioso, Raffaele Garrucci, il quale sosteneva con fermezza che quelli ritrovati fossero i resti della leggendaria Aquilonia, la città distrutta nel 293 avanti Cristo durante l’omonima battaglia.

Garrucci sostenne che rovistando tra i termini utilizzati dagli abitanti della zona si possa affermare che quel luogo corrisponda ad “Akudunniad”, il termine Osco per indicare Aquilonia.

Uno di questi è “Acudandra” il nome di una fontana situata in prossimità del paese, oppure la vicina località “lacu d’andre” (lago d’anatre), tutti termini assonanti a “Akudunniad”.

C’è chi, invece, riconosceva in Pietrabbondante entrambi i centri: Bovianum Vetus riconosciuto nel nucleo abitativo all’interno del perimetro della cinta muraria ciclopica, e Aquilonia identificata nell’area archeologica della frazione Calcatello di Pietrabbondante, dove sono presenti i ritrovamenti più interessanti.

Attraverso un team di archeologi e ricercatori, il Professor La Regina, archeologo, non cercò forzatamente di attribuire un nome all’antico luogo, ma cercò di capirne il suo ruolo e significato nello Stato Sannita.

Era un grande Santuario nazionale di culto pubblico e luogo nel quale avvenivano riunioni politiche ed erano prese decisioni amministrative per lo Stato: per tale motivo si distingue dagli altri insediamenti Sannitici ritrovati per la sua grandissima importanza religiosa e pubblica.

Di grande fascino i monumenti ritrovati (e molti devono ancora rivedere la luce), su tutti il Teatro, aperto verso il sorgere del Sole, nel quale ancor prima delle rappresentazioni teatrali, si compivano funzioni politiche, e si prendevano importanti decisioni per lo Stato.

Architettonicamente molto raffinato e costruito in uno stile che ricorda quello Greco (la vicina Campania Felix ne era fortemente influenzata), esso ha una caratteristica che lo rende unico al Mondo: particolari sedili anatomici ricavati da un unico blocco di marmo e allineati uno affianco all’altro!

I Magistrati e i Sacerdoti (a volte erano la stessa persona), durante le festività Sannitiche confluivano a Pietrabbondante da tutto il Sannio per operare le funzioni religiose nei templi, o amministrative presso il teatro, e “soggiornavano” presso la “Domus Publica”, un edificio recentemente riportato alla luce, in puro stile Romano, una casa aristocratica e lussuosa, simile come caratteristiche architettoniche alle case ritrovate a Pompei.

Pietrabbondante è un luogo unico nel Sannio perché si veneravano divinità astratte di provenienza Romana come Ops, legata all’opulenza e all’abbondanza, oppure Onos, associato all’onore inteso come “onore” militare e della magistratura civile oltre alla celebrazione della “Vittoria”: tali riti erano praticati all’interno del Grande Tempio principale, situato alle spalle del teatro.

Questo Tempio aveva dimensioni imponenti, venticinque metri per trentacinque, costruito con uno stile dove confluivano elementi italici, ellenici e latini, ma purtroppo oggi, di questo grande edificio non resta visibile che il podio.

Il secondo Tempio del sito, quello minore, misura 12,20 x 17,70 e purtroppo, si trova in uno stato di conservazione pessimo. La sua datazione risale al secondo secolo avanti Cristo: è il più antico edificio rinvenuti nel sito.

Nonostante non ne rimanga molto, il secondo Tempio è di grande importanza archeologica: all’interno del suo perimetro, durante i primi scavi nel sito voluti dai Borboni nel 1857, fu ritrovata una stele di pietra (ora conservata al museo di Napoli), sulla quale è incisa la parola in Osco “SAFINIM”, cioè Sannio.

La prossima volta inizieremo a capire più profondamente il rapporto tra i Sanniti e i romani e del perché tra loro scoppiò la guerra.

 

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