Storia, magistra vitae – I sanniti – parte terza

L’esercito Sannita era organizzato, efficiente e impavido.

Frutto di continui perfezionamenti, la macchina da guerra Sannita arrivò, nel periodo di maggior potenza, a livelli d’eccellenza tali da contendersi alla pari con Roma l’egemonia su gran parte dei territori dell’Italia meridionale.

Inizialmente, l’impostazione militare dell’esercito era alquanto primitiva. Era formato da battaglioni di guerrieri guidati da un condottiero, al quale tutti dovevano ubbidire incondizionatamente.

Col passare del tempo i Sanniti capirono che tale impostazione bellica risultava inefficiente e dispendiosa, e capirono che dovevano passare ad un’organizzazione più disciplinata: schierarono i combattenti in coorti (composte da 400 uomini) e, sebbene il territorio del Sannio fosse in gran parte montuoso, riuscirono a sviluppare una formidabile cavalleria.

Le loro tecniche di battaglia erano varie e flessibili, per tale motivo riuscirono ad ottenere, durante le loro azioni belliche, successi sia su terreni pianeggianti, sia su alture, sia in luoghi difficili e ostili.

L’armamento del fante era costituito da un’arma molto versatile: il pilum, un giavellotto di quasi due metri di lunghezza con il quale si potevano sferrare attacchi da distanze superiori ai venti metri. Per i combattimenti ravvicinati, non si utilizzavano spade, ma piccole e maneggevoli lance o lunghi pugnali. Indispensabile per la difesa lo scutum, un grande scudo costruito in legno e ricoperto in pelle che proteggeva gran parte del corpo del fante.

È curioso il fatto che i “tecnologici” Romani consideravano superiori alle loro le armi Sannite, così “rubarono” sia il pilum (che poi modificarono e migliorarono sensibilmente), sia lo scutum.

I fanti erano protetti dalla tipica corazza a tre dischi integrata a volte, da protezioni in bronzo per gli arti superiori. Come protezione del capo portavano un elmo che negli ufficiali, o per i componenti della Legio Linteata, era ornato di piume. Nel complesso l’armatura e le protezioni in genere, non appesantivano il fante e gli consentivano buona dinamicità in battaglia.

Nonostante la grande estensione del territorio controllato, i Sanniti cercarono sempre nuove terre da colonizzare per garantirsi sempre maggior prosperità.

Sicuramente la vicina Campania, appartenente alla Magna Grecia, era per i Sanniti un obbiettivo sia per il suo territorio fertile e accogliente sia per il suo clima eccellente.

I Sidicini (in greco antico Σιδικῖνοι) erano vicini dei Sanniti e dei Campani, e avevano per capitale Teanum Sidicinum (l’odierna Teano). Nel 343 a.C. i Sanniti attaccarono i Sidicini, che chiesero aiuto ai Campani, ma in brevissimo tempo i Sanniti ebbero la meglio.

Dopo questa facile vittoria i Sanniti assediarono la ricca città Campana di Capua, la quale chiese immediatamente aiuto a Roma che però non intervenne in sua difesa a causa di un trattato di non belligeranza firmato con i sanniti una decina di anni prima.

La prospera città della Magna Grecia allora “giocò il jolly” con l’istituto giuridico detto “deditio”: consegnò la città a Roma, che pretese che l’assedio cessasse e che le truppe si ritirassero immediatamente dal territorio, ormai romano. Dall’altra parte vi fu un secco rifiuto, e Roma inevitabilmente dichiarò guerra ai Sanniti.

La prima guerra Sannitica era così cominciata.

La guerra si combatté su due fronti: il primo in Campania, dove l’esercito romano non ebbe grosse difficoltà a piegare l’esercito Sannita, il secondo nel cuore del Sannio, dove il terreno amico e precise tattiche di guerriglia costrinsero i generali Romani a chiedere rinforzi.

Dopo due anni di scontri, il conflitto cessò con la battaglia di Suessula, dove i Romani piegarono l’esercito Sannita in modo definitivo.

La conseguenza di questa vittoria fu che Roma fece suoi i territori Greci della costa tirrenica fino a Capua, ed i Sanniti inglobarono tra i loro possedimenti le terre dei Sidicini, oltre al rinnovo del patto di non belligeranza già stipulato nel 354 avanti Cristo.

I due eserciti imbracciarono di nuovo le armi quindici anni dopo, al seguito di reciproche violazioni del noto trattato di non belligeranza.

Nel 328 avanti Cristo infatti, Roma fondò la colonia di Fregellae in una area di territorio che i Sanniti consideravano sotto la loro sfera d’influenza.

Di contro l’esercito Sannita un anno dopo assediò Neapolis (Napoli), città che era per meta filo-Osca (quindi amica), e per metà greca ed alleata dei Romani.

Tale atto portò inevitabilmente Roma a scendere in campo per aiutare l’amico greco.

La battaglia fu vinta dall’esercito Romano, e tale successo portò alla stipula con la città greca di un trattato di alleanza paritaria: in definitiva Neapolis si unì alla confederazione Romana diventandone alleato, mantenendo però la sua autonomia e conservandone i caratteri culturali.

Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso dando origine alla seconda guerra Sannitica.

Gli scontri iniziarono e si protrassero con piccole vittorie da ambo i schieramenti, fino a che, durante uno spostamento dell’esercito Romano da Calatia a Luceria (l’attuale Lucera, Foggia), il comandante Sannita Gaius Pontius fece scattare una trappola perfetta.

Fece accampare i suoi uomini presso la principale città della tribù Sannita dei Caudini, Caudium (l’attuale Montesarchio in provincia di Benevento), e da lì inviò alcuni uomini travestiti da pastori incontro all’esercito Romano guidato da Tiberius Veturius Calvinus e Spurius Postumius Albinus con lo scopo di farsi catturare.

Questi, depistarono i Romani e li indirizzarono verso

“… due gole strette ricoperte da boschi congiunte l’una con l’altra da monti che non offrono passaggi …”

così Tito Livio descrive le Furculae Caudinae, cioè Forche Caudine, un luogo la cui localizzazione risulta tutt’ora incerta.

L’esercito entrò tra quelle strettoie compiendo un errore clamoroso: non mandarono alcun soldato in avanscoperta alla ricerca di pericoli; così una volta arrivati alla fine del passaggio, si trovarono le truppe Sannite a sbarrargli la strada. Come ovvia reazione, i Romani ripresero i loro passi per tornare indietro, ma arrivati al punto di partenza, trovarono la stessa scena vista poco prima.

L’esercito di Gaius Pontius uscì dai suoi nascondigli e accerchiò la valle: il combattimento, in quelle condizioni, era inutile, ma Gaius approfittò della manifesta superiorità per umiliare e lanciare un messaggio ai romani: ai soldati non fu torto un capello, ma furono disarmati e, vestiti della sola tunica, fatti passare sotto il giogo, e a quel punto fatti inchinare a cospetto dell’esercito vincitore.

Tale pratica portava immensa gloria a chi la imponeva e, di contro, totale vergogna e umiliazione a chi la subiva.

Questo avvenimento fu per Roma una delle più buie pagine nella sua storia, tanto che tale onta venne ricordata per secoli e ancora oggi “passare sotto le forche caudine” è una frase che viene utilizzata con il significato di subire una grande umiliazione.

La firma di un nuovo trattato di pace tra le due superpotenze imponeva a Roma di consegnare le colonie di Fregellae e Cales ai Sanniti.

La pace durò per poco, la guerra infatti, riprese nel 316 avanti Cristo, se vogliamo ancora più dura e aspra, e i Sanniti riuscirono ad ottenere sonanti vittorie sia in Campania sia in casa del nemico, nel Lazio, questo grazie all’appoggio di altre popolazioni che mal digerivano la sete espansionistica di Roma.

Nell’ anno 315 avanti Cristo, nella prima battaglia di Lautulae (nei pressi dell’odierna Terracina), i Sanniti inflissero pesantissime perdite all’esercito Romano senza però conseguire la vittoria totale, mentre nella seconda battaglia, alcune fonti storiche danno vittorioso l’esercito Sannita (molto probabile), altre, come quelle di Tito Livio, Roma. È ovvio che, basandoci sull’opera “Ab Urbe Condita” dall’impronta spiccatamente filo-romana, molte battaglie dall’esito incerto fossero attribuite come vittoriose da parte di Roma.

Questo fu però l’ultimo successo messo a segno dall’esercito Sannita durante questa guerra: una dopo l’altra caddero sotto l’influenza Romana, Anagnia (Anagni), Aletrium (Alatri), Ferentinum (Ferentino), e nel 305 a.C., Roma inflisse ai Sanniti la sconfitta determinante per gli esiti della guerra: il comandante capo Statius Gellius fu sconfitto e fatto prigioniero a Bovianum, nel cuore del Sannio.

La guerra era finita e così, nel 304 avanti Cristo, fu firmato il trattato di pace attraverso il quale Roma si rafforzò notevolmente nei confronti dei rivali. La tribù dei Frentani, che durante la guerra faceva parte della “Lega Sannitica”, si sottomise totalmente al vincitore; Roma fondò, inoltre, anche nuove colonie. Le terre controllate dai Sanniti ora, si trovarono accerchiate da nuovi possedimenti Romani: Sora e Arpinum (Arpino) nel Latium Vetus, Cesennia (l’attuale Mignano Monte Lungo, Caserta) nella Campania Felix e addirittura da Luceria (Lucera, Foggia), in Apulia (regione al nord dell’attuale Puglia).

Ridotti nel territorio e negli uomini, i Sanniti vedevano sempre più minacciato dalla forza di Roma, il valore loro più sacro: la libertà.

Per questo, attraverso alcune scorribande nel territorio dei Lucani, cercarono di convincere quei popoli ad allearsi con loro contro la prepotenza Romana, ma di tutto contro, i Lucani chiamarono in difesa proprio l’acerrimo nemico che non si fece pregare e dichiarò guerra ai Sanniti.

Nel 297 avanti Cristo iniziò quindi la terza guerra Sannitica. Le battaglie combattute furono aspre e sanguinose, distribuite su un campo di battaglia vastissimo. Determinanti furono due battaglie entrate nel mito: la battaglia del Sentino nel 295 avanti Cristo, e quella di Aquilonia nel 293.

Nei pressi dell’attuale comune di Sassoferrato, sito nella valle dell’Esino, in provincia di Ancona, si combatté il primo epico conflitto: la battaglia del Sentino, conosciuta anche con il nome di Battaglia delle Nazioni, uno scontro il quale coinvolse almeno sette eserciti e quasi 90.000 uomini!

All’inizio delle ostilità, Roma capì immediatamente la forza del nemico e con un’abile mossa militare, “spezzò” la coalizione, inviando nei pressi di Cluvium (Chiusi), una legione di soldati a compiere scorribande. Etruschi e Marsi “abboccarono” alla provocazione e giunsero in aiuto delle popolazioni, lasciando Galli Senoni e Sanniti a vedersela con i Romani nel Sentino.

Nelle prime fasi della battaglia, sembrava che l’ago della bilancia pendesse nettamente dalla parte della coalizione Sannitica: gli arcieri, utilizzando solidi carri da guerra, stavano infliggendo importanti perdite nei confronti della cavalleria Romana. La loro sorte sembrava segnata: Publius Decius Mus, console, cadde durante gli scontri, e le sue legioni furono pesantemente decimate dall’avanzata Sannitica.

Quintus Fabius Maximus Rullianus invece, se la stava vedendo con le truppe del comandante Sannita Gellius Egnatius e, pur non senza difficoltà, riuscì ad averne ragione. Subito dopo aver ricomposto i cocci delle sue legioni, partì in soccorso delle schiere di Publius Decius Mus che, senza una guida, stavano per essere annientate.

Quintus Fabius Maximus Rullianus con un’abile mossa di strategia militare, sorprese gli avversari alle spalle, riordinò le sue legioni e riuscì a conseguire la vittoria sull’esercito della “Federazione Sannita”.

Quando gli Etruschi e Marsi si resero conto del tranello nel quale erano finiti, era ormai era troppo tardi, al loro ritorno nel Sentino, andarono direttamente tra le braccia dei romani e fecero la fine dei loro alleati.

Le conseguenze di questa sconfitta da parte della coalizione furono tali che il legame bellico tra i vari popoli non venne mai più istituito. Gli Etruschi e gli Umbri scesero a patti con l’Urbe, mentre i Sanniti continuarono ad esserle ostili (e viceversa).

La prossima volta concluderemo questo nostro volo radente sulla storia del glorioso popolo sannita.

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