Storia, magistra vitae – I sanniti – parte quarta

Nello scorso articolo abbiamo visto le “tre guerre sannitiche“, che contrapposero i Sanniti ai Romani; vediamo qualche dettaglio in più di quelle guerre.

Nel 293 avanti Cristo i Sanniti erano allo stremo delle forze. Con grande fatica riuscirono a rimettere insieme una nuova armata costituita da vecchi e nuovi combattenti, questi ultimi arruolati forzatamente, e composero così la “Legio Linteata”.

Ormai i sacerdoti Sanniti cercavano aiuto in tutti i loro Dei: sapevano che se fossero usciti sconfitti da quella battaglia, il loro bene più sacro, cioè la libertà, sarebbe stato seriamente messo a repentaglio.

Alla neonata Legio Linteata fu quindi fatto giurare, attraverso un rito di sangue, un patto solenne che imponeva loro, la massima fedeltà e obbedienza.

Non c’era tempo da perdere, Roma incalzava sui loro territori, i saccheggi e gli assalti delle legioni ai centri Sanniti non si contavano; con passo spedito e fare risoluto, la macchina bellica Romana stava risalendo il Sannio determinata ad annientare una volta per tutte, l’odiato nemico.

Per questo, alcune coorti Sannite furono inviate a protezione di Cominium, mentre quaranta furono affidate alla protezione della roccaforte Aquilonia (l’enigmatica città Sannita della quale si sono perse le tracce): i Sanniti sapevano che prima o poi Roma avrebbe “bussato” alle porte delle città, e l’attesa non fu lunga.

L’esercito Romano, diviso in due tronconi ma ben coordinato, grazie ad una serie inesorabile di vittorie, riuscì in breve tempo a raggiungere i due baluardi Sanniti: le legioni del console Spurius Carvilius Maximus si fermarono alle porte di Cominium mentre quelle di Lucius Papirius Cursor riuscirono a giungere fino ad Aquilonia.

Nonostante la distanza di quasi trenta chilometri, i due consoli riuscivano a comunicare tra di loro tramite messaggeri, così di comune accordo fu presa la decisione di attaccare nello stesso giorno le rispettive città sotto assedio.

Spurius Carvilius Maximus riuscì non senza difficoltà a sbaragliare la tenace resistenza di Cominium, mentre la battaglia ad Aquilonia era di ben altro spessore: Lucius Papirius Cursor dovette far appello a tutte le sue risorse di strategia militare e, grazie ad un efficace utilizzo della cavalleria unita alla fanteria, riuscì, dopo una giornata di battaglia, a sconfiggere l’esercito Sannita; caddero sul campo non meno di cinquantamila uomini e, nonostante il giuramento, alcuni componenti della Legio Linteata, riuscirono a fuggire e a dirigersi verso Bovianum (dove resistettero eroicamente ai Romani fino al 290 avanti Cristo).

Verso sera i comandanti Romani entravano in Aquilonia, e la terza guerra Sannitica era conclusa.

I Sanniti, però, pur sapendo che non potevano più a insidiare lo strapotere dell’Urbe, le rimasero orgogliosamente ostili e non si tirarono indietro nell’appoggiare chi cercava di combatterla.

Fu così che nel 280 avanti Cristo si allearono il Re dell’Epiro Pirro, impegnato in un aspro conflitto contro Roma generato dalla reazione di Taranto, capitale della Magna Grecia, all’espansionismo romano.

Le cose si misero subito bene per Pirro e il suo esercito, che, disponendo di un elemento bellico sorprendente e mai visto prima, gli “elefanti”, riuscì a sconfiggere (non però senza difficoltà) i Romani ad Heraclea (l’attuale Policoro, Matera).

L’anno successivo, nel 279 avanti Cristo, i Romani incrociarono le armi con Pirro nei pressi di Ascolum (Ascoli Satriano, Foggia), dove pur perdendo, inflissero tali perdite all’esercito del Re dell’Epiro, che dovette ripiegare per evitare nuovi scontri, onde evitare di perdere ulteriori uomini.

Da questo episodio nacque il modo di dire di uso comune: “vittoria di Pirro”, usato appunto per descrivere una vittoria ottenuta a carissimo prezzo.

Ma i sogni dei Sanniti di veder sconfitto il detestato rivale, si spezzarono proprio nel Sannio, a Maleventum (Benevento), nel 275 avanti Cristo. L’esercito della Magna Grecia, indebolito da anni di guerra, senza più l’elemento sorpresa dato dagli elefanti da guerra annientati ad Ascolum, e con Taranto assediata, si sgretolò sotto i colpi dell’offensiva Romana, che nel frattempo aveva stretto un patto con Cartagine.

Pirro, per non essere catturato, dovette darsi alla fuga, e tornare con quel poco che rimaneva del suo esercito nell’Epiro, lasciando soli i Sanniti che, allo stremo delle forze, dovettero subire l’ira vendicatrice dei Romani.

Le tribù Sannite furono sbaragliate, i capi vennero giustiziati e i combattenti venduti come schiavi. Le condizioni di resa che imposero i Romani furono durissime, ed imponevano, tra l’altro, lo scioglimento della Lega.

Un’altra conseguenza della vittoria finale di Roma, fu la modifica del nome della città Sannita di Maleventum, letteralmente “male-evento”: dopo la vittoriosa battaglia che sanciva il suo dominio sulla Magna Grecia, alla città fu scelto il nome di Beneventum, ossia “buon-evento”!

Dopo cinquant’anni di “pace”, i fieri Sanniti dovettero, loro malgrado, imbracciare le armi in occasione della seconda guerra Punica. Roma, infatti, a causa dei trattati di resa imposti alla fine della terza guerra Sannitica, aveva il diritto di arruolare tra le loro fila anche soldati Sanniti, i quali, in seguito alle sconfitte di Roma sul Ticino, sulla Trebbia e sul Trasimeno, furono fatti prigionieri da Annibale.

Il tiranno Cartaginese, dopo queste vittorie, invece di puntare dritto su Roma, virò verso il Sannio mettendo a ferro e fuoco quei territori alla ricerca di nuovi alleati. Annibale era visto dal popolo dei Sanniti solo come un despota che avrebbe rimpiazzato Roma sotto l’aspetto dell’oppressione e non un condottiero da seguire per riconquistare la loro libertà.

I Sanniti, quindi, restarono quindi “fedeli”, se così si può dire, all’Urbe, fino alla vittoria di Annibale nella battaglia di Canne; in seguito, la coesione delle tribù venne meno ed alcune di queste, rigettando l’alleanza con l’antico nemico, passarono dalla parte Cartaginese.

Dopo molte sterili lotte per difendere la loro libertà, i Sanniti dovettero accettare il loro nuovo status di colonia, senza però poter godere della cittadinanza Romana, un grave svantaggio mal digerito da tutta la popolazione.

Nelle stesse condizioni era vittima anche gran parte delle popolazioni italiche: fu così che, nel 91 avanti Cristo, si costituì la “Lega Italica”, una super alleanza politica che comprendeva gran parte delle popolazioni del centro meridione.

La Lega aveva istituzioni proprie, leggi proprie, consoli e senatori propri e un esercito di centomila uomini; insomma uno stato parallelo a tutti gli effetti, che coniava addirittura una propria moneta raffigurante una scena di satira politica del tempo: il toro Sannita che sottometteva la lupa Romana.

Nello stesso anno divampò la Guerra Sociale, un aspro conflitto che vide la Lega Italica conseguire numerosi successi: proprio mentre Roma stava per soccombere definitivamente sotto i colpi dei Marsi e degli Etruschi, che nel frattempo erano entrati nel conflitto, Lucio Giulio Cesare approvò la famosa “Lex Iulia de civitate latinis et sociis danda” che offriva cittadinanza Romana a ogni popolo che non fosse in guerra o, che se anche lo fosse, deponesse subito le armi.

Gli effetti del decreto non tardarono a farsi sentire, suscitando all’interno della Lega sentimenti discordanti che la indebolirono pesantemente.

A poco a poco caddero diverse città della coalizione, tra cui Italica che riprese il suo vecchio nome di Corfinium; per questo, nell’88 a.C., la capitale venne spostata ad Isernia, ma ormai i Sanniti erano rimasti i soli a combattere Roma.

Gli scontri si protrassero fino all’82 avanti Cristo, quando i sanniti furono definitivamente annientati da Silla, il quale come ritorsione sui rivoltosi mozzò la testa a ottomila Sanniti fatti prigionieri, e il Sannio divenne oggetto di stermini e distruzioni.

Molto lentamente, negli anni, tutto il Sannio fu sottoposto al processo di “romanizzazione” che diede anche buoni frutti portando anche diversi indigeni a integrarsi nella classe dirigenziale Romana (ad esempio Ponzio Pilato).

Pur rimanendone poche testimonianze, la loro influenza è ancora viva nel patrimonio culturale e nel paesaggio delle terre che un tempo erano la loro sacra patria, e sicuramente qualche goccia di sangue Sannita scorre ancora nelle vene di qualche italiano.

 

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