Lost in space – parte seconda

Come ho scritto in “Lost in space – parte prima”, è molto difficile rappresentare in scala il sistema Solare, soprattutto perché lo spazio conosciuto è per il 99.9999999999999999999958% vuoto, o per lo 0.0000000000000000000042% pieno.

Da questo di comprende che quando anche volessimo usare, ad esempio, un modello in scala 1: 1.000.000.000 (un miliardo), esso andrebbe bene per le dimensioni dei pianeti, ma non per le distanze che intercorrono tra essi.

Abbiamo visto nella tabella dello scorso articolo quali sono le dimensioni e le distanze dei pianeti dal Sole. Partendo proprio dalla nostra stella, proviamo a utilizzare degli oggetti di uso comune e rappresentare il sistema solare in scala.

Il Sole, che è una sfera di circa 1 milione e 390 mila km di diametro, proviamo a rappresentarla con una sfera di 140 cm, o 1,4 metri, come dir si voglia. L’oggetto presente in natura più simile può essere una zucca molto grande (le più grandi arrivano fino a 3 metri).

Per Mercurio possiamo usare un seme di mela, per Venere e la Terra due biglie, per Marte una perlina da bracciale, per Giove una pallina (tipo quelle che usano i bambini molto piccoli o i neonati per giocare), per Saturno una mela, per Urano e Nettuno due palline da racchettoni.

Il problema è che se usiamo lo stesso criterio, dividendo per un miliardo le distanze, ci troviamo Mercurio a 60 metri, Venere a 100 e così via, fino ad arrivare a Nettuno a 4 chilometri e mezzo.

Quindi da qui si capisce perché la domanda di quel libro era sbagliata: su un foglio A4 è impossibile rappresentare in scala il sistema Solare, a meno che A4 non significhi “autostrada A4” (più nota come “Torino-Trieste”)!

Allora proviamo a ridurre di un altro fattore la scala, rappresentando le distanze con un fattore di scala 1: 100.000.000.000 (cento miliardi).

Vediamo la tabella:

NOME DIMENSIONE

(scala 1: 1.000.000.000)

DISTANZA DAL SOLE

(scala 1: 1.000.000.000)

DISTANZA DAL SOLE

(scala 1: 100.000.000.000)

Sole 1,4 m
Mercurio 4 mm 60 metri 6 centimetri
Venere 1 cm 100 metri 1 metro
Terra 1 cm 150 metri 1,5 metri
Marte 6 mm 230 metri 2,3 metri
Giove 14 cm 780 metri 7,8 metri
Saturno 12 cm 1,4 chilometri 14,3 metri
Urano 5 cm 2,9 chilometri 28,7 metri
Nettuno 5 cm 4,5 chilometri 45 metri

 

Questo modello, pur avendo ridotto le dimensioni del Sole a quelle di una zucca e quelle di Mercurio a un seme di mela, avrebbe comunque una lunghezza di 45 metri, che è come mezzo campo di calcio!

Ultima cosa, prima di parlare di vuoto. Autori del testo, oltre a scrivere cose inesatte (tipo “disegna in scala il nostro sistema solare”), non siete neanche aggiornati. Plutone non è più un pianeta ormai da anni!

Tornando a noi, come ho detto all’inizio, lo spazio è fondamentalmente vuoto.

In realtà non è completamente vuoto, ma contiene una bassa densità di particelle: la densità della materia può essere ridotta a pochi atomi di idrogeno per metro cubo.

Lo spazio occupa la maggior parte del volume dell’universo, ma anche le galassie e i sistemi stellari sono composti quasi interamente da spazio vuoto.

Non c’è un confine netto da cui comincia lo spazio giacché l’atmosfera terrestre sfuma più o meno gradatamente verso lo spazio stesso in virtù del decremento di forza di gravità.

Tuttavia, la linea Kármán, a un’altezza di 100 chilometri sopra il livello del mare, è convenzionalmente utilizzata come l’inizio dello spazio.

Ma cosa accadrebbe se un uomo si trovasse all’improvviso nello spazio vuoto?

Spazio vuol dire pericolo e il pericolo, lo insegnano gli antichi coloni della storia terrestre, deve essere affrontato. Nel 1965 la penna di Irwin Allen diede vita a “Lost in Space”, una serie televisiva che raccontava le avventure della famiglia Robinson, perduta nello spazio a causa di un malfunzionamento della loro astronave, da cui ho tratto il titolo di questi articoli.

“Nello spazio nessuno può sentirti urlare” è una delle più famose citazioni del primo “Alien” (1979), ma in tutti quei film poche volte si affrontava il problema di trovarsi nel vuoto.

C’è una scena di “2001: Odissea nello spazio” in cui Bowman si “spara” dalla capsula nella stiva della Discovery, senza indossare un elmetto.

Il preconcetto comune è che un organismo esposto al vuoto dello spazio andrebbe incontro a una fine immediata e cruenta: tipicamente, si immaginano teste che esplodono, occhi fuori dalle orbite, pelle che congela e così via (come rappresentato, malissimo, con trucchi da film di serie b, in “Atto di forza” (Total Recall) nel 1990).

Sulla Terra veniamo protetti dall’atmosfera, che è in equilibrio con la nostra pressione sanguigna interna: essendoci il vuoto, nello spazio, viene naturale pensare che la pressione interna del nostro corpo ci farebbe esplodere.

Il pericolo maggiore del rimanere nello spazio senza tuta spaziale (che, come forse saprete, è letteralmente gonfiata come un palloncino per premere sul nostro corpo come fa l’atmosfera) non è la deflagrazione, ma l’embolia e l’ipossia.

L’embolia è la formazione di bolle all’interno dei nostri fluidi quando la pressione ambientale si riduce velocemente: la sperimentano sulla Terra i subacquei, quando risalgono troppo velocemente dalle immersioni.

Nello spazio, però, non sarebbe l’azoto a bollire, ma l’acqua stessa: il punto di ebollizione (che dipende strettamente dalla pressione atmosferica) sarebbe più basso della temperatura corporea (37°C) e quindi comincerebbero a formarsi bolle in tutti i tessuti, non solo nel sangue.

Bolle di vapore acqueo che gonfierebbero il nostro corpo fino al doppio del normale, ma senza farci esplodere: tutto grazie alla pelle, che è estremamente elastica e resistente.

Non bisogna però immaginare il sangue come una pentola sul fuoco: in caso di embolia la temperatura corporea rimane costante. Certo, il nostro corpo sarebbe in preda a dolori lancinanti per i molteplici infarti qua e là nei tessuti, ma almeno il nostro corpo resterebbe integro.

Un altro problema del rimanere senza tuta è la carenza di ossigeno, che porterebbe ad una perdita di coscienza in meno di 15 secondi.

No, non potete trattenere il fiato per resistere un po’ di più: quell’aria che trattenete nei polmoni ha una pressione, e ha tutta la voglia di uscire visto che fuori c’è il vuoto assoluto.

Il calo repentino della pressione è in grado di far aumentare di volume l’aria nei polmoni così in fretta che, anche se dovessimo provare a trattenerla, potrebbero rompersi!

Dopo aver perso conoscenza, dureremmo probabilmente un paio di minuti prima di morire. Naturalmente dovete mettere in conto tutti gli ultravioletti che ci brucerebbero la cute senza pietà.

Per non parlare della temperatura: a -270°C avremmo abbastanza freddo da andare velocemente in ipotermia, ma non da congelare all’istante.

Quindi, un consiglio: se vi trovaste nello spazio, indossate una tuta spaziale!

6 pensieri riguardo “Lost in space – parte seconda

  1. No, Plutone non dovevi togliermelo.
    Anche perché la tabella avrebbe aggiunto altro “spazio” e avrebbe allungato di molto le distanze (ma aggiungiamo anche che Plutone ha una orbita talmente ellittica da trovarsi a volte più vicino al Sole di Nettuno).

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