Storia, magistra vitae – Il Kurdistan

Una delle prime cose che ricordo di aver studiato in storia è stata la Mesopotamia. Il nome deriva dal greco Μεσοποταμία/Mesopotamía, nome composto da μέσος/mésos “centrale, che sta in mezzo” e ποταμός/potamós “fiume” quindi “terra fra i fiumi”.

I fiumi in questione sono il Tigri e l’Eufrate: nascono in Armenia, scorrendo quasi parallelamente fino ad unirsi all’altezza la cittadina di Al-Qurna, nel sud dell’Iraq, cioè circa 150 chilometri prima di sfociare nel Golfo Persico, cambiando nome in “Shatt al-‘Arab” cioè “Sponda degli Arabi”.

Secondo la descrizione di Plinio il Vecchio e di altri storici antichi, sia il Tigri sia l’Eufrate sfociavano direttamente nel mare, la cui linea di costa era quindi molto più arretrata di quella attuale, senza confluire l’uno nell’altro come oggi.

Ai tempi dello sviluppo delle civiltà mesopotamiche, tra i quali i Sumeri, molte delle città più importanti del periodo sorgevano su questi due fiumi, come Uruk, Ur, Eridu, Shuruppak, Larsa, Girsu e Nippur nel Sud; Eshnunna, Babilonia, Kish, Isin, Sippar nel Centro; Mari, Assur, Ninive, Kalku, Dur-Sarrukin, Arbela e infine Nuzi verso i confini con l’Iran; Harran, a occidente.

Non è strano che sia la prima cosa che ricordi di storia: prendendo la nascita della scrittura come punto di riferimento per separare la storia dalla preistoria, allora i popoli che abitarono la Mesopotamia nei millenni precedenti la nascita di Cristo devono essere considerati coloro che hanno dato inizio alla storia.

Uruk, un’antica città dei Sumeri e successivamente dei Babilonesi, situata nella Mesopotamia meridionale, è la prima per cui sia possibile utilizzare il termine “città”. Tutto nacque da quelle parti, quindi.

Nella Mesopotamia meridionale, convivevano, mescolate insieme ai Sumeri, popoli che parlavano una lingua semitica, della stessa famiglia dell’ebraico e dell’arabo odierni.

Questa lingua si chiama accadico e nel 2° millennio a.C. si sviluppò nei due dialetti: il babilonese a sud e l’assiro a nord. I Sumeri parlavano una lingua che era così diversa dall’accadico come, oggi, il cinese è differente dall’italiano.

Ninive è una delle più famose città antiche, sulla riva sinistra del Tigri a Nord della Mesopotamia. Divenne capitale del regno assiro sotto il re Sennacherib (704 – 681 a.C.); ampliata e abbellita da questi e da Assurbanipal (668 – 626 a.C.) raggiunse l’apice del suo splendore: la sua distruzione, nel 612 a.C., ad opera di Medi e Caldei, segnò anche la fine del grande regno assiro.

I Medi erano un antico popolo iranico che occupò gran parte dell’odierno Iran centrale e occidentale, a sud del Mar Caspio. Nel VI secolo a.C. fondarono un impero che si estendeva dall’attuale Azerbaigian all’Asia Centrale e che fu rivale dei regni di Lidia e Babilonia.

Secondo le Storie di Erodoto i Medi furono anticamente chiamati “Ariani” da tutti i popoli, ma quando Medea, la Colchide, venne da Atene, cambiarono il loro nome in suo onore.

L’area della regione compresa tra Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia e Azerbaigian nel 7° secolo d.C. venne conquistata dagli Arabi e i gli abitanti del posto si convertirono all’Islam.

Quegli abitanti si chiamavano Curdi e la regione dove vivevano Kurdistan.

Tra il 12° e il 13° secolo sarà proprio una dinastia curda a regnare in Egitto e in Siria: era nato, infatti, in un villaggio curdo il sultano Saladino, avversario dei crociati a Gerusalemme e in Palestina.

Nel 16° secolo la maggior parte del Kurdistan fu inglobata nell’Impero ottomano, mentre una parte veniva conquistata dalla Persia. Nonostante fosse stato assoggettato, il popolo curdo riuscì a mantenere una certa autonomia conservando le sue divisioni interne in tribù patriarcali e un sistema economico-sociale di tipo feudale.

Dopo la fine della Prima guerra mondiale le potenze vincitrici liquidarono l’Impero ottomano sconfitto dividendo il suo vasto territorio. I Curdi sperarono che fosse arrivato per loro il momento di costruire uno Stato nazionale e indipendente: il Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920, infatti, stabiliva il diritto all’autonomia per la popolazione curda in un ristretto territorio.

Il governo turco, però, si oppose a questa decisione e il Trattato di Losanna del 1923 annullò quanto stabilito tre anni prima riconoscendo alla Turchia il controllo del settore più ampio del Kurdistan.

La terra dei Curdi veniva quindi divisa e nei decenni successivi si susseguirono le rivolte indipendentiste organizzate dal popolo curdo in Turchia, tutte sanguinosamente represse. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale anche i Curdi dell’Iran, dell’Iraq e della Siria si ribellarono più volte, senza successo, ai rispettivi regimi.

Nell’attuale divisione degli Stati in Medio Oriente la nascita di uno Stato autonomo del Kurdistan appare ormai un’ipotesi irrealizzabile: nessuno dei paesi coinvolti, infatti, è disposto a cedere aree più o meno ampie del suo territorio a favore del popolo curdo, privandosi delle materie prime di cui quei territori sono ricchi, prima fra tutte il petrolio.

Geograficamente, quindi, i curdi vivono in un’area che comprende la Turchia sud-orientale, l’Iran nord-occidentale, l’Iraq settentrionale e la Siria settentrionale. Comunità sparse di etnia curda vivono anche in Anatolia centrale e nel Khorasan.

Quanti siano non è chiaro, poiché i regimi di Turchia, Iran e Siria non li hanno mai censiti; si presume che siano tra i 30 e i 40 milioni, costituendo uno dei più grandi gruppi etnici privi di unità nazionale.

Un gruppo di studenti curdi di Turchia costituì nel 1978 un partito (necessariamente clandestino) di orientamento comunista marxista-leninista denominato PKK (Partito dei lavoratori curdi) i cui obiettivi erano il socialismo (il cui modello era l’Unione Sovietica) e l’unificazione e l’indipendenza di tutto il Kurdistan. Il suo leader era Abdullah Öcalan.

Alle proteste pacifiche curde la risposta fu una repressione militare e poliziesca che fece migliaia di morti nelle strade, di incarcerazioni, di desaparecidos. Nel 1983 il PKK decise il passaggio alla lotta armata; nel 1984 la avviò, in tutto il sud-est della Turchia. La repressione operata dai governi turchi portò alla distruzione di 5- 6 mila villaggi curdi e a 30-40 mila vittime.

Le vicende degli ultimi anni in Turchia hanno comportato anche momenti di tregua e di trattative: il PKK infatti ha continuamente proposto trattative, con l’obiettivo dell’autonomia del sud-est curdo; e a ogni proposta ha accompagnato la cessazione delle attività di guerriglia.

La vittoria del partito islamista AKP (alla cui testa è Erdogan, attualmente presidente della Turchia) inizialmente portò a un allentamento della repressione e al riavvio di trattative.

La mancanza di un risultato elettorale che consentisse a Erdogan la manomissione della Costituzione turca, dato il risultato elettorale elevato del partito curdo legale HDP, portò però il Presidente turco alla chiusura delle trattative e alla repressione più feroce dell’intera popolazione curda.

Negli ultimi anni ci sono state sospensioni e arresti di centinaia di sindaci, commissariamenti di centinaia di comuni, bombardamenti e distruzioni di intere città e del centro storico di Diyarbakır, i cui giovani si erano ribellati, e questo per due anni consecutivi tramite bombardamenti aerei, di artiglieria, di carri armati.

Ciò ha obbligato il PKK alla ripresa della lotta armata.

Ma a chi pensa che siano dei guerrafondai, è bene ricordare che i Curdi hanno collaborato a bloccare l’avanzata dell’IS (il sedicente Stato Islamico, meglio noto come ISIS).

Lo Stato Islamico, dopo aver conquistato Mosul, tentò di invadere il contiguo Curdistan iracheno ma fu fermato dal PKK, istallato nel campo profughi di Mahmur.

Le bande islamiste, da al-Qaeda allo Stato Islamico, sono sempre state finanziate da Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, e fino a tempi relativamente recenti hanno continuato a essere armate proprio da quegli stati.

Quello che accade ed è accaduto in quelle regioni, l’ho spiegato qui e qui.

Quello che sta accadendo adesso è che l’Occidente, per non subire più ricatti da Erdogan, si sta sfilando dal conflitto e i curdi, ancora una volta, sono stati lasciati soli contro tutti.

Difendere i curdi non significherebbe, da parte occidentale, fare della beneficenza a favore di realtà lontane e sfortunate, ma evitare di essere travolta dalla feroce irresponsabilità del dittatore turco.

Che ha infatti dichiarato, tra l’altro, di non riconoscere la sovranità greca sulle acque territoriali attorno alle isole greche nell’Egeo e, sempre a proposito del Trattato di Sèvres, di rivendicare alla Turchia la Tracia greca.

Fino a quando subiremo i vaneggiamenti dei vari Erdogan, Ahmadinejad e compagnia bella senza muovere un dito? O c’è qualcuno che, prima di dire o fare qualcosa, sta ancora cercando la Curdia sulla cartina geografica?

8 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Il Kurdistan

  1. Non saprei cosa aggiungere, hai narrato tutto con dovizia di particolari.
    Purtroppo ogni “popolo” secondo me avrebbe diritto ad una Nazione: palestinesi, curdi, rohingya…
    Ma i confini sono stati decisi da precisi accordi sovrannazionali, e nessuno Stato rinuncerebbe ad una piccola porzione del proprio territorio per il beneficio di altri.

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  2. il problema del Kurdistan è una delle tante eredità del Trattato di Versailles, in tale sede i curdi furono deliberatamente dimenticati gettando così le basi di uno stato di guerra perenne. I kurdi hanno cercato appoggi ovunque, diventando di volta in volta filo-comunisti o filo-occidentali ma in realtà, dal loro punto di vista, restando sempre e solo kurdi. Indipendentemente da ciò che possano pensare gli eredi di coloro che a suo tempo si spartirono il Kurdistan, mi sembra vergognoso oltre che pericoloso che l’Occidente, dopo averli utilizzati nella guerra contro il Daesh, ove essi hanno dato un contributo determinante, li abbandoni ora al loro destino.

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