Il saluto di pace

La storia di Billy Hayes è iniziata a Istanbul il 6 ottobre 1970, quando aveva 23 anni.

Nativo di Long Island, era stato arrestato per aver provato a portare a bordo di un aereo per New York due chili di hashish (che aveva attaccato al petto con del nastro adesivo): accusato di spaccio di droga, fu condannato a quattro anni e due mesi da scontare in una prigione turca.

Poche settimane prima del suo rilascio, nel 1975, la corte prolungò la sentenza a 25 anni. Questo fatto indusse Hayes a progettare la propria evasione.

Proprio a causa della nuova sentenza, Hayes era riuscito a ottenere il trasferimento nella prigione sita sull’isola di İmralı.

Tre mesi dopo, di notte e durante una tempesta, riuscì a fuggire a bordo di una piccola barca e, remando per 27 chilometri nel Mar di Marmara, raggiunse le coste turche; nei giorni successivi attraversò il paese e poi, quasi cinque anni dopo il giorno del suo arresto, varcò il confine con la Grecia.

Se avete visto “Fuga di mezzanotte”, vincitore di un Oscar nel 1978, conoscete già questa storia, proprio tramite il film scritto da Oliver Stone tratto dall’autobiografia di Hayes, diventata un best-seller. Il tutto ovviamente un po’ romanzato, come accade a quasi tutte le “storie vere” trasposte sul grande schermo.

Io il film lo vidi al cinema (non nel ’78, avevo dieci anni) e lo ricordo bene. Ricordo soprattutto lo sgomento che provai. “Ma c’è davvero gente così cattiva?” mi chiesi, ingenuo.

Negli ultimi giorni si sta parlando molto di cosa stia accadendo in Turchia. E mentre il mondo assiste alla guerra di Erdogan in Siria, sembra che la cosa più grave l’abbiano fatta dei calciatori ventenni. Che hanno festeggiato con il saluto militare il gol vittoria contro l’Albania.

Prima di dire ciò che penso, vi racconto due storie.

La prima è quella di Hakan Sukur, ex calciatore turco con una parentesi anche in Italia (Inter e Lazio, all’inizio del secolo).

Sukur, ritiratosi dal calcio, è stato eletto in Parlamento nel 2011. Si è dovuto dimettere nel 2013, e due anni dopo si è dovuto trasferire con la famiglia in California perché è stato aperto a suo carico un procedimento per aver insultato Erdogan.

Nel 2016 venne anche emesso un ordine d’arresto nei suoi confronti, e Sukur era ritenuto vicino al gruppo terroristico responsabile del tentato colpo di Stato ai danni di Erdogan. Al bomber sono anche stati sequestrati i beni dal governo turco.

Oggi vende caffè a Palo Alto.

Non solo lui, però. C’è un’altra storia di un importante sportivo da conoscere se si vuole capire il motivo (se c’è) per cui i calciatori turchi si siano schierati apertamente con Erdogan.

Parliamo di Enes Kanter, cestista Nba dei Boston Celtic, da anni in prima linea nella battaglia contro il regime di Ankara.

Kanter ha scritto proprio in questi giorni una lettera al Boston Globe.

“Come posso restare in silenzio? Ci sono decine di migliaia di persone in prigione in Turchia, tra cui professori, dottori, giudici, avvocati, giornalisti e attivisti. Rinchiusi perché hanno detto di non essere d’accordo con Erdogan. Centinaia di bambini stanno crescendo in celle strette e anguste al fianco delle loro madri. Democrazia vuol dire avere la libertà di parlare, non dover essere rinchiusi in galera per questo”.

I guai per Enes Kanter partono da un post sui social, dopo il famoso (finto) golpe militare, in cui attacca Erdogan. Dopo quel post, nel giro di poche ore riceve centinaia di minacce di morte, anche da esponenti politici.

Dopo neanche un mese la polizia fa irruzione nella casa dei suoi familiari a Istanbul. Requisisce tutti gli apparecchi elettronici, da allora Kanter non ha più il numero di telefono dei familiari. Il fratello, più giovane di lui, viene bandito dalle nazionali turche e ora gioca in Spagna.

Non solo: il papà viene portato per cinque giorni in carcere, i passaporti dei genitori vengono annullati, in modo che non possano più lasciare la Turchia.

Passa qualche mese ed Enes Kanter viene disconosciuto come figlio. Il padre scrive una lettera a Erdogan:

“Enes non potrà più portare il nostro nome perché lo sta infangando. Con profonda vergogna mi scuso con il nostro presidente e con tutti il popolo turco per avere un figlio del genere”.

Kanter viene anche condannato, nel 2017, a quattro anni di carcere, per aver definito Erdogan “l’Hitler del XXI secolo”. In quello stesso anno, mentre è in Indonesia per delle attività benefiche, lo avvertono che le autorità locali lo stanno cercando per catturarlo. Così scappa in taxi all’aeroporto e prende il primo volo per l’Europa.

Quando arriva a Bucarest scopre che Ankara gli ha annullato il passaporto e ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Riesce a rientrare negli Usa solo grazie all’intervento dei senatori dell’Oklahoma.

Diventa formalmente un apolide.

Sono stati persino perquisiti e arrestati dei tifosi turchi a cui aveva regalato le sue scarpe, un ragazzo che lo aveva votato sui social per l’All Star Game è finito in cella, così come un dentista di Istanbul che aveva la sua foto in studio.

Anche il padre, nonostante si fosse dissociato con quella lettera, è stato condannato nel giugno 2018 a 15 anni di carcere.

In Turchia, dove l’Nba è molto seguita, le sue partite non vengono trasmesse da tre anni.

E la vita per lui non è facile neanche negli States:

“Andare a pregare in moschea il venerdì non è semplice, spesso mi ritrovo accerchiato da persone che mi urlano: traditore! Ho la fortuna di essere sotto i riflettori e di sfruttare questa piattaforma per promuovere i diritti umani, la democrazia e la libertà personale. È una cosa molto più importante della pallacanestro. Essere il portavoce di questi ideali per un turco vuol dire rischiare la prigione e la violenza da parte dei militari. Mi hanno chiamato terrorista, hanno chiesto all’Interpol di arrestarmi. Starei marcendo in galera se fossi tornato in Turchia. Restare lontano dalla mia famiglia è un sacrificio enorme, una sfida complicata da vincere. Ma le cose buone non ti vengono mai regalate, non sono mai semplici da conquistare. Mai”.

E i calciatori, cosa c’entrano con tutto questo? Iniziamo a capire il contesto.

Under giocava nel Basaksehir, club di proprietà di un cognato di Erdogan, con giocatori che celebrano da anni ogni gol col saluto militare; Demiral invece proviene dall’Alanyaspor, club vicino ai Lupi Grigi, estremisti fascisti, xenofobi e paramilitari.

Il romanista è del ’97, mentre il bianconero è del ’98. Erdogan è stato sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998 e primo ministro della Turchia per tre mandati consecutivi dal 2003 al 2014, anno della sua elezione a presidente della Repubblica.

Negli ultimi 10 anni c’è stata un’escalation della propaganda di regime, durissima nei confronti del dissenso. Demiral e Under non sono (solo) costretti, ma ci credono, sono nati e cresciuti in un regime che ha fatto a loro e ai loro coetanei lo stesso lavaggio del cervello.

I turchi, in generale, crescono con la esaltazione per la loro nazione, sono nazionalisti convinti e a quell’età non conoscono altro che Erdogan. Quei giocatori ci credono davvero, perché sono cresciuti così. Perché è normale, per loro.

Di cosa pensi IO di Erdogan l’ho scritto in Storia, magistra vitae – Il Kurdistan.

Di cosa si debba fare per risolvere il problema, non ne ho idea.

Certamente non prendersela con dei ventenni che non sanno neanche che il saluto militare nasce dal gesto dei cavalieri medievali che, per farsi riconoscere dai propri superiori o dai loro stessi alleati, si portavano la mano sulla fronte nell’atto di alzare la visiera e mostrare il proprio volto.

Quindi, un gesto di pace.

2 pensieri riguardo “Il saluto di pace

  1. Si schierano con Erdogan solo per paura.
    Paura di rappresaglia contro loro stessi, contro il loro familiari in patria, contro i loro patrimoni.

    Curioso che il “motto” della Turchia sia:
    “Pace in patria, pace nel mondo” (Yurtta sulh, cihanda sulh)

    Piace a 1 persona

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