Dove sono tutti?

Periodicamente mi capita di parlare con amici, che sanno della mia passione, di spazio, pianeti ed alieni.

E, ogni qual volta iniziamo a parlare di quegli argomenti, sono sempre, alla fine, il “pessimista” del gruppo.

I miei amici Ruggero e Igor, che ogni tanto leggono i miei articoli e sono appassionati dell’argomento come me, concordano, in genere.

Il mio pessimismo è presto spiegato: supponendo che esista, ed esiste, una civiltà aliena tanto sviluppata da, in qualche modo a noi sconosciuto, raggiungere il nostro pianeta, voi credete si limiterebbe a sbirciare da lontano? O si paleserebbe?

Edward Teller, un collega statunitense di Fermi, raccontava:

“Stavo passeggiando con Fermi e altri verso il Fuller Lodge. Stavamo andando a pranzo. Camminando, chiacchieravamo scherzosamente di un argomento che ricordo essere vagamente collegato ai viaggi spaziali. Non posso dirlo con certezza, ma mi pare stessimo parlando dei dischi volanti, e del fatto che naturalmente non fossero reali. Ricordo anche che fu proprio Fermi a sollevare esplicitamente la questione, chiedendomi cosa ne pensassi e quanto ritenessi probabile che entro i dieci anni successivi avremmo osservato un oggetto materiale muoversi più veloce della luce. Risposi ‘10-6‘, e Fermi disse che era una probabilità troppo bassa. Secondo lui era superiore al dieci per cento. Qualche minuto dopo, mentre stavamo pranzando e parlando di tutt’altro, Fermi se ne uscì con la domanda ‘Ma allora dove sono tutti?’, che provocò una risata generale perché, nonostante la frase fosse totalmente avulsa dal contesto, tutti capimmo che stava parlando della vita extraterrestre”

Carl Sagan, astronomo, astrofisico, astrobiologo, astrochimico e divulgatore scientifico statunitense vissuto dal 1934 al 1996 sintetizzò il pensiero di Fermi con la frase

“sarebbe davvero un enorme spreco di spazio”.

Ho già parlato di esopianeti (pianeta non appartenente al sistema solare, orbitante cioè attorno a una stella diversa dal Sole) abitabili qui, qui e qui, ed ho già spiegato che il problema principale è proprio la distanza.

Ho già spiegato che le distanze sono enormi, e non a caso lo spazio si chiama così.

Per fare un esempio: supponiamo di mettere il Sole al centro del Ponte Girevole di Taranto (e la Terra a un metro e mezzo di distanza): Proxima Centauri che, a 4,3 anni luce da noi, è in assoluto la stella più vicina alla Terra, in questo esempio sarebbe a Roma.

E Sirio, più o meno all’altezza di Milano. Pensate, tra l’altro che tutto lo spazio tra Taranto e Milano, a meno di qualche piccolo pianeta qua e là, sarebbe fondamentalmente vuoto.

Il mio pessimismo poi si spinge ancora più in là quando parliamo di primo contatto.

Supponiamo che le enormi distanze siano superate e ci si incontri con gli alieni. Peace and love? Non credo.

Cosa fecero gli spagnoli e i portoghesi quando arrivarono in Sud America e trovarono una civiltà inferiore? E gli inglesi in Nord America?

“Se gli alieni arrivassero sulla Terra, le conseguenze sarebbero come quelle di quando Cristoforo Colombo arrivò in America, cosa che non si è rivelata positiva per le popolazioni native americane. Questi alieni tecnologicamente avanzati sarebbero nomadi, con l’obiettivo di conquistare e colonizzare qualunque pianeta raggiungibile da loro”

disse Stephen Hawking (mica l’ultimo pirla come me).

Ma supponiamo di essere noi a scoprire un modo di viaggiare nello spazio in modo da ridurre le distanze che ci separano dagli esopianeti.

È evidente che con razzi a energia chimica, come quelli di oggi, non andremmo lontani nello Spazio, e neppure nel Sistema Solare. Per arrivare a Marte ci vogliono almeno 6 mesi, e per portare uomini fino a una qualche luna di Giove ci vorrebbero anni ed anni di viaggio. Un’esplorazione verso altre stelle non è neppure immaginabile, se non con astronavi generazionali.

Carlo Rubbia, fisico, accademico e vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1984, propose il Rubbiatron, che, a parte l’improponibile nome, è meno complicato di quello che sembra e potrebbe produrre energia che riscalderebbe idrogeno che, espulso dall’ugello, potrebbe arrivare a spingere una navicella a 50 km al secondo.

L’idea è quella di realizzare un reattore nucleare subcritico, cioè incapace di autosostenere la reazione nucleare senza una fonte esterna di neutroni (tra un po’ smetto con questi noiosi particolari tecnici).

Il Rubbiatron avrebbe diversi vantaggi: può funzionare utilizzando praticamente “qualsiasi cosa”, almeno tra i materiali comunemente noti nell’ambito del nucleare (uranio-235, uranio-233, plutonio, torio e addirittura scorie nucleari).

Inoltre, a differenza dei reattori convenzionali, può essere fermato in qualsiasi momento semplicemente spegnendo il sincrotrone; è in grado di ridurre le scorie nucleari in modo tale che esse diminuiscano la radioattività ai livelli iniziali in poche centinaia di anni, anziché nelle decine o centinaia di migliaia delle scorie non trattate, rendendo quindi la loro custodia e sicurezza un affare di gran lunga più gestibile.

Purtroppo, la costruzione di un Rubbiatron non è affatto affar semplice, a cominciare dalla realizzazione del sincrotrone che serve a farlo funzionare, ma in futuro è possibile che tali problemi si possano risolvere.

D’altronde, se Fermi pensava che ci fosse il 10% di possibilità di vedere un oggetto volare alla velocità della luce, perché non essere ottimisti?

Di tutti quei progetti per volare nello spazio, nessuno ha mai visto la luce, però, se non in forma di conferenza stampa per raccogliere fondi, perché evidentemente la tecnologia presente attualmente sulla Terra non lo permette.

Di recente, un ingegnere della NASA, David Burns (il cognome mi puzza di bufala, ma la notizia la riporto lo stesso), sosterrebbe di aver messo a punto un sistema che darebbe modo a un razzo di raggiungere e viaggiare nello spazio senza bisogno di carburante.

Non solo: il suo motore porterebbe un razzo a velocità vicine a quella della luce. Il suo “motore elicoidale” sfrutterebbe gli effetti di alterazione della massa di cui avevo parlato qui.

Il motore elicoidale basa il proprio funzionamento su un principio della fisica secondo il quale la massa di un oggetto si modifica nel momento in cui la sua velocità si avvicina a quella della luce. Gli oggetti presi in considerazione dalle ipotesi di Burns sono ioni, che nel motore verrebbero fatti viaggiare lungo un acceleratore di particelle – in questo caso un tubo dal percorso elicoidale – capace di portare questi elementi a velocità vicine a quelle della luce.

L’idea è quella di aumentare la velocità degli ioni – e quindi la loro massa – soltanto nel momento in cui viaggiano in una specifica direzione, decelerandoli invece quando viaggiano nella direzione opposta; in questo modo gli ioni produrrebbero spinte reattive di grado differente a seconda della direzione nella quale viaggiano, e la differenza tra le due forze esercitate potrebbe servire a condurre il vascello nella direzione desiderata.

Lo studio è online nella biblioteca digitale della NASA. Il che mi fa propendere verso l’ipotesi che lo studio sia serio. Chiaramente, Burns dice che funziona, e invita gli altri scienziati a dimostrare il contrario. Secondo me dovrebbe essere il contrario, cioè lui dovrebbe dimostrare che funziona, ma vabbè.

Nel suo lavoro Burns non si ferma alla teoria, e prova a dare anche valori reali: un acceleratore grande 200 metri in lunghezza e 12 metri in diametro, con una richiesta di energia di una centrale elettrica, cioè 165 megawatt di potenza (165.000 chilowatt), potrebbe generare solo 1 newton di spinta, una forza simile a quella che sto impiegando per scrivere questo articolo.

Ma se il motore venisse azionato nello Spazio, dove non c’è attrito, la continua accelerazione lo potrebbe portare a velocità relativistiche. Ci sono dei limiti in quest’idea, è vero, ed è lo stesso Burns ad affermare che realizzato così il motore elicoidale sarebbe poco efficiente, ma, sottolinea, ancora una volta si dimostra che con ciò che sappiamo possiamo già ottenere risultati inaspettati.

In attesa che qualcuno inventi sul serio un modo per lasciare questo pianeta, mi chiedo se poi dovremmo discutere su chi mandare via o chi tenere quaggiù.

Io, qualche idea ce l’avrei…

11 pensieri riguardo “Dove sono tutti?

  1. Qualcuno, quando testimonianze di incontri – a volte anche particolarmente intimi – con extraterrestri erano praticamente all’ordine del giorno, si è chiesto: ma con tutti gli scienziati che in tutto il mondo sono lì che li aspettano a braccia aperte, com’è che vanno tutti in cerca di vedove, vecchie zitelle, contadini analfabeti?
    Quanto alla tua domanda, per sfoltire la popolazione qui non ci sarebbe bisogno di mandarli dall’altra parte: la sfoltiremmo scannandoci furiosamente tra di noi per decidere chi mandare e chi tenere.

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  2. Gli ufo sono sempre stati una bufala o degli scherzi o degli abbagli. E quando erano visioni autentiche…beh, poi dopo anni si è capito che erano avvistamenti di prototipi sbuuegreti di aerei militari! Ad esempio, prima che diventasse operativo chissà quanti hanno visto gli stealth B2 spirit e li hanno presi per dischi volanti!Aerei segreti che nemmeno i radar vedevano!😬
    Per gli alieni la penso come te. Le distanze sono enormi e se qualcuno arriverà…ce ne accorgeremmo senza dubbio!

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      1. Ahahah non nella nostra vita almeno! Poi già tre lo dissi, se dovesse succedere spero nella remota possibilità che chi venga sia magari una spedizione di scienziati curiosi e non di conquistadores…ma, se sono come noi, se ragionano come noi…la vedo dura. Poi magari arriva superman o Goku e va bene…ma se arrivano i klingor so cazzi!😂

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