La domanda senza risposta

A volte mi chiedo a cosa serva sapere.

Come spesso accade, partire dalle origini delle parole aiuta: in latino il verbo “SĂPĔRE” aveva come primo significato quello intransitivo di “aver sapore, sapere di” (questo brodo sa di sale), e successivamente quello transitivo di “conoscere, capire”.

Nel latino classico è stato soprattutto SCĪRE il verbo impiegato con il valore di “sapere” ma nel latino parlato di età imperiale SĂPĔRE (poi SAPĒRE) assunse sempre più valore transitivo e il significato principale di “sapere”, vincendo così su SCĪRE.

In generale significa conoscere, avere cognizione di qualche cosa. In particolare vuol dire possedere una nozione o un gruppo di nozioni, per averle apprese con lo studio, con l’applicazione intellettuale, o per averle ricevute dall’insegnamento o dalla tradizione.

Quindi, chi non sa, ignora e, secondo definizione, è ignorante.

Ma ignorante non vuol dire analfabeta, perché se è vero che chi ignora non sa, non è detto che chi non sa qualcosa, sia anche analfabeta.

Uno può conoscere la Divina Commedia a memoria e non sapere nulla di economia, oppure saper risolvere equazioni complesse ma non sapere assolutamente nulla di biologia. Io, ad esempio, mi autodefinisco “ignorante enciclopedico”, perché “non so” un po’ di tutto…

Negli anni, la definizione di analfabetismo non è stata rigida: a inizio ‘900 indicava persone non capaci di leggere. Forse perché si considerava implicitamente che l’incapacità di leggere fosse associata anche a quella di scrivere.

Ma dal 1930 in poi, analfabeta era chi non sapeva né leggere né scrivere. La compresenza delle due capacità definisce dunque una persona alfabetizzata.

E se è vero che nella parte del mondo scolarizzato la percentuale di analfabetismo è crollata di pari passo all’obbligo scolastico, la situazione globale ancora è drammatica.

Quasi un miliardo di persone, equivalente ad un sesto della popolazione mondiale, non è in grado neppure di leggere un cartello o scrivere la propria firma.

Quest’enorme massa d’analfabeti, superiore alla popolazione complessiva dei paesi industriali, è concentrata nelle regioni economicamente meno sviluppate dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Il vero problema è che non esiste solo l’analfabetismo da non scolarizzazione. Molti tentativi di definire l’alfabetizzazione sono stati compiuti, senza però che si sia arrivati a un risultato ritenuto accettabile. Vediamo un po’ di definizioni.

Un analfabeta primario strumentale è una persona che non ha mai imparato a leggere e scrivere, e che quindi non è capace di comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Se io non vado a scuola, non so leggere e scrivere (e fare di conto) e quindi non potrò accedere a nessun servizio che la società mi offre. E avrò difficoltà a trovare un lavoro che mi permetta di vivere in maniera dignitosa.

Un analfabeta di ritorno è una persona che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi, e che quindi non è capace di comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Ad esempio, io sono analfabeta di ritorno in qualcuna delle competenze acquisite a scuola, come la comprensione di un testo in latino (che ricordo poco e male) o la realizzazione di un progetto meccanico (che ho studiato all’università). Sopperisco con qualche manuale o libro che ho ancora con me e che leggo quando non ricordo qualcosa, ma non è sufficiente per sostenere una conversazione, ad esempio.

L’analfabetismo di ritorno ha dunque effetti determinanti sulla capacità di un soggetto di esprimere il proprio diritto alla cittadinanza (dal voto al diritto all’informazione, alla tutela sul lavoro ecc.) e di potersi inserire socialmente in modo autonomo.

Un analfabeta funzionale è una persona capace di leggere e scrivere ma, pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riesce a elaborarne e utilizzarne le informazioni, e quindi non è capace comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Questo è forse il più grave degli analfabetismi, perché colpisce molte persone senza che neanche se ne rendano conto (ne ho parlato qui).

Leggetevi questa, che è un’indagine PIAAC-OCSE (“Programme for the International Assessment of Adult Competencies”), realizzata dall’ISFOL nel 2014, sulle competenze nel mondo degli adulti.

L’analfabetismo di ritorno unito all’analfabetismo funzionale, ossia all’incapacità a usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea, nel nostro Paese tocca la quota del 47%.

Il problema principale è che quel 47% vota, e il suo voto vale esattamente come il vostro o il mio, che magari cerchiamo di comprendere quel che facciamo votando. Ma non era questa la domanda iniziale.

Quando ci si chiede “a che serve il sapere?” si solleva una questione che rischia di non escludere alcuna risposta.

Se non lo possediamo noi stessi, vogliamo quantomeno disporre del sapere che ci indichi dove sia possibile reperire l’informazione che ci manca. Andando su Internet ad esempio, con tutti i rischi che il sapere scovato sul web non sia esattamente quello che ci serve.

Il pericolo è che scovando le nozioni che ci servono comodamente sul web, subentri la pigrizia nell’imparare cose nuove, perché “tanto lo cerco su Wikipedia”.

E la pigrizia che non allena la memoria, porta quest’ultima a diventare sempre più fiacca.

Spesso ricordiamo con precisione cose successe anni fa e dimentichiamo il nome della persona conosciuta pochi minuti prima. Perché? Perché la prima informazione è immagazzinata nella memoria a lungo termine, la seconda in quella a breve termine.

La memoria a lungo termine è una sorta di archivio illimitato della nostra vita. Qui si sedimentano le esperienze significative, ed è sempre qui che troviamo i ricordi dell’infanzia, quelli che danno forma alla nostra personalità.

La memoria a breve termine, invece, è una memoria temporanea che ci permette di ricordare le informazioni per circa 10 secondi. Un “cassetto” della memoria a breve termine è la memoria di lavoro, è lei che elabora le informazioni e ci fa svolgere le azioni quotidiane con semplicità.

Dimentichiamo le cose perché la nostra memoria a breve termine non è infinita. Anzi, per fare spazio a nuove informazioni dobbiamo necessariamente cancellarne delle altre.

È normale che con l’avanzare dell’età la memoria perda colpi, perché anche le connessioni dei neuroni invecchiano come il resto del corpo.

E la memoria ha bisogno di essere allenata. Il sudoku e i cruciverba vanno benissimo, ma ancor più importante può essere leggere o ascoltare buona musica, iniziare lo studio di una lingua o uno strumento.

Sto divagando ancora. A che serve sapere?

Serve a stabilire in generale cosa è utile e cosa non lo è, come pure fino a che punto un presunto sapere sia davvero affidabile o pertinente. L’utilità del sapere è illimitata.

Non sto pensando soltanto a tutti i benefici pratici della conoscenza, alla capacità stessa delle più alte astrazioni di trovare applicazioni tecnologiche, talora in ambiti remoti e inaspettati. C’è anche un’utilità puramente teorica delle teorie al di là di ogni possibile ricaduta pratica.

Don Lorenzo Milani, presbitero, scrittore, docente ed educatore cattolico italiano, diceva che “il sapere serve solo per darlo”, intendendo che se le conoscenze, le erudizioni, le scienze, restano dentro di noi, non serviranno a niente.

Quindi il sapere va condiviso. Che è quello che si prova a fare tutti i giorni su queste pagine.

13 pensieri riguardo “La domanda senza risposta

  1. Sono un convinto fan del mondo open source, quello su cui poggia la comunità di Linux) e quindi credo nella condivisione del sapere e delle idee. Condivido il tuo pensiero e come te sono un grandissimo ignorante ma come te sono consapevole di esserlo e, nei limiti miei cerco ogni giorno di esserlo un pochino di meno. Purtroppo il mondo di oggi è dominato da ignoranti inconsapevoli che, anzi, credono di sapere tutto e che con le loro decisioni creano disastri. Finirà che ci ritroveremo su Trantor!😝

    Piace a 1 persona

  2. Il sapere serve per dare un significato alla nostra vita, per dare il nostro piccolo contributo allo sviluppo del genere umano, per essere persone complete.
    Un mio vecchio prof diceva “bisogna sapere un po’ di tutto, e tutti di un po’”.
    Di questa frase ne ho fatto uno stile di vita.

    Piace a 1 persona

  3. Applausi 🙂
    Alcuni blog, come appunto il tuo, mi fanno pensare a quei monasteri altomedievali nei quali ci si dava da fare per preservare la conoscenza. Ci sono blogger che agiscono più o meno dichiaratamente con quel proposito, nell’attesa e nella speranza che giunga infine il giorno in cui nessuno avrà più dubbi e “a che cosa serve sapere?” sarà considerata una domanda oziosa.
    Buona giornata.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...