Puppet Show, di Fredric Brown

L’orrore arrivò a Cherrybell a cavallo di un ciuco tirato da un vecchio cercatore del deserto, uno straccione dalla barba grigia, che più tardi si presentò come Dade Grant. L’orrore aveva nome Garvane. Era alto quasi tre metri e sottile come uno stecco; così sottile che non poteva pesare più di quaranta chili. Il ciuco del vecchio Dade lo portava senza sforzo, benché i piedi del cavaliere strisciassero per terra da entrambi i lati della groppa. Ma non erano le sue dimensioni che lo rendevano orribile a vedersi: era la sua “pelle”. Rossa come carne viva. Sembrava che fosse stato scuoiato: e la pelle gli fosse stata rimessa alla rovescia. Il cranio e la faccia erano come il corpo, stretti e bislunghi; per il resto, però, sembrava un essere umano, o almeno un umanoide, se si eccettuano certi piccoli particolari, come il fatto che i suoi capelli erano azzurri. Un uomo azzurro e rosso sangue.

Casey, il proprietario della taverna, fu il primo che li vide arrivare dal deserto, dalla parte delle montagne, a est. Era uscito a prendere una boccata d’aria, anche se l’aria era torrida. In quel momento il gruppo si trovava a un centinaio di metri di distanza, e già era possibile distinguere le caratteristiche inumane della creatura in groppa al somaro. Solo inumane, a quella distanza; poi, quando si avvicinò, venne la sensazione di orrore. La bocca di Casey si spalancò e rimase aperta finché lo strano tipo fu a cinquanta metri. Ci sono persone che scappano di fronte all’ignoto, altre che lo affrontano. Casey avanzò, lentamente, per affrontarlo.

Raggiunse il gruppo a venti metri dal retro della taverna. Dade Grant si fermò e lasciò cadere la corda con cui conduceva il somaro. L’animale si fermò, lasciò dondolare la testa. L’uomo-stecco si rizzò piantando semplicemente i piedi nella sabbia. Fece passare la gamba sopra la groppa della bestia, e rimase in piedi un momento appoggiandosi con le mani sul dorso del somaro. Poi sedette sulla sabbia.

– Pianeta ad alta gravità – disse. – Non posso stare molto in piedi.

– Che cosa?… Chi?…- chiese Casey.

– Mi chiamo Dade Grant – rispose il cercatore, porgendo una mano che Casey strinse distrattamente. Quando la lasciò, la mano del cercatore scattò all’indietro indicando col pollice la cosa che sedeva sulla sabbia. – Il “suo” nome è Garvane. È un extraqualcosa, una specie di ministro.

Casey fece cenno all’uomo-stecco, e fu lieto di ricevere un altro cenno in risposta, anziché una mano tesa.

– Io sono Miguel Casey – disse. – Che cosa significa un extraqualcosa?

La voce dell’uomo-stecco era profonda e vibrante.

– Sono un extraterrestre. E un ministro plenipotenziario.

– Cosa posso fare per voi? – chiese Casey. – Ma, intanto, perché non vi mettete al riparo dal sole?

– No, grazie. Fa un po’ meno caldo di quanto mi avevano detto, ma sto benissimo. La temperatura equivale a quella di una fresca serata di primavera sul mio pianeta. E, in quanto a quello che potete fare per me, vi prego di avvertire le vostre autorità della mia presenza. Credo che saranno interessate.

Bene, pensò Casey, per pura fortuna si è imbattuto nell’unica persona che facesse al caso suo. Miguel Casey era mezzo irlandese e mezzo messicano. Aveva un fratellastro che era mezzo irlandese e mezzo americano misto. Questo fratellastro era colonnello d’aviazione.

Disse: – Aspettate un minuto, signor Garvane, faccio una telefonata.

Dopo venticinque minuti, si udì il rombo di un motore in cielo. Poi un elicottero a quattro posti toccò terra a una dozzina di metri da un extraterrestre, due uomini e un somaro. Solo Casey aveva avuto il coraggio di riaccostarsi ai tre del deserto; c’erano anche altri spettatori, ma si tenevano a rispettosa distanza.

Dall’elicottero scesero il colonnello Casey, un maggiore, un capitano e un tenente, che era il pilota dell’apparecchio. L’uomo-stecco si alzò in tutti i suoi tre metri; dallo sforzo che questo gli costava, si capiva che era abituato ad una gravità molto inferiore a quella della Terra. S’inchinò, ripeté il suo nome e la sua qualifica di extraterrestre e ministro plenipotenziario. Poi si scusò, spiegando che doveva sedere di nuovo, e sedette.

Il colonnello presentò sé stesso e i tre uomini che erano con lui.

– E ora, signore, che cosa posso fare per voi?

L’uomo-stecco fece una smorfia che, probabilmente, voleva essere un sorriso. Aveva i denti dello stesso azzurro carico degli occhi e dei capelli.

– Il mio nome è Garvane – disse l’uomo-stecco lentamente e distintamente. Vengo dal pianeta di una stella che non è elencata nei vostri trattati astronomici anche se il sistema di 90.000 stelle a cui appartiene è a voi noto. Si trova verso il centro della Galassia, a una distanza di più di 4.000 anni-luce dalla Terra. Non sono qui come rappresentante del mio pianeta o del mio popolo, ma come ministro plenipotenziario dell’Unione Galattica, una federazione delle civiltà evolute della Galassia che ha per fine il bene comune. Il mio compito è di prendere contatto con voi, conoscervi, e decidere, qui e subito, se sia il caso di ammettervi nella federazione. Siete ora liberi di fare domande.

– Come siete venuto qui? – chiese il colonnello – con un’astronave?

– Esatto. Si trova in orbita a 35.000 chilometri d’altezza.

– Come fate a conoscere così bene la nostra lingua? Siete telepatico?

– No, non lo sono. E non esiste nessuna razza della Galassia che lo sia. La vostra lingua mi è stata insegnata per la missione. Noi abbiamo avuto osservatori fra di voi per molti secoli… dicendo “noi”, intendo l’Unione Galattica. Ovviamente io non potrei passare per un terrestre, ma ci sono altre razze che lo possono. Vorrei precisare che questi osservatori non sono né spie né agenti segreti, non hanno mai cercato di influenzarvi; sono osservatori, e basta.

– Che benefici ricaveremo entrando nella vostra Unione, se ce lo chiederete e se noi accetteremo?

– Innanzitutto sarete sottoposti a un indottrinamento collettivo che metterà fine alla vostra tendenza a combattere fra di voi, ed eliminerà, o almeno controllerà il vostro spirito aggressivo. Quando avrete raggiunto questo stadio, vi insegneremo le tecniche dei viaggi interstellari e vi daremo molte altre cognizioni tanto rapidamente quanto sarete in grado di assimilarle.

– E se non ce lo chiederete, o se rifiuteremo?

– Non accadrà niente. Vi lasceremo soli, ritirando i nostri osservatori. Sarete padroni del vostro futuro; o renderete il vostro pianeta disabitato e inabitabile entro il prossimo secolo, oppure giungerete da soli alla tolleranza e alla convivenza mondiale e sarete di nuovo candidati a entrare nell’Unione. Di tanto in tanto vi controlleremo, e quando saremo certi che non volete più distruggere voi stessi, riprenderemo contatti con voi.

– Sembra troppo bello per essere vero. Avete detto però che dovevate decidere qui e subito se fosse opportuno o meno invitarci a entrare nell’Unione. Posso chiedere su quali elementi baserete la decisione?

– Il primo è che io devo, anzi, dovevo, dato che l’ho già fatto, controllare il vostro grado di xenofobia. Nel senso lato in cui voi la usate, questa parola significa paura degli stranieri. Noi abbiamo una parola che non ha equivalente nel vostro vocabolario: significa paura o repulsione verso gli uomini di altri pianeti. Dato che io sono ciò che voi chiamereste un umanoide, sono probabilmente, ai vostri occhi, più orrendo e schifoso di quanto potrebbe apparirvi un membro di una specie completamente diversa dalla vostra. La caricatura di un essere umano è sempre più mostruosa di un essere che non abbia la minima somiglianza con voi. Il disgusto che vi ispiro vi sembrerà enorme, insuperabile ma, credetemi, avete superato l’esame. Ci sono razze, nella Galassia, che non potranno mai entrare a far parte della federazione, perché, per quanto siano progredite, restano violentemente, incurabilmente xenofobe; non potrebbero mai parlare o restare in presenza di un essere di un’altra razza. Fuggirebbero urlando, o cercherebbero di ucciderlo immediatamente. Dopo aver osservato voi e questa gente – fece un ampio gesto col braccio lunghissimo verso la popolazione civile di Cherrybel, non molto lontana dal cerchio in cui si teneva la conferenza – sento che avvertite repulsione al vedermi, ma è una reazione leggera. Avete superato l’esame in modo soddisfacente.

– Ci sono altri esami?

– Solo uno. Ma penso che sia tempo che io… – invece di finire la frase, l’uomo-stecco si sdraiò sulla sabbia e chiuse gli occhi.

Il colonnello balzò in piedi.

– Cosa diavolo… – gridò, e si chinò sull’extraterrestre, appoggiandogli un orecchio al petto sanguinolento.

Mentre rialzava la testa, Dade Grant, il vecchio cercatore, ridacchiò – Non ci sono pulsazioni, colonnello, perché non c’è cuore. Ma potrei lasciarvelo come ricordo, e dentro trovereste cose molto più interessanti che il cuore e i visceri. Sì, è un pupazzo che ho manovrato, come un burattinaio fa muovere i burattini, qui da voi… Ora che ha servito al suo scopo, viene disattivato. Potete tornare al vostro posto, colonnello.

Il colonnello Casey indietreggiò. – Perché? – chiese.

Dade Grant si stava liberando della barba e della parrucca. Si strofinò con un panno la faccia per togliersi il trucco, e ne venne fuori un aitante giovanotto.

Disse: – Quello che vi ho detto, o meglio, quello che vi è stato detto attraverso di lui, era la verità, per lo meno, fino a quando si è fermato. È solo un automa, certo, ma la copia esatta di una delle razze intelligenti della Galassia, quella della quale, se voi foste stati violentemente e incurabilmente xenofobi, sareste stati più disgustati, secondo i nostri psicologi. Ma non abbiamo portato un vero membro della sua specie, perché questi “scorticati” hanno una loro forma di fobia, l’agorafobia, la paura dello spazio. Sono profondamente civili e fanno parte della federazione, ma non lasciano mai il loro pianeta. I nostri osservatori ci assicurano che voi non avete quella fobia. Ma non sono mai stati capaci di calcolare il grado della vostra xenofobia, e l’unico modo di scoprirlo era di mettervi a contatto con il rappresentante di una razza umanoide.

Il colonnello sospirò profondamente.

– Non posso negare che, in un certo senso, questo mi levi un peso dal cuore. Certo possiamo benissimo convivere con gli umanoidi, e lo faremo, quando ce ne sarà bisogno. Ma devo riconoscere che è un sollievo sapere che la razza dominante della Galassia è umana anziché umanoide. Qual è il secondo esame?

– Lo state facendo proprio adesso. – Si sdraiò sulla sabbia e chiuse gli occhi, esattamente come aveva fatto l’uomo-stecco pochi minuti prima.

Il somaro alzò la testa e si affacciò nel cerchio proprio sopra la spalla del colonnello.

– Bene – disse. – Il teatro dei burattini è finito, colonnello. E ora, cos’è questa storia che preferite che la razza dominante sia umana, o almeno umanoide? Che cos’è una razza dominante?

(Il vecchio, il mostro spaziale e il somaro (Puppet Show), Fredric Brown, da Il passo dell’ignoto, Mondadori)

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