I guanciali di Gesù

Le tradizioni in famiglia sono ancore con il passato, e sono incredibilmente importanti, per la loro unicità e per il valore che si portano dietro.

D’altronde, ogni famiglia si differenzia dalle altre proprio per quelli che sono i piccoli riti e le tradizioni che ci sono stati tramandati dai nostri avi.

Poiché sono pugliese, molte delle mie tradizioni familiari sono nel campo culinario; in Puglia (ma in tutto il Sud, ho notato che in Sicilia e in Campania la cosa è molto simile) abbiamo un rapporto con il cibo quasi morboso, e, nonostante sia stato un frequentatore di “fast food”, non considero il cibo solo un modo per nutrirsi.

Carlo Petrini, uno dei sostenitori del motto “Nutrire il pianeta”, e fondatore di “Slow Food”, diceva spesso che

“Ogni innovazione è una tradizione ben riuscita”

riassumendo in modo efficace il dilemma entro cui si sviluppano i cambiamenti dell’epoca in cui stanno vivendo le giovani e vecchie generazioni riguardo il cibo.

Una delle più belle tradizioni tarantine è quella delle pettole di Santa Cecilia.

Santa Cecilia è stata una nobile romana convertita al cristianesimo, vergine martire cristiana.

Il suo culto è molto popolare poiché Cecilia è la patrona della musica, degli strumentisti e dei cantanti e viene ricordata il 22 novembre da cattolici e ortodossi.

Esclusa la Vergine Maria, è una delle sole sette sante ad essere ricordate per nome nel Canone della Messa.

La sua storia è molto particolare.

Sotto l’impero di Alessandro Severo era stata proibita ogni persecuzione contro i cristiani e la Chiesa godette un periodo di tranquillità e di pace. Ma a turbare il mite gregge di Cristo sorse presto il tristo prefetto di Roma, Almachio.

Essendosi assentato l’imperatore dalla capitale, egli ne approfittò per sfogare il suo odio contro i cristiani scatenando contro di loro una terribile persecuzione.

Fra le sue vittime più illustri, appunto S. Cecilia, nata da una ricchissima famiglia alle falde del Gianicolo, e lì educata dai più rinomati maestri di Roma.

Ad un certo punto accaddero due cose: Cecilia si convertì, segretamente, al Cristianesimo, ma allo stesso tempo, fu costretta a sposare il nobile Valeriano.

Quando fu sola con lui, gli rivelò che era cristiana e che il suo cuore apparteneva a Gesù. Valeriano rispettò il suo volere e addirittura andò dal Pontefice Urbano I e si fece battezzare.

Ritornato presso Cecilia, entrando nella stanza, Valeriano vide un Angelo che teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli. A tale vista Valeriano comprese che una di quelle corone era preparata per lui se fosse rimasto sempre fedele a Gesù Cristo.

Quindi non solo promise di custodire intatta la purezza della sua sposa, ma si fece ferventissimo cristiano ed istruì e fece battezzare anche suo fratello Tiburzio.

Almachio non aspettava altro: Valeriano ed il fratello Tiburzio furono decapitati, mentre Cecilia fu condannata a morire asfissiata nella sua stessa camera da bagno.

I soldati eseguirono l’ordine, ma aperta la camera dopo un giorno e una notte trovarono la Santa sana e salva. Almachio allora comandò che un littore le troncasse il capo.

Il littore vibrò ben tre colpi, ma non riuscì a staccare completamente la testa dal busto, per cui terrorizzato si allontanò lasciando la Santa in una pozza di sangue.

I fedeli accorsi, raccolsero con pannolini il sangue della Martire, come preziosa reliquia e soccorsero Cecilia che visse ancora tre giorni, pregando ed incoraggiando gli astanti ad essere forti nella fede.

Finalmente, consolata dal Papa Urbano a cui donò la propria casa affinché fosse trasformata in chiesa, placidamente spirò.

A Taranto, la notte di Santa Cecilia si svolge un rito particolare.

Verso le 3 e mezza di notte le bande musicali si trovano nella Cattedrale di San Cataldo per ricevere la benedizione e accompagnano la statua di Santa Cecilia fino alla chiesa di S. Giuseppe.

Dalle 4 alle 8 le bande si dividono in 4 gruppi e raggiungono le vie e i quartieri della città, suonando le musiche pastorali.

Per rifocillarsi, prima della partenza, vengono riforniti di pettole.

La parola pettola deriva dal latino “pittŭla”, diminutivo di “pitta” cioè focaccia, o dal greco pétalon, cioè lamina.

I tarantini danno inizio al periodo natalizio proprio il 22 novembre, sebbene sia possibile rintracciare l’origine etimologica della parola nella leggenda relativa alla loro nascita la quale è giunta fino a noi in ben tre versioni.

La prima narra di una donna tarantina che il giorno di Santa Cecilia, dopo aver preparato l’impasto per il pane, lo lasciò lievitare troppo a lungo perché distratta dalla musica dei pastori transumanti abruzzesi che, in quel periodo dell’anno, erano soliti spostarsi regalando la dolce melodia delle loro zampogne in cambio di cibo.

Catturata dall’armonia di quelle note, la donna si era allontanata da casa per seguire i musicanti per le vie di Taranto e, solo dopo avervi fatto ritorno, poté rendersi conto che l’impasto oramai mal si sarebbe prestato per la successiva panificazione.

Non volendolo sprecare, lo ridusse in palline che, una volta tuffate nell’olio bollente, si gonfiarono e dorarono.

Nell’offrirle ai figli questi, dopo averne apprezzato la bontà, ne chiesero il nome; “pettele” rispose la donna, ossia piccola focaccia, poiché sembravano proprio somigliare alla focaccia che in dialetto locale era detta “pitta”.

Non completamente soddisfatti, domandarono ancora “E ‘cce so’?”, cioè “cosa sono?”, e lei, notando che erano morbidi e soffici rispose “Le cuscine d’ ‘u Bambinello”, ossia “i guanciali di Gesù Bambino”.

Una volta terminato di friggere le pettole, scese per la strada per offrirle anche agli zampognari che avevano reso possibile l’invenzione di questa gustosa ricetta.

Una seconda versione della stessa leggenda, narra che fu San Francesco d’Assisi a distrarre volontariamente dalla finestra la donna mentre passava nei pressi della sua casa.

Un’altra ancora riferisce, invece, che la donna fosse in realtà intenta a parlare con una vicina e non si accorse, se non in ritardo, che l’impasto aveva lievitato troppo.

Al di là delle leggende, riteniamo che il popolo minuto, che nel passato, disponeva di poche risorse, nello specifico semplice acqua e farina, fosse solito festeggiare il periodo natalizio con le frittelle, un piatto considerato ricco e impegnativo, se pensiamo al costo che anticamente doveva avere l’olio.

Tradizionalmente, la notte del 22 novembre, le donne, dopo essersi procurate “’u luat”, e cioè un pezzetto di pasta cresciuta da usare come lievito, che nel passato era consuetudine scambiarsi tra vicine, si alzavano intorno alle due per impastare una quantità considerevole di farina, all’interno di un grande recipiente in terracotta smaltato, “u’ limm”.

Le pettole avrebbero costituito il pranzo e la cena per sfamare le numerose famiglie, fattore questo che giustificherebbe il grande quantitativo di farina impiegato.

L’impasto veniva messo a lievitare in un luogo caldo, lontano da spifferi e correnti d’aria che potessero interferire con il processo di fermentazione e, a questo scopo, si era soliti proteggerlo con una coperta di lana, la “manta di lana”, avendo cura di lasciarlo riposare accanto alla cucina a legna, ma molto più frequentemente accanto al camino.

Una volta terminata la lievitazione si poteva procedere alla divisione dell’impasto in piccoli bocconcini o ciambelle che successivamente sarebbero state fritte.

Oggi tutte le fasi di preparazione delle pettole sono semplificate ma gli ingredienti sono rimasti gli stessi: farina, lievito, sale, acqua (rigorosamente “gasata”) e olio per friggere.

Nella tradizione culinaria ellenica troviamo una ricetta molto somigliante nella forma, e in parte nella sostanza, alla pettole salentine: i “loukoumàdes”, piccoli bocconcini di pasta lievitata e fritta, imbevuti nel miele.

Quale che sia l’origine, io tutti gli anni, il 22 novembre, le mangio (l’immagine in evidenza di questo articolo è di quest’anno…).

E se le mangerete anche voi, buon appetito, e facitene salute!

14 pensieri riguardo “I guanciali di Gesù

  1. La moglie di mio fratello è pugliese (Ugento) ed in effetti la sua cucina tipica è molto diversa dalla nostra.
    Mai assaggiate le “pettole”, ma sappi che in dialetto veneto il termine “pettola” è tutta un’altra cosa, molto meno prelibata.

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  2. Mi è venuta una curiosità(oltre la fame!) sull’uso tradizionale dell’acqua rigorosamente gasata! Ho creduto che fosse una cosa moderna e recente poi ho scoperto che l’aggiunta di anidride carbonica all’acqua risale a fine 700 ma ho qualche difficoltà a pensare che questo metodo fosse arrivato in Italia e fosse diffuso tra la popolazione. Quindi mi chiedo se la tradizione delle pettole è recente( anche ottocentesca) con l’uso dell’acqua gasata oppure è più antica e però prima si usava qualche altro metodo e acqua naturale!🤔

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      1. Ah ecco, quindi anche il bicarbonato c’è da un po’! Sai, nell’era industriale a volte mi vengono dubbi e curiosità su ciò che realmente è nuovo o tradizionale o che nel tempo ha subito una evoluzione. So curioso, che ci vuoi fare!😬

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  3. Che storie bellissime! Sto facendo un programma di cucina e le pettole le abbiamo fatte, mi pare proprio in Puglia! Peccato non aver conosciuto tutta questa narrazione… Noi le abbiamo fatte dolci, ma mi pare si possano fare anche salate. Confermi?

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  4. Curioso, anche la mia nonna materna (novarese) preparava lo stesso tipo di frittelle, partendo però dal pane raffermo. Non avevano un nome preciso e non erano collegate a una specifica festività.
    “Pitta” e “pizza” credo abbiano la stessa origine, giusto?
    Non riesco a leggere “dolce melodia” e “zampogne” in una stessa frase senza pensare a un ossimoro 😉

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