We few, we happy few, we band of brothers

Azincourt (Agincourt per gli inglesi), nord della Francia. 25 ottobre 1415.

Francia e Inghilterra sono in guerra (la famosa “Guerra dei cent’anni”, durata in realtà 116) dal 1337.

Le forze in campo non sono proporzionate: i Francesi sono molti di più rispetto agli Inglesi. L’esercito di Enrico V è abbattuto, ha il morale a pezzi, e sa che una vittoria è impossibile in quelle condizioni.

Enrico V parla ai suoi uomini e fa un discorso straordinario.

Risponde a quelli, tra i quali suo cugino, che rimpiangono di non essere in numero maggiore.

“Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland?

No, mio caro cugino. Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.

In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più. Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.

Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.

Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravvivrà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.

Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”.

Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia.

Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.

Noi felici pochi.

Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!”.

Shakespeare romanzò il discorso di Enrico V, rendendolo “interessante” per tutti.

Offrendo temi di riflessione.

Prima di tutto egli ci dice che la dimensione eroica è un tratto caratterizzante dell’uomo. Di cosa l’uomo ha davvero bisogno? Di avvertire la pancia piena o piuttosto di sentirsi dentro una dimensione più grande, che è quella di offrirsi totalmente per una causa?

Enrico V lo dice chiaramente: coloro i quali sono rimasti nel proprio letto e nelle proprie comodità senza rischiare la vita non sono dei privilegiati. I privilegiati sono loro che hanno la possibilità di scolpire i loro nomi nella perennità della memoria.

Coloro i quali oggi si sentono dei privilegiati, o si crede che lo siano, un giorno rimpiangeranno di non essere lì tra loro.

Di non essere lì al freddo, di non essere lì a rischiare la vita, di non essere lì a combattere perché si realizzi un ideale.

Secondo, nel discorso Enrico V sottolinea la grandezza di quell’essere “pochi”:

“Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!”.

Ultimo, ma non meno importante, Shakespeare fa dire al suo Enrico V è un vero e proprio “manifesto” contro quella menzogna che avrebbe dominato nella tarda modernità, ovvero che la dimensione religiosa costringerebbe l’uomo nella piccolezza.

Rigira il messaggio del sentire comune, che la religione è il rifugio dei codardi.

Anzi, fa capire il contrario.

San Paolo, nella lettera ai Filippesi dice:

«Io tutto posso in Colui che mi dà la forza».

Enrico V infonde coraggio appellandosi al giorno in cui sono chiamati a combattere: la festa dei santi Crispino e Crispiano.

E insiste su questa coincidenza temporale, quasi a voler far capire che in quel frangente si avvicendano forze naturali e soprannaturali; c’è la Provvidenza che guida.

E come, ironicamente sarà sottolineato da Madre Teresa molto più tardi, è la Provvidenza che dà e che toglie:

“Io so che Dio non mi dà nulla che non possa gestire. Spero solo che non si fidi troppo di me.”

Ah, la battaglia di Azincourt alle quattro del pomeriggio era già finita. Morirono dai 7.000 ai 15.000 francesi.

Quindi, quando vi trovate in difficoltà, davanti ad ostacoli che sembrano insormontabili, pensate a quei seimila inglesi, che davanti ad un esercito 6/7 volte superiore, stravinse la propria battaglia.

E iniziate a vincere le vostre.

4 pensieri riguardo “We few, we happy few, we band of brothers

  1. Tipo “sogni mostruosamente proibiti” di Villaggio, spesso in gioventù sognavo di compiere atti di eroismo “eclatanti” in modo da ottenere il plauso delle persone.
    Sogni puerili.

    Ma il vero eroismo sta nel vivere tutti i giorni al massimo, e non avere rimpianti. Affrontare le difficoltà, portare i figli a scuola, seguire il genitore malato, lavorare fino a stancarsi, dar da mangiare alla famiglia.
    I veri eroi sono molti, e sono tutti silenziosi.

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