La deriva dei continenti

Oggi tutti usiamo Google Maps e Google Earth, applicazioni per vedere le mappe in tempo reale.

Quelli della mia generazione hanno una cosa in comune: nelle aule di scuola, dietro le spalle della maestra o del professore di turno, campeggiavano un paio di cartine dell’Italia (politica e geografica, rispettivamente con i confini amministrativi e con i rilievi, fiumi e laghi). Ora non so se ci sia ancora.

Esattamente come la storia, la geografia è una materia sottovalutata.

La riforma scolastica del 2008 ha ridotto le ore di insegnamento della geografia, abolendola in alcuni corsi (istituti nautici, per il turismo e alberghieri) dove meritava un ruolo centrale.

Ma perché dovrebbe importarci sapere che la capitale del Malawi è Lilongwe?

Riccardo Canesi, fondatore di “Sos Geografia” e fra i 10 migliori insegnanti d’Italia per lo “Italian Teacher Prize”, afferma:

“Questa è un’idea antiquata della geografia. Per molti, compresa la nostra classe dirigente, la geografia è solo una materia nozionistica. Ma non è così: la geografia, invece, è una scienza interdisciplinare che unisce geologia, demografia, biologia, storia, economia. È una delle poche discipline trasversali: offre uno sguardo generale sul mondo, aiutandoci a capirlo. Ci aiuta, insomma, a pensare in modo globale”.

A prescindere dalle polemiche, uno degli argomenti più affascinanti della geografia è la teoria della deriva dei continenti (che dimostra come la geografia non sia solo nozione, ma vera e propria scienza, infatti è una delle discipline della cosiddetta “Scienza della Terra”).

Come sempre, partiamo dall’inizio.

Nei primi decenni del XVII secolo, il filosofo inglese Francis Bacon, osservando un planisfero, venne colpito dal fatto che le coste orientali dell’America meridionale e quelle occidentali dell’Africa apparivano come due tessere di un puzzle.

Nacque quindi in quell’epoca l’ipotesi che i continenti non siano rimasti sempre dove li vediamo oggi, ma che si siano spostati, nel corso delle ere geologiche, anche per migliaia di chilometri.

Nel 1912 il meteorologo tedesco Alfred Wegener raccolse una serie di prove che dimostravano come centinaia di milioni di anni fa l’Africa e il Sudamerica fossero davvero uniti in un unico blocco di terre emerse: ai due lati dell’Oceano Atlantico venne infatti riscontrata la presenza di resti fossili simili e di strutture geologiche identiche.

Nacque così la teoria della deriva dei continenti, formulata dallo stesso Alfred Wegener, secondo cui i continenti non sono sempre stati nella posizione attuale, ma si sono progressivamente spostati come fossero abbandonati alla deriva.

Il processo è tuttora in corso: possiamo ipotizzare che tra alcune decine di milioni di anni le Americhe saranno ulteriormente spostate verso ovest, l’Australia verso nord e il Mediterraneo sarà ancora più ridotto a causa della compressione esercitata dall’Africa sul continente eurasiatico.

Ecco che cosa è successo secondo Alfred Wegener:

Circa 200 milioni di anni fa le terre emerse erano un unico supercontinente chiamato Pangea (dal greco παν, pàn, cioè “tutto” e γαία, géa, cioè “terra”), circondato da un unico immenso oceano, chiamato Panthalassa (παν, pàn, cioè “tutto” e θάλασσα, thalassa, cioè “mare”).

Circa 180 milioni di anni fa la Pangea si sarebbe suddivisa in due supercontinenti, Laurasia e Gondwana, separati da un unico mare, il Tetide.

Circa 130 milioni di anni fa da questi supercontinenti, che avevano continuato a smembrarsi in più parti, si delinearono i continenti attuali.

Contemporaneamente si formarono i vari oceani: Pacifico, Atlantico, Indiano e lentamente tutto andò a occupare le attuali posizioni.

La teoria della deriva dei continenti di Alfred Wegener fu accolta con scetticismo perché egli non riuscì a spiegare scientificamente come e perché da questa unica Pangea si fossero staccati i vari continenti.

Oggi, invece, la teoria della deriva dei continenti è universalmente accettata in quanto la scienza ne ha dato la più completa spiegazione attraverso la teoria dell’espansione dei fondali oceanici e la teoria della tettonica delle placche (o delle zolle), che, per non tediarvi, non vi spiegherò (ma è bella, cercatela e leggetela).

A volte mi chiedo che aspetto avrà la Terra tra centinaia di milioni di anni, quando la lenta e inesorabile marcia delle placche tettoniche avrà dilatato o rimpicciolito gli oceani.

Ecco quattro possibili scenari.

L’ultimo supercontinente terrestre, la Pangea, si formò attorno a 310 milioni di anni fa e iniziò a frammentarsi circa 180 milioni di anni fa. Il prossimo potrebbe aggregarsi tra 200-250 milioni di anni, per il lento ma progressivo spostamento delle placche tettoniche, che “macinano” pochi centimetri all’anno, muovendosi sul mantello sottostante come i frammenti di guscio di un uovo rotto.

Ci troviamo dunque nel bel mezzo di un ciclo di formazione di un supercontinente che non vedremo, ma del quale possiamo ipotizzare la conformazione. Possiamo immaginarne quattro, a dire il vero: prima però una piccola premessa.

Come ricorda un articolo su “The Conversation”, la disgregazione della Pangea portò alla formazione dell’Oceano Atlantico, che si sta aprendo ed allargando ancora oggi. Allo stesso tempo, l’Oceano Pacifico, che ospita un anello di zone di subduzione (cioè lo scorrimento di una placca sotto l’altra) ai suoi margini, dove il pavimento oceanico è spinto sotto alle placche continentali e fino al mantello, si sta restringendo (la roccia vecchia “riciclata” torna in superficie sotto forma di materiale vulcanico).

Al contrario, l’Atlantico è solcato da una grande dorsale che produce nuovo pavimento oceanico, e sembrerebbe avere solo due zone di subduzione, nei Caraibi e tra Sud America e Antartide.

Se questo scenario prosegue invariato, con l’Atlantico che si apre e il Pacifico che si chiude, andremo incontro alla formazione di un nuovo supercontinente agli antipodi della Pangea.

Le Americhe collideranno con l’Antartide diretto a nord, e quindi con Africa ed Eurasia, già scontratisi in precedenza. La massa di terre che ne deriverà sarà chiamata Novopangea, ed è la conformazione più probabile per il futuro del nostro Pianeta.

Se l’apertura dell’Atlantico però rallentasse e un giorno subisse un’inversione di marcia, i due piccoli archi di subduzione di questo oceano potrebbero allargarsi fino ad abbracciare le coste orientali degli Stati Uniti, riportando Americhe, Europa e Africa in un supercontinente “revival” della Pangea, la Pangea Ultima, completamente circondata da un super esteso oceano Pacifico.

Si tratterebbe tuttavia, come per i due casi successivi, di uno scenario derivante da condizioni nuove, al momento non osservabili, dunque – per quanto ne sappiamo – più improbabile.

Se l’Atlantico dovesse invece sviluppare nuove zone di subduzione, sia esso sia il Pacifico potrebbero andare incontro a una progressiva chiusura.

Per rimpiazzarli si dovrà formare un nuovo bacino oceanico, che potrebbe aprirsi nella dorsale pan-asiatica, che oggi taglia l’Asia passando dall’India occidentale fino all’Artico. Ne deriverebbe la formazione di un supercontinente, l’Aurica, che avrebbe al centro l’Australia (attualmente diretta verso nord) mentre l’Asia orientale e le Americhe chiuderebbero il Pacifico dai lati. Le placche europea e africana raggiungerebbero le Americhe grazie alla chiusura dell’Atlantico.

Il quarto scenario prospetta un esito radicalmente diverso, e prende spunto dal fatto che diverse placche tettoniche stiano spostandosi verso nord, incluse quella africana e australiana, forse a causa di alcune anomalie nel mantello lasciate dalla frantumazione della Pangea.

Si può quindi immaginare un Pianeta in cui tutti i continenti eccetto l’Antartide continuano a muoversi secondo una “rotta” settentrionale fino ad aggregarsi attorno al polo nord, in un supercontinente chiamato Amasia. Atlantico e Pacifico rimarrebbero in questo caso aperti.

È sufficiente tratteggiare questi scenari per spingere ai limiti l’immaginazione.

Quali conseguenze avrebbero queste trasformazioni per il clima terrestre?

Come cambierebbe la circolazione oceanica?

E quali nuove forme di adattamento troverà, se ne troverà, la vita?

17 pensieri riguardo “La deriva dei continenti

  1. Il nostro piccolo Stivale verrebbe fagocitato e scomparirebbe del tutto. Ma non c’è da preoccuparsi, in fin dei conti noi non ci saremo più, a quell’epoca, soprattutto, credo che l’intera umanità si sarà autodistrutta prima di quella data.

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      1. Quello che dici è vero! Putroppo la geografia nelle scuole viene accorpata ad altri insegnamenti producendo dei risultati sbagliati (a mio parere). Le nuove generazioni non hanno nozioni geografiche, che non riguarda solo sapere le capitali, ma nozioni relative a processi geografici e ai mutamenti che la geografia ha condizionato nel tempo le popolazioni ed ancora oggi condiziona l’uomo. Ad esempio le città dove viviamo sono legate a processi geografici che si collegano con la storia. Legati alla geografia, a mio parere, ci sono la tutela dell’ambiente e saper preservare i territori ed il paesaggio.

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