MESfuggito il deficit!

Una sera stavo discutendo amabilmente su vari argomenti con degli amici.

La discussione si è animata su un argomento in particolare: l’opportunità di contribuire alle spese di casa (dei genitori) quando si è ancora a carico e ci si affaccia al mondo del lavoro.

Sono sempre più numerosi infatti i figli che continuano a vivere insieme ai genitori anche in età adulta.

Per ragioni di incapacità economica, o per attaccamento alla “gonnella di mammà”, il distacco dalla casa familiare avviene sempre più tardi e solo quando strettamente necessario (un matrimonio, un lavoro, la raggiunta esigenza di privacy).

Ma esistono doveri per un figlio che convive coi genitori?

Il genitore può obbligarlo a partecipare alle piccole e grandi spese di casa, a fare la spesa, a pagare la bolletta o l’idraulico, a ricomprare lo scaldabagno che si è rotto?

Il Codice civile in un’apposita norma stabilisce che:

“Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

Personalmente non sono dell’avviso, forse perché sono andato via di casa a 16 anni, e per dirla tutta, nonostante lavorassi e guadagnassi uno stipendio, a volte ho avuto bisogno io dei miei piuttosto che il contrario.

In ogni caso, ogni famiglia si regola come meglio crede, anche perché se si mette in mezzo il Codice civile nel rapporto genitori-figli, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Questo meccanismo me ne ha fatto venire in mente un altro, e mentre navigavo su internet, mi sono ritrovato di fronte ad un esempio proprio di quello che stavo pensando io (ah, le coincidenze).

Mi spiego. Andiamo al 1603.

Cesare Ripa, studioso accademico e scrittore italiano, vissuto tra il 1560 e il 1622, scrisse in calce ad un disegno:

[…] Una bellissima donna vestita d’Habito sontuoso, e ricco con un manto sopra, e siede sopra un globo, ha coronata la testa di torri, e di muraglie, con la destra mano tiene uno scettro, overo un’hasta, che con l’uno, e con l’altra vien dimostrata nelle sopra dette Medaglie, e con la sinistra mano un cornucopia pieno di diversi frutti, e oltre ciò faremo anco, che habbia sopra la testa una bellissima stella. […].

È la descrizione dell’Italia, e l’iconografia del Ripa esiste ancora oggi.

Avete presente quella signora raffigurata sui francobolli, sulle onorificenze, sulle monete, sui monumenti, sul passaporto e, più recentemente, sul retro della carta d’identità italiana cartacea?

Ecco, è lei.

Ed è la madre di circa 60 milioni (e 380mila circa) figli.

Lei le chiede le spese ai suoi figli?

Certo! È uno dei motivi per cui si pagano le tasse!

O meglio, le tasse dovrebbero servire a pagare le spese comuni, detti servizi pubblici (difesa, giustizia, sanità, scuola); servono anche per gli stipendi dei dipendenti pubblici, per le pensioni e per il finanziamento delle opere pubbliche, come ponti, strade o ospedali.

Per un meccanismo che spiegherò poi, le tasse non riescono a fare tutto questo.

Infatti, teoricamente, esattamente come in una famiglia, se le entrate sono maggiori (ma non lo sono mai…) o uguali alle uscite, c’è un cosiddetto “pareggio di bilancio”.

Personalmente, quando c’è un pareggio di bilancio in famiglia, c’è una visita medica imprevista o una cosa del genere che rosicchia quanto si era riuscito a mettere da parte.

Oppure, ancora peggio, se le uscite sono superiori alle entrate, si va in “deficit”.

Questa è la situazione dell’Italia oggi (ma lo è praticamente da sempre, ma non è questo il problema).

Esattamente come in una famiglia, se le uscite sono superiori alle entrate, le vie percorribili sono due: aumentare le entrate o diminuire le uscite.

Poiché per lo stato è inconcepibile non ricostruire un ponte crollato o non pagare le pensioni, la soluzione è, in genere, trovare nuove entrate.

E per quello, ogni anno, dal governo italiano viene emesso un documento, chiamato DEF (Documento di Economia e Finanza).

Il DEF è un testo programmatico all’interno del quale sono contenuti gli obiettivi di politica economica a medio termine del paese e le stime sulle finanze pubbliche che il governo intende attuare.

Formalmente, si tratta di un documento sulle finanze pubbliche preparato dal Ministero dell’Economia e approvato dal Consiglio dei ministri.

È chiaro che nessuno vuole essere ricordato solo per aver aumentato le tasse, ma in realtà quello che succede tutti gli anni è che si cerca di salvare capra e cavoli, aumentando solo quelle tasse che non comportino una sollevazione popolare.

Un altro modo per trovare soldi per ripianare il deficit è il prestito.

Chiaro, il prestito diventa un debito, ma se non esistesse il debito nessuno potrebbe comprare casa con il mutuo oppure comprarsi l’auto o il televisore a rate.

Il meccanismo che mette in piedi uno stato per ottenere un prestito è abbastanza complesso, ma in breve (for dummies) funziona così:

  • l’Italia emette dei titoli di stato, che in gergo economico sono dette obbligazioni;
  • i principali titoli di Stato sono (in ordine di durata):
  1. i BOT (Buoni Ordinari del Tesoro);
  2. i CTZ (Certificati del Tesoro Zero coupon);
  3. i CCT (Certificati di Credito del Tesoro);
  4. i BTP (Buoni del Tesoro Poliennali).
  • gli investitori, quelli che acquistano i titoli di stato, possono essere sia privati cittadini, sia imprese, o banche o anche stati esteri, i quali si assumono il rischio di prestare soldi allo stato in cambio di un interesse prestabilito;
  • in base al rapporto che c’è tra deficit (il debito) e il PIL (prodotto interno lordo), che ho spiegato qui, si crea il meccanismo di restituzione degli interessi a chi ha prestato i soldi:
  1. se il rapporto debito/PIL di un paese è basso significa che il suo prodotto interno lordo è sufficiente a ripagare senza troppi problemi gli interessi sul proprio debito;
  2. se il rapporto debito/PIL è alto, lo stato potrebbe non avere abbastanza soldi per ripagare gli interessi sui propri debiti e quindi potrebbe dover prendere degli altri soldi in prestito.

Il meccanismo è complesso, perché se un paese ha una “reputazione” buona (se ha sempre ripagato i debiti, ad esempio), gli investitori comprano i titoli di stato. Se, al contrario, la reputazione è pessima, i titoli di stato non si vendono, e quindi non si ottengono i soldi per ripianare i debiti.

In pratica, per far funzionare la macchina economica bisogna guadagnare e spendere, i soldi devono circolare e se ciò non succede tutto si ferma.

Se pensiamo a cosa accade se vicino a noi (non voglio arrivare all’esempio estremo, cioè da noi) scoppia una guerra. Lo abbiamo vissuto negli anni ’90, quando nell’ex Jugoslavia ci fu la guerra tra i vari popoli che la formavano.

La gente per paura rimanda le spese, oppure aumenta il prezzo della benzina, e quello che la gente spende per il pieno va ai paesi produttori di petrolio. In ambedue i casi i soldi non circolano come prima e l’economia rallenta.

Per non farla rallentare ci vuole qualcuno che spenda, e questo qualcuno è lo stato: è bene dunque che lo stato spenda più di quello che incassa, in questo caso.

A patto che, con il miglioramento della situazione, le entrate tornino a pareggiare le spese. Quindi talvolta è bene che lo stato s’indebiti.

Ma se invece di talvolta, abbiamo un “sempre”?

Succede che il debito continua a crescere e lo stato deve pagare sempre più interessi fino al punto di rottura dove lo stato non può più pagare i suoi creditori.

Il debito pubblico italiano è molto elevato, inoltre la sfiducia verso i titoli di stato italiani non migliora la situazione dato che per essere venduti devono garantire interessi molto alti e ciò significa interessi più alti per le famiglie e per le imprese, questo non fa bene all’economia: anche le rate per comprare un’auto diventano più alte.

Alcuni dicono che il debito dello Stato – lo Stato siamo noi – è un debito che dobbiamo a noi stessi, e quindi non è una cosa grave. Ma dicono una stupidaggine.

Il nostro debito è stato comprato anche dall’estero, quindi non lo dobbiamo solamente a noi stessi, e quegli interessi che paghiamo agli stranieri non circolano più in Italia.

Quali sono i meccanismi che si mettono in moto in questo caso? E cos’è il MES, di cui si parla così tanto in questi giorni?

La prossima volta, vedremo se la Signora Turrita riuscirà, ancora una volta,  a sollevarsi dalle macerie.

13 pensieri riguardo “MESfuggito il deficit!

  1. Decenni e decenni di mala gestione, con DEF finalizzati all’oggi e non al domani.
    Spese pubbliche per decenni mai tenute sotto controllo, sistema pensionistico ridicolo (fino a 15 anni fa), ed il solito sistema di “bustarelle” che continua fino ad oggi.
    Ora che siamo sull’orlo del baratro ci si trova a penalizzare i lavoratori (sistema pensionistico restrittivo) e il cittadino in generale, con tagli nei settori chiave (welfare, salute, scuola) che ci portano la qualità della vita ai minimi storici da quando esiste l’unità d’Italia.
    Nonostante internet e gli smartphone.

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    1. Il figlio più grande è andato a lavorare in Francia (fa il cuoco) e la piccola, che studia da infermiera, penso che anche andrà all’estero (se è furba). Io, appena andrò in pensione, andrò in Alto Adige, che non è estero ma ci assomiglia 🙂
      Non mi merita più, l’Italia

      Piace a 1 persona

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