“Aldilà, Inc.” di Lester Del Rey

Phineas Theophilus Potts, il quale sarebbe stato l’ultimo ad ammetterlo ma il primo a credere di essere un santo, fece cigolare il letto girandosi e sporse irosamente un braccio scheletrico. Il rauco gracchiare della sveglia, quel mattino, era stato uno schizzo d’acido insolitamente doloroso per la sua anima. Poi la sua mente si destò del tutto, prendendo il sopravvento, e lui frenò la mano, calandola sul pulsante della sveglia con delicata ma precisa fermezza. Avrebbe mai imparato a controllare quei piccoli accessi di collera? A questo mondo sarebbe stato necessario abituarsi a sopportare tutti i guai con stoica mansuetudine, senza ribellarsi contro di essi; altrimenti… Ma era troppo presto per pensarci.

Si dimenò per uscire dal letto e concentrò i suoi pensieri sul consueto rituale: ricordarsi, cioè, dei peccati del giorno prima e accertarsi che tutti fossero stati confessati e cancellati. Fu allora che ebbe il suo primo shock: non riusciva a ricordare niente del giorno precedente… male, molto male. Be’, non c’era dubbio, questo era un altro tranello delle forze che cospiravano per assicurarsi l’anima di Potts. Oh, oh. Terribile. Ma lui era senz’altro in grado di aggirare anche questa trappola.

Il suo non fu un masticare alla meno peggio per l’abitudine l’atto di contrizione; dalla sua bocca scivolarono fuori, una dopo l’altra, pronunciate con cura, le parole, colme di untuosa vergogna, fino a quando non fu giunto alle ultime righe: “Per i molteplici peccati che ho commesso e per questo peccato più grande che ora mi affligge, perdonami e guidami perché io non pecchi più, ma preservami nella rettitudine tutti i giorni della mia vita. Amen”. Avendo così evitato il tranello ed essendosi salvato per l’ennesima volta dalle fiamme eterne, si sfregò le mani e cominciò a infilarsi i ruvidi indumenti intimi e il suo vestito nero da pochi soldi. Poi si concesse una prima colazione a base di pan secco e siero di latte, conditi con un’abbondante dose di mortificazione dei sensi, e fu pronto ad avventurarsi nel mondo delle tentazioni che lo circondava d’ogni parte.

Il telefono squillò, stridulo, ferendogli i nervi; lui sussultò e l’afferrò con un gesto d’impazienza, del quale subito si pentì. Rivolgendosi contrito al microfono, disse: “Phineas Potts all’apparecchio”.

Era il signor Sloane. La sua vigorosa voce animalesca sbraitò all’apparecchio: “Salve, Phin. Mi hanno riferito che lei è pronto a venire al lavoro, oggi. Gli affari prosperano e noi abbiamo del lavoro per lei. Che ne dice?”

“Certamente, signor Sloane. Non sono certo uno che scansa il suo dovere”. Potts non capiva il perché di quella chiamata; in dodici anni non aveva mai perso un giorno. “Lei sa che…”

“Sicuro. D’accordo. Benissimo. Volevo soltanto avvertirla che abbiamo traslocato. Vedrà la targa col nome proprio sull’altro lato della strada, quando uscirà… È un bellissimo posto. È sicuro di farcela?”

“Sarò lì fra dieci minuti, signor Sloane”, garantì Phineas, e si ricordò appena in tempo di riappendere senza lasciarsi andare a una smorfia di disgusto. Uhmf, povero Sloane, diguazzava nel peccato e ignorava la condanna che l’aspettava. Ebbene, l’ultima volta che Phineas aveva rimproverato il suo datore di lavoro, pacatamente, s’intende, Sloane gli aveva riso in faccia! Cielo… Be’, senza dubbio lui, Phineas. si sarebbe meritato la grazia continuando i suoi tentativi di salvare quella povera anima perduta, anche se per adesso sembravano inutili. Naturalmente, si correvano sempre pericoli nell’associarsi con gente simile, ma senza dubbio i suoi sacrifici sarebbero stati tenuti nel debito conto.

Quando uscì dalla sua stanza, inciampò, quasi, in quello che secondo ogni apparenza era il ragazzo dell’ascensore.

Annusò intenzionalmente il fumo della sigaretta del ragazzo, ma costui fece una smorfia e si guardò bene dal gettarla via.

“Okay, bel tomo”, addirittura grugnì il ragazzo, mentre gli sportelli si chiudevano sferragliando, con grande sofferenza dei nervi di Phineas. “Tu non mi piaci più di quanto io piaccia a te, ma eccoci arrivati”.

Bel tomo! Phineas fissò, furioso, le spalle del ragazzo rivolte verso di lui, e fremette. Ne avrebbe parlato alla signora Biddle.

Dominando con uno sforzo questi suoi sentimenti, attraversò l’atrio, quasi senza accorgersene, e uscì fuori in strada. Qui si fermò. Quello fu il secondo sussulto. Deglutì due volte, sgranò gli occhi e li sollevò, per la prima volta dopo parecchie settimane, e tornò a guardare. L’intera scena era cambiata. Là dove avrebbe dovuto esserci una stradina secondaria serpeggiante lungo dei polverosi casamenti, si apriva invece un’ampia arteria scintillante, piena di gente e della luce dorata del sole. Davanti a lui, le fatiscenti bottegucce erano scomparse per lasciar posto a nuovi, luminosi edifici adibiti a uffici. Le traballanti passerelle dei passaggi sopraelevati mancavano del tutto. Phineas girò lentamente su se stesso, stringendo affannato l’ombrello quando guardò verso l’albergo; ed era ancora un albergo, ma non il suo… decisamente, non il suo. Neppure l’atrio era lo stesso. Vi rientrò barcollando, scosso e disorientato.

La ragazza alla ricezione gli sorrise gratificandolo d’uno sguardo allegro; non era certo lei la direttrice, né la compassata signora Biddle, che frequentava la sua chiesa, avrebbe mai assunto quella piccola impudente; le sue labbra, come le sue unghie, erano d’un vivace cremisi, tanto per cominciare, e lui non volle spingersi più in là nel suo esame.

La piccola impudente tornò a sorridergli, come se si gloriasse della sua ovvia idolatria: “Ha dimenticato qualcosa, signor Potts?”

“Io… uh… no. Cioè… lei sa chi sono?”

Lei annuì allegramente: “Ma certo, signor Potts. Lei si è trasferito qui ieri. Stanza 408. Tutto di sua soddisfazione?”

Phineas fece un mezzo cenno di assenso con la testa, deglutì, e tornò a uscire, vacillando. Trasferito? Non riusciva a ricordarlo. Perché mai avrebbe dovuto lasciare la signora Biddle? E il 408 era il suo vecchio numero di stanza; e la stanza era identica a quella in cui aveva vissuto, perfino nella striscia grigia sulla carta da parati, che aveva afflitto i suoi occhi per anni. C’era qualcosa di orribilmente sbagliato: prima di tutto quella sua mancanza di memoria, poi la strana telefonata di Sloane, e adesso questo. Era troppo sconvolto perfino per rendersi conto che quella, probabilmente, era un’altra tentazione posta davanti a lui.

Meccanicamente, Phineas cercò la targa col nome di Sloane su uno dei nuovi edifici; la trovò, attraversò la strada e vi entrò, “’giorno, signor Potts”, disse il ragazzo dell’ascensore, e Phineas sobbalzò: neppure questo l’aveva mai incontrato prima di allora. “Quarto piano, signor Potts.   L’ufficio del signor Sloane è soltanto due porte più in là”.

Phineas seguì automaticamente le indicazioni, trovò la porta contrassegnata G.R. SLOANE – ARCHITETTO, ed entrò in una stanza gigantesca, piena del frastuono quasi insopportabile delle macchine per scrivere e delle calcolatrici da tavolo, del brusio delle voci e dei tonfi cigolanti di una stampatrice d’indirizzi. Ma quella mattina la familiarità del frastuono gli apparve come l’unico porto sicuro in mezzo alla desolazione, fino a quando non si guardò intorno. Non soltanto Sloane aveva traslocato, ma sembrava anche che avesse aumentato, e cambiato, la maggior parte del suo personale d’ufficio. Era rimasto soltanto il vecchio Callahan, e Callahan… strano, Potts era certo che Callahan fosse andato in pensione, o qualcosa di simile, lo scorso anno. Oh, be’, quello era il minore dei suoi problemi.

Callahan parve aver percepito il suo sguardo, giacché balzò in piedi e calò un pugno grosso come un prosciutto sulla schiena di Phineas, facendogli quasi schizzar fuori di bocca i traballanti denti finti. “Phin Potts, uccellaccio del malaugurio! Bentornato!” Gli appioppò un altro colpo e Potts tossì, cercando di raggiungere con la mano il punto colpito e di massaggiarlo. Non soltanto Callahan era un ateo, e un ateo militante, per giunta, ma soleva indulgere in quei suoi rozzi giochetti. Perché mai quell’uomo non se n’era rimasto in pensione, come avrebbe dovuto?

“Signor Sloane?” riuscì a gorgogliare Phineas.

Lo stesso Sloane rispose, il volto affilato tagliato a metà da un sorriso:

“Salve, Phin, Lo lasci tranquillo, Callahan. Un’altra botta del genere, e dovrò assumere un altro disegnatore. Su, venga, Phin, s’è accumulato un lavoro del diavolo per lei, adesso che è tornato dalla sua piccola malattia”.

Lo guidò oltre un gruppo di scrivanie, dove delle ragazze imbellettate e vestite di colori vivaci stavano battendo a macchina, poi lungo un corridoio, e infine in una stanza per il disegno. Mentre lo scortava, Sloane continuò a scambiare qua e là col personale parole che fecero trasalire Phineas. Il suo linguaggio pareva davvero peggiorare ogni giorno di più.

“Signor Sloane, le dispiace…”

“… smetterla di usare un simile linguaggio?” terminò Sloane per lui, e sorrise. “Phin, non posso farne a meno. Mi sento fin troppo bene. Gli affari vanno a gonfie vele e ho acchiappato il mondo per la coda. Lei come si sente?”

“Molto bene, grazie”. Phineas rovistò nella sua mente e colse il filo di un discorso che poco prima lo aveva preoccupato. “Lei ha detto qualcosa di una… malattia?”

“Non ci pensi neppure. Dopo aver lavorato per me dodici anni, non ho certo intenzione di decurtarle la paga per un’inezia come un mese di assenza. È un peccato che dovesse stare via proprio quando avevo bisogno di lei, ma cose del genere succedono, perciò dimentichiamocene, eh?” Respinse i tentativi di Potts di borbottargli altre domande e si gettò con foga sui progetti. “Ecco qua, meglio cominciare con questo… noterà alcuni cambiamenti, ma è molto simile a ciò che facevamo una volta; qualcosa di simile a quello che abbiamo costruito a Oswego nel ’37. L’unica cosa che potrà crearle difficoltà è il nuovo acciaio che producono adesso, ma potrà sempre consultare le tabelle”.

Phineas raccolse le tabelle con le caratteristiche dei materiali e sbatté gli occhi. Non avrebbero mai funzionato. Per quanto odiasse il lavoro, lui era un ottimo disegnatore, e conosceva abbastanza il disegno strutturale per sapere che, quello, non avrebbe mai funzionato. “Ma, queste travi a I da cinque centimetri…”

“Andranno bene, Phin, la resistenza è all’incirca dodici volte maggiore di quella alla quale lei era abituato. Rende possibili dei progetti davvero eccezionali. Basterà che lei segua le indicazioni, come le ho detto, e io controllerò più tardi. Le cose sono cambiate un po’, mentre lei era in preda al delirio. Ma in questo momento io ho una fretta del diavolo. Ci vediamo”.

Infilò il corpo attraverso una porta, piegò indietro la testa e sollevò un sopracciglio: “E per il pranzo? Avrà bisogno di qualcuno che le insegni la strada, credo”.

“Come vuole lei, signor Sloane”, annuì Phineas, “ma le dispiacerebbe…”

“Niente bestemmie? Certo, d’accordo; e niente discussioni religiose, questa volta. Se sarò dannato, farò in modo che mi piaccia”. Poi se ne andò, lasciando solo Phineas… questi non riusciva a lavorare se era distratto da altri, e aveva sempre avuto una stanza tutta per lui.

Così, era stato malato, eh? Addirittura in delirio? Be’, questo poteva spiegare parecchio. Phineas aveva sentito dire che simili cose a volte producono un vuoto nella memoria, e come spiegazione questa era sempre meglio di niente. Con un certo sollievo la scacciò dalla mente, ricordando soltanto come quel mattino lui avesse peccaminosamente perduto la fede nella guida divina; scosse addolorato la testa e cominciò a lavorare con doverosa rassegnazione. Dal momento che era stato, ovviamente, decretato che lui dovesse condurre la sua semplice vita come disegnatore, allora avrebbe disegnato, senza lamentarsi, e su questo punto, almeno, non gli sarebbero stati imputati errori.

Poi il pennino cominciò a graffiare la carta. Lo pulì e lo regolò, senza trovarci niente che non andasse, ma il pennino continuò a produrre un suono graffiante sulla carta, facendogli venire i nervi a fior di pelle. Se Phineas avesse creduto nell’evoluzione, avrebbe detto che i capelli che i suoi antenati un tempo si erano fatti crescere fino alle spalle, ora gli si stavano drizzando… ma lui non amava affatto indugiare su simili eretiche idee. Be’, non era il tipo che si lamentava. Strinse i denti e cercò la sopportazione e la pace interiore.

Poi, fuori della stanza, la stampatrice d’indirizzi riprese a funzionare, a furia di tonfi, e lui fu costretto a uno sforzo supplementare per non rovinare i segni già tracciati, quando il suo corpo si contorse, sussultando. Sii paziente, tutte queste prove saranno premiate. Alla fine, ricorse all’unico calmante che conosceva, la contemplazione del destino degli eretici e dei peccatori. Naturalmente, era dispiaciuto che essi arrostissero in eterno e invocassero urlando l’acqua che non avrebbero mai ottenuto; era molto dispiaciuto per quelle povere creature ingannate, come lo sarebbe stato qualunque uomo retto. Tuttavia, essi avevano avuto la loro possibilità e non ne avevano fatto buon uso, perciò, se le cose stavano così, ciò rispondeva soltanto a giustizia.

Raffigurandosi morbosamente un inferno secondo i canoni dei suoi più rigidi antenati puritani — qualcosa che per lui era estremamente reale — quasi non si accorse che il suo callo gli faceva male, là dove la scarpa da pochi soldi lo stringeva. Non se ne accorse… quasi del tutto.

Fuori, in ufficio, Callahan stava canticchiando, e Phineas sbigottito riconobbe il motivo. Un giorno, quell’ateo era arrivato al lavoro ubriaco fradicio, e prima che lo rispedissero a casa aveva intrappolato Phineas in un angolo e gliel’aveva cantato tutto, integralmente. Adesso, perfettamente a tempo col motivetto musicale, le parole udite quel giorno insistevano a riaffiorare nella mente sofferente di Potts, e si rifiutavano di lasciarla. Le preghiere non servivano. Poi, ficcò Callahan nel numero dei peccatori torturati dalle fiamme, e le cose andarono meglio.

“Matite, lacci da scarpe, lamette da barba?” Queste parole, pronunciate all’improvviso alle sue spalle, lo fecero sobbalzare, e a stento riuscì a recuperare il suo equilibrio sullo sgabello. Là, sulla soglia, c’era un gobbo con una gamba sola che reggeva una manciata di articoli da poco prezzo. “Matite?”, ripeté. “Soltanto un nichelino. Vuole aiutare un povero minorato?” Ma il sorriso sulla faccia smentiva le parole.

“No, grazie, niente matite”. Phineas rabbrividì quando quell’individuo si avvicinò alla finestra e si sbarazzò con disinvoltura d’un bolo di tabacco masticato. “Perché non prova con gli istituti di carità? Inoltre, noi non permettiamo che i mendicanti entrino qui dentro”.

“Non c’è nessun istituto”, replicò l’individuo, con ambigua allegria, cacciandosi in bocca dell’altro tabacco.

“Allora abbia fede nel Signore. Lui provvederà”. Naturalmente, quell’uomo era stato destinato a patire per tutti i giorni della sua vita, in questa sfera mortale, e patire doveva per conseguire la salvezza. Lui non aveva nessuna intenzione di guastare le poche probabilità d’essere salvato di quell’individuo incivile, permettendogli di oziare.

Il mendicante annuì e si toccò il berretto. “Uno di loro, eh? Peccato. Be’, su col morale, forse migliorerà più avanti”. Uscì e si allontanò lungo il corridoio, fischiettando, lasciando Phineas a meditare perplesso sulle sue ultime parole. Questi, infine, vi rinunciò, giudicandole un’esibizione mal riuscita, si sfregò cautamente il callo, poi smise, riflettendo che il dolore era soltanto una prova da affrontare, e doveva essere sopportato con mansuetudine. Il pennino graffiava ancora, la stampatrice d’indirizzi sbattacchiava, e in qualche modo un’ape era riuscita a entrare e ronzava lì intorno. Era un’ape assai grossa e attiva.

Phineas si curvò e si costrinse a lavorare, sudando un po’ freddo quando l’ape atterrò sul suo tavolo da disegno. Poi, misericordiosamente, l’ape volò via per qualche minuto e lui non l’udì più. Quando ricominciò, era alle sue spalle. Lui fece per girar la testa, poi decise di no; l’ape avrebbe potuto prendere quel gesto per un atto d’aggressione e dichiarare guerra. Le sue mani sulla penna erano umide e appiccicose, ma in qualche modo si sforzò di continuare a lavorare.

L’ape, evidentemente, non aveva nessuna fretta di andarsene. Sfrecciò accanto al suo naso, ronzando, costringendolo a tirarsi indietro con un sussulto, e facendo cadere una goccia d’inchiostro sul disegno; poi prese a girare intorno alla sua testa e infine si posò sulla sua testa calva. Phineas trattenne il fiato, e l’ape se ne restò lì, ferma. Dieci, venti, trenta secondi. A un certo punto, egli espirò tutto d’un fiato. L’insetto diede in un breve ronzio, poi decise, evidentemente, che quel rumore era innocuo, e cominciò a camminargli giù, lungo la fronte, spingendosi fino alla radice del naso. Il quale prese a prudergli; non solo fuori, ma anche dentro.

“No, no”, rantolò disperatamente Phineas, “NNN… eeecciù! IUUU!” Sussultò con estrema violenza, dopo aver cercato inutilmente di afferrarsi il naso, pestò gli stinchi contro il tavolo e schizzò dell’altro inchiostro sui progetti. “Dannazione! Oh, dan…”

Incredibile, assurdo! Non poteva esser vero! La sua stessa bocca l’aveva tradito!

Aprì le dita tremanti e lasciò cadere la penna. Chinò la testa, ma non gli giunse alcuna sensazione di grazia salvatrice. Ricordava fin troppo bene che anche il più piccolo peccato merita, giustamente, la dannazione. Adesso stava davvero grondando sudore, e le visioni del tormento eterno tornarono a frotte. Ma questa volta lui si trovava al posto di Callahan, e per quanto si sforzasse non riusciva a scambiarsi di posto con lui. Era condannato!

Callahan lo trovò in quella posizione un minuto più tardi, e la sua risata aspra e beffarda penetrò come una lama nell’anima ferita di Phineas. “Sei come un angelo che vive e respira…” canticchiò. Scaricò alcuni promemoria sul tavolo, e gli diede un’altra pacca da rompergli la schiena: “Ha finito coi primi fogli, Phin?”

Phineas scosse la testa, avvilito, lanciando un’occhiata all’orologio. Avrebbero dovuto esser pronti un’ora prima. Un altro peccato si era aggiunto al suo fardello, al di là di ogni speranza di redenzione, e fra tutti doveva esser proprio Callahan a sorprenderlo a non lavorare, quand’era già in ritardo! Ma il vecchio irlandese non parve goderne malignamente: “Suvvia, Phin, non se la prenda così. Nessuno si aspetta che lei lavori come un mulo dopo essere stato malato. Il signor Sloane vuole che lei esca a pranzare in sua compagnia, adesso”.

“Io… uhm…” le parole non volevano venirgli.

Callahan gli batté di nuovo sulla schiena, ma questa volta con delicatezza, al punto che soltanto due costole scricchiolarono. “Ma vada! Quello che resta da fare è roba da principianti, e la finirò io mentre lei mangia. Sono avanti col mio lavoro, e in ogni caso non avrei niente da fare. Vada pure”. Sollevò letteralmente la piccola mole di Phineas dallo sgabello e la sospinse fuori della porta. “Sloane la sta aspettando. Diavolo, sarò ben lieto di farlo. Mi sento così in forma che non riesco a trovare abbastanza da fare per tenermi impegnato”.

Sloane stava amoreggiando con una delle dattilografe quando Phineas arrivò strascicando i piedi, ma concluse subito le sue manovre con una strizzatina d’occhio e afferrò il suo cappello. “Che cosa c’è che non va, Phin? Ha l’aria stanca. E ha anche un brutto livido sul naso. Be’, un buon pasto servirà quanto meno a ridarle un po’ di colorito. Il miglior cibo che abbia mai mangiato, e subito dietro l’angolo”.

“Sì, signor Sloane. Non le spiacerebbe… uh!” No, non poteva chiederglielo adesso. Lui stesso era un peccatore, dedito a un linguaggio blasfemo. Tristemente, seguì l’altro fuori dell’edificio fino al ristorante all’angolo. Poi, mentre prendeva posto sulla sedia, si rese conto di non poter mangiare; la prima delle sue penitenze consisteva nel rinunciare al cibo.

“Io… oh… uh… Non si arrabbi, signor Sloane. Credo che berrò una tazza di tè”.

Il profumo delle vivande, in quel piccolo, lindo ristorante, gli stava provocando delle contrazioni allo stomaco che avrebbero reso ancora più meritoria la sua penitenza.

Ma Sloane stava già ordinando per due. “Il solito, dolcezza, e tanto vale che ne porti un secondo per il mio amico qui presente”. Si rivolse a Phineas: “Il guaio con lei, Phin, è che non mangia abbastanza. Aspetti di annusare l’aroma del prosciutto che servono qui… e il timballo! Da questo momento lei mangerà come si deve, dovessi cacciarle con le mie mani il cibo in gola. Ah!”

Il servizio era rapido, e i piatti cominciarono a comparire davanti agli occhi di Potts, il quale sentì che gli veniva l’acquolina in bocca, e fu costretto a deglutire prima di protestare. Poi, l’espressione degli occhi di Sloane lo convinse a non farlo. Be’, per lo meno avrebbe potuto digiunare al mattino e alla sera. Annuì fra sé tristemente, desiderando che il suo famelico appetito non insistesse a trarre tanto piacere dal cibo.

“E così”, la voce di Sloane irruppe nuovamente nella sua coscienza,

“dopo di questo, o lei mi promette di mangiare tre buoni pasti al giorno, o verrò io a cacciarglieli personalmente in gola. Capito?”

“Sì, signor Sloane. Ma…”

“Bene. È una promessa ufficiale”.

Phineas si fece piccino. Lui non aveva inteso dire questo; non poteva esser considerata una promessa. “Ma…”

“Niente ma. Laggiù pensavo che lei avesse almeno tante possibilità quante ne avevo io di essere nel giusto, perciò non ho mai aperto bocca sull’argomento. Ma quassù, è finita. Adesso non c’è nessuna ragione per la quale lei non possa godersi la vita”.

Era troppo. “Questa vita”, dichiarò Phineas, mettendo giù il coltello e preparandosi a sostenere una lotta lunga e logorante, “è intesa a darci la possibilità di prepararci per la vita a venire, non per sprecarla in piaceri sfrenati. Sicuramente è assai meglio soffrire per pochi brevi anni, resistendo alle tentazioni, piuttosto che essere dannati per sempre. E lei sarebbe disposto a sacrificare il paradiso per dei meri appetiti mondani transitori e futili?”

“La pianti, Phin. Non mi pare di aver sacrificato molto per arrivare qui”. Poi, davanti all’espressione sconcertata di Phineas: “Non mi dica che non si rende conto di dove si trova? Mi avevano detto che le avrebbero mandato un fattorino col messaggio; be’, immagino che si sia scordato di lei. Lei è morto, Phin! Questo è il paradiso! Non ne parliamo molto, ma è così!”

“No!” Il mondo aveva preso a turbinare intorno a Phineas che fissò Sloane senza capire, ma sul volto dell’altro non trovò nessuna sfumatura beffeggiatrice. E c’era quel vuoto nei ricordi dei suoi peccati, e quei cambiamenti, e… Callahan! Diamine, Callahan era morto ed era stato sepolto l’anno prima; ed eccolo lì, più giovane di dieci anni, più in forma che mai. Ma era un’illusione; naturalmente era un’illusione. Callahan non avrebbe mai potuto essere in paradiso. “No, non può essere”.

“Ma lo è, Phin. Non ricorda? Stavo venendo a prenderla per del lavoro straordinario, e l’ho chiamata, proprio nel momento in cui lei usciva di casa. Poi, lei ha cominciato ad attraversare la strada, io ho gridato di nuovo… le torna in mente, adesso?”

C’era stato uno stridìo di gomme, Sloane che improvvisamente si metteva a correre verso di lui, agitando freneticamente le braccia, e… il nulla!

“Allora, mi ha investito? E questo… è…”

“Uhm… Sembra che abbiano tirato su il sottoscritto col cucchiaino, ma lei ci ha messo un mese a tirare le cuoia”. Sloane affondò la forchetta nel timballo, assaporando poi vistosamente il boccone fra la lingua e il palato. Sorrise: “Questo è l’aldilà. Ed è anche un aldilà dannatamente buono, anche se nessuno le viene incontro al cancello per dirle: “Benvenuto in Paradiso”“.

Phineas si aggrappò a quel fuscello. “Allora non le hanno detto che questo era il paradiso? Oh”. Ciò spiegava ogni cosa. Naturalmente, lui avrebbe dovuto saperlo. Dopotutto quello non era il cielo; non poteva esserlo. E malgrado differisse dalla raffigurazione che tante volte se n’era fatto, senz’altro poteva essere l’altro posto… Quell’ape, ad esempio! Ah, era proprio da Sloane e Callahan godersi la perdizione, peccatori incalliti che si gloriavano della loro scelleratezza!

Lentamente, il mondo smise di turbinargli intorno, e Phineas Potts tornò ad essere sé stesso. Certo, lui aveva usato una brutta parola, ma che cosa ci faceva lui, in quel luogo abbietto? Viste le circostanze, sarebbe stato ben difficile imputargliela. Abbassò gli occhi con gratitudine, senza prestare nessuna attenzione alle frivole osservazioni di Sloane. Ora, se soltanto fosse riuscito a trovare le autorità di quel posto e a rimediare all’errore, tutto avrebbe ancora potuto finire per il meglio. Lui aveva sempre fatto quanto possibile per esser giusto e retto. Forse avrebbe dovuto aspettare un po’, per il disbrigo delle formalità, e poi… niente più Callahan, niente più Sloane, nessun disegno da fare, niente api o rumori raschianti!

Si drizzò e fissò Sloane, sventuratamente, ma giustamente condannato a quella strana Gheenna. “Signor Sloane”, chiese, con fermezza, “c’è qualche posto dove posso trovare le… uh… le autorità di questo… uhm…”

“Vuol dire che intende sporgere un reclamo? Diamine, certo che c’è, un grande edificio bianco, a cinque o sei isolati da qui: l’Ufficio Assegnazioni e Riparazioni”. Sloane lo scrutò attentamente: “Che io sia dannato se non ha l’aria di qualcuno che è stato trattato male da qualcun altro. Senta, Phin, essi a volte compiono sbagli, naturalmente, e se dovessero averle dato meno di quanto le spettava, andremo subito là e metteremo tutto a posto”.

Phineas scosse rapidamente la testa. La giusta cosa da fare, senza alcun dubbio, era lasciare che Sloane ignorasse la verità il più a lungo possibile, e ciò significava che lui doveva recarsi all’Ufficio da solo. “Grazie, signor Sloane, ma ci andrò da solo, se non le dispiace. E… uh… se non dovessi tornare… uh…”

“Ma certo, si prenda pure l’intero pomeriggio… Ehi, aspetti, non vuol finire il pranzo?”

Ma Phineas Potts se n’era andato, le sue gambe scricchiolanti lo portarono fuori alla tiepida luce del sole di mezzogiorno, verso il torreggiante edificio bianco che era la sua destinazione. Il destino dell’anima di un uomo non è niente su cui si possa scherzare, e lui non stava scherzando. Si ficcò l’ombrello sotto il braccio, per evitare il contatto con l’orda dei dannati, rabbrividendo all’idea di mescolarsi con loro. Tuttavia, indubbiamente, quella tortura si sarebbe aggiunta alla lunga lista di tutte le altre, e la sua ricompensa sarebbe stata resa ancora più grande. Poi arrivò, infine, all’Ufficio Assegnazioni e Riparazioni.

Vide un’altra Jezebel tutta imbellettata alla scrivania contrassegnata INFORMAZIONI, e si diresse da quella parte, raccogliendo appena in tempo i pensieri per evitare una vergognosa eccitazione. Ma lei gli sorrise, e addirittura gli strizzò l’occhio! “Il signor Potts, non è vero? Oh, mi spiace tanto che lei se ne sia andato prima che le arrivasse il nostro messaggio. Ma se c’è qualcosa che possiamo fare per lei, adesso…”

“C’è”, disse lui, con fermezza, anche se non troppo maleducatamente; dopotutto, non era proprio il caso di aggiungere all’elenco dei suoi peccati uno scoppio d’ira. “Desidero vedere un’autorità… una qualunque autorità di qui. Ho un reclamo da presentare, un reclamo molto grave”.

“Oh, quanto mi spiace, signor Potts. Ma se vorrà andare dal signor Alexander, in fondo al corridoio, terza porta a sinistra, sono certa che potrà aggiustare le cose”.

Potts non attese oltre, ma si affrettò verso l’ufficio che lei gli aveva indicato. Mentre si avvicinava la porta si aprì e un signore dall’aspetto distinto, che indossava un abito grigio da uomo d’affari, ne uscì. E gli porse immediatamente la mano: “Sono il signor Alexander. Vuol entrare, per favore? Katy ha detto che lei ha un reclamo da presentare. Si sieda pure là, signor Potts. Sì, bene. Adesso, se me ne vuol parlare, credo che potremo sistemare tutto”.

Phineas snocciolò tutto senza omettere un solo particolare. “E così”, concluse, in tono deciso, molto deciso, “sento che mi è stata fatta una grave ingiustizia, signor Alexander. Sono certo che la mia destinazione avrebbe dovuto essere… l’altro posto”.

“L’altro posto?” Alexander parve sorpreso.

“Sì. Il paradiso, per essere più precisi”.

Alexander annuì, pensieroso: “D’accordo, signor Potts. Soltanto, temo che ci sia stato un piccolo equivoco. Vede… ehm… questo è il paradiso. Tuttavia vedo che lei non mi crede ancora, e questo vuol dire, ovviamente, che abbiamo commesso un errore nel predisporre la sua sistemazione. Il nostro più grande desiderio è che la gente sia contenta, qui. Così, se vuol dirmi che cosa c’è che non va, faremo quello che potremo per rimediare”.

“Oh”. Phineas riconsiderò tra sé la cosa. Naturalmente, questo poteva essere un trucco… tuttavia, se davvero avessero potuto farlo felice lì, dandogli la dovuta ricompensa per gli anni pieni di tentazioni alle quali aveva resistito, e le nobili sofferenze patite in mansueta umiltà, questo sembrava accettabile. Rifletté che, forse, esistevano diversi livelli di beatitudine, e perfino a creature come Callahan e a quelli come lui stesso venivano concessi quelli più bassi… anche se non gli sembrava del tutto giusto.

Comunque, il suo livello non poteva certo essere quello di Callahan.

“Molto bene”, decise, “per prima cosa mi trovo a vivere in quella stanza con la striscia grigia sulla carta da parati, signore, e per anni l’ho odiata; e poi la sveglia, il telefono, e…”

Alexander sorrise: “Una cosa alla volta, per favore. La stanza: mi sembra che abbiamo fatto davvero un lavoro da maestri. Non è esattamente come la sua stanza al suo precedente livello di vita? Ah, vedo che sì, lo è. E non ha scelto e ammobiliato quella stanza lei stesso?”

“Sì, ma…”

“Ah, allora avevamo ragione. Naturalmente abbiamo supposto, signor Potts, che dal momento che quella stanza era una sua precedente creazione, fosse la più adatta a lei. E inoltre lei ha bisogno della sveglia e del telefono per arrivare in orario al lavoro e…”

“Ma io odio fare il disegnatore!” Phineas sbirciò quel demonio che stava tentando d’intrappolarlo, aspettando che da un istante all’altro abbandonasse il suo travestimento e tornasse alla sua vera forma. Ma non lo fece. Invece, la creatura che era il signor Alexander scosse lentamente la testa e sospirò.

“Oh, quanto mi dispiace! E noi che eravamo così contenti quando abbiamo scoperto che potevamo perfino darle lo stesso datore di lavoro di prima! Pensavamo, in tutta sincerità, che lei sarebbe stato più felice sotto di lui che sotto un estraneo. Ad ogni modo, se questo non le piace, suppongo che potremo trovarle dell’altro. Quale altro lavoro le piacerebbe?”

Adesso sì che si cominciava a ragionare, e forse, pensò, aveva giudicato male Alexander. Il lavoro era qualcosa che Phineas non si era aspettato, ma… sì, sarebbe stato piacevole, se si fosse potuta arrangiare qui la cosa.

“Un tempo sentivo di avere la vocazione”, suggerì.

“Intende dire, ministro del culto? Ma andrebbe benissimo! Non ne abbiamo mai abbastanza, signor Potts. Uomini meravigliosi, che qui fanno un lavoro meraviglioso. Migliorano enormemente la felicità del nostro Aldilà. Mi faccia vedere che esperienza ha avuto”. Fissò raggiante il signor Potts, il quale si sentì squagliare sotto quello sguardo; poi si girò verso uno scaffale, prelevò un grosso volume e lo consultò. Lentamente il sorriso raggiante svanì, e il suo posto fu preso dalla preoccupazione.

“Ah, sì, Phineas Theophilus Potts. Sì, ha cominciato l’apprendistato nel 1903. Uhmmm. Mandato via dopo due anni di studi, a causa della sensazione che egli potesse… che potesse non essere adatto come temperamento al lavoro, e che fosse un po’ troppo fana… ahem!… eccessivamente zelante nel criticare gli altri. Trasferito al laboratorio di suo zio, dove imparò il disegno tecnico, che da allora fu il lavoro della sua vita. Uhmmm, davvero un peccato”. Alexander tornò a voltarsi verso Phineas. “Allora, signor Potts, devo dedurne che lei non abbia mai avuto una vera esperienza in questo genere di lavoro?”

Phineas si contorse sulla sedia: “No, ma…”

“Peccato”, Alexander sospirò, “vorrei davvero fare in modo che le cose siano un po’ più soddisfacenti per lei, ma dopotutto, nessuna esperienza… mi spiace, ma non è possibile. Le dirò che cosa faremo, a noi non piace essere affrettati nei nostri giudizi: se vuole raffigurarsi esattamente il tipo di vita che vorrebbe — non c’è bisogno che la descriva a voce, la riceverò anche se si limita a pensarla — forse potremo aggiustare le cose. Adesso, si sforzi”.

Con un filo di speranza, Phineas tentò. La voce di Alexander gli arrivava monotona: “Un po’ più di sforzo. No, quella è soltanto un’immagine in negativo di ciò che non le piace fare. Ah… uhm, no. Mi era parso per un momento che ci fosse qualcosa, ma è scomparso. Credo che lei stia cercando di raffigurare delle astrazioni, signor Potts, e sa che non può farlo; ricevo qualcosa di molto vago, ma non ha senso. Ecco! Così va meglio”.

Alexander parve “sentire” ancora per qualche istante, e Phineas era adesso convinto che fosse tutto un imbroglio; aveva rinunciato a tentare. A che serviva? Tutto ciò che gli rimaneva erano vaghi pensieri confusi, e adesso la voce di Alexander irruppe in mezzo ad essi.

“Davvero, signor Potts. Temo proprio che non ci sia niente che possiamo fare per lei. Ora ricevo un’immagine molto chiara ma, vede, è esattamente il tipo di vita che abbiamo organizzato per lei. La stessa stanza, lo stesso lavoro. A quanto sembra, è la sola vita che lei conosce. Naturalmente, se intende migliorare abbiamo buonissime scuole in gran numero, sparse per tutta la città”.

Phineas si rizzò di scatto, riuscendo a stento a dominarsi: “Vuol dire… vuol dire che devo continuare così?”

“Temo di sì”.

“Ma lei ha detto, molto chiaramente, che questo era il Paradiso”.

“Lo è”.

“E io le dico”, gridò Phineas, dimenticandosi completamente di dominarsi, “che questo è l’inferno!”

“Esatto, non l’ho mai negato. Adesso, signor Potts, vorrei poter discutere ulteriormente di questa faccenda, ma altri stanno aspettando, perciò  temo di doverle chiedere di andarsene”.

Alexander alzò lo sguardo dalle sue carte, e Phineas, sotto quegli occhi puntati, si trovò un attimo dopo fuori della porta, scosso e di pessimo umore. La porta era ancora aperta quando quella ragazza, Katy, arrivò, lo fissò sorpresa, ed entrò. Anche quando la porta si fu chiusa dietro di lei, Phineas continuò a restare lì, incapace di muoversi, appoggiandosi al telaio di legno per reggersi in piedi.

Dall’interno gli giunse un brusio di voci, e i suoi pensieri turbinanti si aggrapparono ad esse come all’unico, possibile punto d’appoggio. Prima la voce di Katy: “… pare che l’abbia presa terribilmente male, signor Alexander. Non c’è proprio niente che possiamo fare?”

Poi la voce bassa di Alexander: “Niente, Katy. Adesso tocca a lui. Gli ho suggerito le scuole, ma temo che sia un altro sfortunato. Probabilmente in questo stesso momento è là fuori che sta cercando di convincersi che questo è una pura illusione, fatta per tentare la sua anima e mettere alla prova la sua capacità di restare coerente a sé stesso. Se questo è il caso, be’, povero diavolo, non c’è molto che possiamo fare”.

Ma Phineas non stava più ascoltando. Racchiuse furiosamente le parole che aveva udito nella sua mente e, rigido, uscì dall’edificio, dirigendosi nuovamente verso gli uffici di G.R. Sloane, dirimpetto alla sua piccola stanza numero 408. Naturalmente, avrebbe dovuto saperlo. Tutto ciò era soltanto un’illusione, fatta per tentare la sua anima. Un’illusione e una prova, niente di più.

Che lo mettessero pure alla prova, l’avrebbero trovato umile nelle sue sofferenze, come sempre, senza un lamento, resistendo fermamente alle loro tentazioni. Anche se Sloane gli negava il diritto al digiuno, egli avrebbe trovato ugualmente altri modi di fare la giusta penitenza per i suoi peccati; anche se Callahan gli avesse rotto la schiena, anche se mille api l’avessero aggredito tutte insieme, malgrado tutto ciò lui avrebbe trionfato.

“Perdonami e guidami fuori dalla via del peccato, ma conservami nella rettitudine per tutti i giorni della mia vita”, ripeté, ed entrò nell’edificio dove altro lavoro e altri tormenti lo aspettavano. Un giorno sarebbe stato ricompensato. Un giorno.

Nei recessi della sua mente un piccolo frammento di dubbio abbozzò un ilare, cinico risolino.

 

 

“Aldilà, Inc.” – “Hereafter, Inc.” di Lester Del Rey, “Unknown”, dicembre 1941

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