Vite sprecate – Maurizio Schillaci

Ho iniziato a scrivere per sfizio, qualche anno fa, riportando “in bella” degli appunti che avevo scribacchiato.

Il quarto degli oltre 550 articoli da me pubblicati dal 2014 fino ad oggi, era una storia: l’avventura di Totò Schillaci, dai campi di Messina ai trionfi di Italia ’90, fino all’inevitabile declino.

Il focus di quell’articolo, però, erano gli occhi sgranati dell’attaccante bianconero al rigore negato dall’arbitro Quiniou. Chi non li ricorda?

Torniamo all’inizio della vita di Totò, quando, figlio di pescatore, giocava a pallone sul sagrato pietroso della “Madonna della Mercede”, a cui tutti gli abitanti del rione sono così devoti da chiamarla: “La Regina del Capo”.

Su quei campi di pietra, con i giubbotti a fare da palo, nelle infinite partite sul selciato, con lui c’era il cugino Maurizio, di un paio di anni più grande.

Raccontava Totò, parlando del cugino:

“[…] era più forte di me, tant’è vero che quando c’era da comporre le due squadre il primo ad essere scelto era lui, mica io”.

E ancora:

“Mai visto un tornante così forte: capace di saltare l’uomo, fortissimo in progressione, abilissimo ad arrivare sul fondo e mettere al centro palloni al bacio, che chiedevano solo di essere sospinti in rete”.

Lo Schillaci “maggiore” esordisce con la maglia del Palermo a soli 17 anni.

Nel 1983 si trasferisce al Licata voluto dall’allenatore Zdeněk Zeman, dove disputa una stagione in Serie C2 ed una in Serie C1 diventando una delle colonne della formazione siciliana, con 22 gol e una marea di assist in due stagioni.

Deve passare al Foggia del presidentissimo Casillo, allora in serie C, proprio in virtù del trasferimento in Puglia dell’allenatore boemo, anticipando l’era “Baiano, Rambaudi, Signori”, che vincerà da lì a qualche anno il campionato di B.

Ma il presidente della Lazio, Calleri, anticipa tutti e compra Maurizio dal Licata, offrendogli un contratto da mezzo miliardo di lire.

La Lazio è in B e parte con 9 punti di penalizzazione per decisione del Giudice Sportivo perché colpevole di illecito nello scandalo del Totonero-bis, ma l’obiettivo è sempre e comunque la serie A.

L’allenatore è Fascetti, che, solitamente conosciuto per il carattere burbero, davanti a Schillaci si scioglie.

“Il mio gioco si basa sui cross dal fondo, ma bisogna prima arrivarci e tu sei l’uomo giusto al posto giusto!”,

gli dice appena arrivato in ritiro.


E Maurizio si gasa.

La vita a Roma non è la stessa che viveva in Sicilia, però. Case di lusso, auto potenti, serate in locali esclusivi.

Le prestazioni di Maurizio non sono convincenti, come se non fosse in forma, come se non riuscisse a riprendersi da un leggero infortunio patito ad inizio stagione.

Domenica 21 dicembre 1986, l’unica rete, decisiva, nella trasferta di Cagliari, due minuti dopo aver sostituito Mandelli.

Ma nell’intera stagione le presenze saranno solo undici e Maurizio verrà tacciato di essere un malato immaginario.

La realtà è molto peggiore. Ceduto al Messina, dove ritrova il cugino Totò, scoprono le cause dei suoi guai fisici: un tendine bucato.

Oggi, si interverrebbe, ma 32 anni fa non c’era la tecnologia per farlo. Viene curato, ma ormai il tendine è irrecuperabile.

Dopo 22 presenze in due stagioni, Maurizio Schillaci passa alla Juve Stabia nel 1989. Poi torna a Licata, nel ’92, ma la carriera è ormai segnata.

E non solo la carriera.

Infatti, in Campania Maurizio ha sperperato tutti i guadagni della seppur breve carriera per comprare cocaina ed eroina.

Viene lasciato dalla moglie, e dopo essersi ritirato dal calcio, si ritira anche dalla vita.

Vive a bordo di un vagone di un treno abbandonato, nei pressi della Stazione Centrale di Palermo.

Un giorno, un giornalista gli chiede se sa perché si sia ridotto così.

Maurizio è lucidissimo:

“Sì, le ragioni io le conosco. La prima è che io, oltre al calcio, non sapevo fare nulla. La seconda che i soli amici che potrebbero aiutarmi non ci sono più: erano i miei compagni di sventura, quelli che si facevano come me. Ora non ci sono più… Gli altri? Gli altri mi danno una mano come possono, ma io passo sempre per quello che si faceva…”.

Rischia la vita quando viene ricoverato per overdose, quindi decide di disintossicarsi e inizia la cura con il metadone.

Suo cugino tenta di aiutarlo, prendendolo come allenatore nella sua scuola calcio, ma i genitori non gradiscono che un ex tossico circoli intorno ai loro bambini. A volte dovremmo cercare di capire di più, e di giudicare di meno.

Maurizio da calciatore era un generoso, ricordano i “suoi” tifosi, quelli del quartiere a poche centinaia di metri dal Porto di Messina. A fine partita regalava sempre la maglietta ai tifosi più giovani, e se la sfortuna non si fosse accanita, avrebbe sicuramente continuato anche in altri, più prestigiosi palcoscenici.

Ma il destino, per Maurizio Schillaci da Messina, aveva altri piani.

4 pensieri riguardo “Vite sprecate – Maurizio Schillaci

  1. Bella storia che non conoscevo. Grazie per averla così riassunta bene e condivisa. Credo solo che gli eventi hanno portato Maurizio in queste strade, non un destino già prescritto che gli è piombato sulla testa a prescindere. Comunque non possiamo giudicare. Spero che adesso abbia trovato un po’ di serenità

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