Lo strano caso delle gemelle Gibbons

June e Jennifer Gibbons nacquero in un ospedale militare ad Aden, nello Yemen, l’11 aprile del 1963, da Gloria e Aubrey, che erano di origine caraibica.

Gloria era casalinga e Aubrey tecnico specializzato nella R.A.F.

Dopo la seconda guerra mondiale, molte persone afro-caraibiche emigrarono nel Nord America e in Europa, specialmente negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Francia e nei Paesi Bassi.

A seguito delle perdite durante la guerra, il governo britannico iniziò a incoraggiare l’immigrazione di massa dai paesi dell’Impero britannico e del Commonwealth per colmare la carenza del mercato del lavoro.

Così Aubrey e Gloria si trasferirono ad Haverfordwest, nel Galles, nel 1974, dopo essere stati precedentemente in Inghilterra.

Le sorelle gemelle erano inseparabili e la loro lingua, un bajan accelerato, rendeva difficile capirle. La lingua bajan è una lingua creola basata sull’inglese parlata a Barbados.

Anche la madre aveva difficoltà a comprenderle, a volte. Inoltre, essendo le uniche persone nere della comunità, erano bullizzate a scuola, tanto che seguivano orari differenti di entrata e uscita rispetto agli altri scolari.

Ciò non fece altro che accelerare il processo di isolamento che era già in atto, in quanto le sorelle parlavano quasi solo tra loro e raramente con la sorella minore Rose.

La loro lingua divenne ancora più idiosincrasica, dal greco διοσυγκρασα, idioscincrasìa, cioè “particolare temperamento” o “intolleranza”, composto da διος, idios, “proprio”, σύν, syn, “con” e κρσις, krasis, “temperamento”. Nel linguaggio comune, idiosincrasia viene utilizzata per indicare una forte avversione per situazioni o persone non gradite.

Tra gli aspetti più interessanti e affascinanti riguardanti i gemelli è lo sviluppo del linguaggio: un aspetto interessante del linguaggio dei fratelli gemelli è la criptofasia, una specie di linguaggio in codice tra i gemelli, ai quali bastano molti meno elementi linguistici di quanti non ne servano alle altre persone per capirsi.

Se da un lato questo linguaggio consente una complicità molto forte tra i gemelli, dall’altro rischia di creare un deficit nello sviluppo del linguaggio, proprio perché i gemelli, riuscendosi a capire col minimo sforzo, non sviluppano il resto delle competenze linguistiche.

Le due sorelle continuarono a frequentare la scuola, ma si rifiutavano di leggere o scrivere.

Avevano sviluppato un loro linguaggio, incomprensibile agli estranei, e dei giochi segreti particolari e complicati.

Giocavano a “specchiarsi” l’una nell’altra, imitando a vicenda le azioni compiute; la sera decidevano chi delle due, al risveglio mattutino, avrebbe respirato per prima, e finché questo respiro non veniva avvertito l’altra sorella doveva giacere immobile, come morta.

Mentre in classe non c’era verso di costringerle a leggere, nella serenità della loro cameretta erano avide divoratrici di libri, e riempivano i loro quaderni di racconti, disegni e romanzi scritti a quattro mani.

Le pagine erano riempite di caratteri minuscoli, tanto che fra una riga blu e l’altra dei fogli dei loro diari trovavano spazio quattro righe di testo.

Un medico che era addetto alle vaccinazioni nella scuola chiese, visto il comportamento delle sorelle, l’intervento di uno psicologo infantile.

Ma tutti i tentativi furono vani. Provarono anche a separarle, mandandole in due istituti separati, ma l’unico effetto che ottennero fu di farle diventare catatoniche.

Alla fine le riunirono, e per qualche anno le ragazze, ormai adolescenti, continuarono a parlare solo tra loro o, con messaggi registrati su nastri, alla sorellina Rose.

Si iscrissero ad un corso di scrittura creativa per corrispondenza, e scrissero alcuni romanzi, in verità alquanto inquietanti.

In “Pepsi-Cola Addict”, un ragazzino viene sedotto dall’insegnante, poi è mandato in un riformatorio dove una guardia omosessuale fa un gioco per lui.

In “Il Pugile”, un medico è così desideroso di salvare la vita di suo figlio che uccide il cane di famiglia per ottenere il suo cuore per un trapianto. Lo spirito del cane abita nel bambino e ha in definitiva la sua vendetta contro il padre.

“Discomania” è la storia di una giovane donna che scopre che l’atmosfera di una discoteca locale incita gli avventori alla violenza.

Seguì “The Taxi-Driver’s Son”, una commedia chiamata “Postman and Postwoman” e diversi racconti.

Nessuno di questi racconti ebbe però successo, nonostante avessero unito i loro sussidi per farle pubblicare dalla casa editrice “New Horizons”.

A diciotto anni, dopo aver sperimentato tra l’altro droghe e alcol, le gemelle commisero alcuni piccoli crimini di vandalismo e qualche piccolo furto.

Piccoli crimini, che culminarono però in due episodi di incendi dolosi, appiccati dalle gemelle alle scuole speciali che frequentavano.

Il loro rapporto di amore si mischiava inoltre ad accessi di odio violento, visto che un giorno Jennifer aveva tentato di strangolare June con un cavo della radio, e una settimana dopo June aveva spinto Jennifer giù da un ponte nel fiume sottostante.

A seguito degli incendi dolosi, vennero rinchiuse al “Broadmoor Hospital”, un manicomio di massima sicurezza.

Ai sensi del “Mental Health Act”, una legge britannica, nel 1983 furono condannate a rimanere rinchiuse nell’ospedale per una durata indefinita.

Vi rimasero per 11 anni.

Imbottite di farmaci, persero ogni interesse per la scrittura, pur continuando a scrivere dei diari che avevano iniziato nel 1980.

Scrissero una lettera alla Regina Elisabetta, chiedendo di essere messe in libertà, ma non vi fu risposta.

Il caso raggiunse la notorietà grazie alla giornalista Marjorie Wallace del Sunday Times, che in seguito avrebbe scritto un libro intitolato “The Silent Twins”.

Secondo la Wallace, le ragazze avevano un accordo sul fatto che se una delle due fosse morta, l’altra avrebbe dovuto iniziare a parlare e vivere una vita normale, e nel libro raccontò il momento in cui le rivelarono il loro piano:

“Portai mia figlia – credo avesse circa otto anni – a prendere il tè con le gemelle. Dovevamo passare per tutte queste porte chiuse a chiave, fino alla grande sala.

Jennifer e June erano là, sempre piuttosto allegre, e ci portavano il tè su un vassoio con piccoli biscotti. Ci sedemmo e cominciammo a chiacchierare.

Di colpo, nel bel mezzo della conversazione, Jennifer disse: “Marjorie-Marjorie-Marjorie, io morirò”.

Io dissi: “Non essere stupida, Jennifer. Sei in buona salute”.

Mi guardò e mi disse: “Abbiamo deciso, io morirò”. […]

Poi June disse: “Sì, abbiamo deciso”.

Mi passarono dei biglietti, e c’era scritto che la decisione era che Jennifer sarebbe dovuta morire per liberare June.

June era nata per prima, June aveva più talento, June era più estroversa. Aveva il diritto di vivere. June poteva vivere per entrambe, e Jennifer no.”

Il 9 marzo 1993 le due sorelle vennero spostate da Broadmoor alla Caswell Clinic a Bridgend, dove sarebbero state sottoposte finalmente a un regime più libero. Nel minibus che le trasportava, però, Jennifer di colpo poggiò la testa sulla spalla della sorella.

Quando il bus arrivò alla clinica, non si riuscì a svegliare Jennifer. Portata all’ospedale, vi morì poche ore dopo.

L’autopsia rivelò che Jennifer era morta di miocardite acuta, un’infiammazione del muscolo cardiaco.

La miocardite acuta può facilmente essere confusa con quella infettiva, dovuta a virus, batteri o infezioni fungine, tutto questo rende molto difficile una diagnosi obiettiva.

La variabilità con cui si presentano le miocarditi è inoltre molto elevata, anche a seguito di autopsia le difficoltà non sono poche, sarebbe necessaria una analisi endomiocardica, che solitamente non viene eseguita, anche perché mancano standard istologici precisi e comunemente accettati dalla comunità scientifica.

Nell’inchiesta che seguì, June rivelò che Jennifer aveva agito in modo strano per circa un giorno prima del loro trasferimento, parlando in modo confuso e dicendo che stava per morire.

June aggiunse:

“Sono finalmente libera, liberata e alla fine Jennifer ha rinunciato alla sua vita per me”.

Dopo questi fatti, effettivamente June uscì dall’isolamento, non più monitorata dai servizi sociali e vivendo una vita tranquilla e indipendente vicino ai propri genitori, in Galles.

Un’altra sorella delle gemelle, Greta, dava la colpa all’ospedale Broadmoor di aver causato la morte di Jennifer, e avrebbe voluto intentare una causa, ma Aubrey e Gloria si rifiutarono, affermando che nulla avrebbe riportato in vita Jennifer, sulla cui tomba c’è scritta una poesia di June:

“We once were two

We two made one

We no more two

Through life be one

Rest in peace”.

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