Siamo noi i parassiti? – parte seconda

Abbiamo visto qui quali sono le maggiori epidemie che hanno colpito il mondo nella storia e la differenza tra un batterio e un virus.

Oggi vedremo cosa sta accadendo proprio in questi giorni in Cina.

Avevo chiosato con una frase che ricordava come la mancata comunicazione riguardo l’AIDS avesse creato più di un problema, poiché la cosa era stata sottovalutata e le ricadute erano state immense.

Ritengo che in Cina sia accaduta la stessa cosa: il governo cinese, convinto di tenere la cosa sotto controllo, ha passato poche informazioni all’Organizzazione Mondiale della Sanità, che quindi, per me in maniera ingiustificata, ha a sua volta sottovalutato il problema.

Se volete rimanere aggiornati in tempo reale, vi consiglio questo link.

Ma cosa è accaduto in Cina?

Tutto è iniziato il 31 dicembre 2019, quando le autorità sanitarie cinesi hanno notificato un focolaio di casi di polmonite a eziologia non nota nella città di Wuhan.

Le prime indagini per individuare la causa hanno focalizzato l’attenzione sul mercato del pesce locale, dove vengono esposte e vendute anche altre specie di animali vivi (Wuhan’s South China seafood city market).

Il 9 gennaio 2020 è stato identificato il nuovo agente infettante con il nome di 2019-nCoV e le autorità sanitarie cinesi hanno confermato la possibilità che possa essere trasmesso dalle persone ammalate a persone sane.

Che cos’è un coronavirus?

I coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Un nuovo coronavirus (CoV) è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo.

Alcuni coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario.

Essendo una malattia nuova, ancora non esiste un vaccino. Possono essere necessari anche anni per sviluppare un nuovo vaccino (ma in questo caso anche solo pochi mesi).

Un viaggiatore italiano, che si occupa di intermediazione tra aziende pugliesi e cinesi, da quasi 30 anni fa la spola da Bari alle metropoli della Repubblica Popolare.

E quindi si è ritrovato invischiato nella situazione:

“Già il giorno 11 gennaio, giorno della mia partenza, allaeroporto di Fiumicino cerano locandine del ministero della Salute per informare della diffusione di polmoniti in corso. Al momento del check-in le hostess ci hanno ribadito i rischi cui andavamo incontro, consigliandoci, qualora ci fossero stati casi sospetti, di rivolgerci alle autorità sanitarie. Io non potevo decidere di rinunciare, avevo appuntamenti di lavoro.

Ho rivissuto la stessa situazione del 2003 con la Sars (la sindrome acuta respiratoria grave, che condivide parte del patrimonio genetico con il nuovo coronavirus: causò 813 decessi e 8.437 contagi in una trentina di Paesi – n.d.a.). Ci sono state anche stavolta esattamente le stesse dinamiche. Nessuno ha avuto consapevolezza di quello che stava accadendo.

Poi, una volta scattate l’emergenza e l’informazione capillare, tutto è cambiato, come abbiamo visto: le città sono spettrali. Ricordo che nel periodo della Sars, dato l’allarme, cambiò idea anche chi, incontrandoci in albergo con le mascherine, diceva con tranquillità: non starai esagerando? La polizia in autostrada fermava gli automobilisti per misurare con gli scanner la temperatura corporea. E tutto questo avveniva anche negli alberghi, negli aeroporti e altrove dalla mattina alla sera”.

L’Organizzazione mondiale della sanità, che in primo momento si era detta tranquilla, ha corretto il tiro.

La minaccia che l’epidemia di coronavirus scoppiata in Cina pone al resto mondo non è “moderata”, come aveva scritto in cinque rapporti, bensì “elevata”.

Un “errore di formulazione”, così lo ha definito, emendato nella sesta e più recente relazione sul contagio, diffusa il 27 gennaio. Ma una svista che continuerà a far discutere sulla prontezza di riflessi dell’organizzazione nel rispondere alla crisi.

La settimana prima, infatti, la stessa Oms, che aveva riunito il suo comitato di emergenza, non ha ritenuto di dichiarare il coronavirus una “urgenza di sanità pubblica di portata internazionale”, etichetta data in passato ad altre epidemie come l’H1N1, Zika o Ebola. Questa (non) decisione resta confermata, nonostante il ravvedimento sul livello di rischio.

Una cosa è certa: in Cina il pericolo è “molto elevato”, sia per l’Oms che stando al bilancio dell’epidemia, in continuo aggiornamento. Ieri i morti sono arrivati a 107, con oltre 4.700 contagiati (nda, il 29/01 alle 15:00, 132 decessi e oltre 6.000 contagi).

Le autorità di Pechino hanno anche dato notizia del primo decesso nella capitale, conferma dell’espansione geografica del contagio: un uomo di 50 anni che era andato a Wuhan l’8 gennaio, ripartendo una settimana dopo. La polmonite generata dal virus si è rivelata fatale.

Sono stati scoperti i primi casi europei in Francia, a Parigi e a Bordeaux, altri due a Singapore, un nuovo caso è stato confermato negli Stati Uniti, a Chicago, quattro in Australia, quattordici pazienti sono stati sottoposti a controlli in Gran Bretagna (risultati negativi), Hong Kong ha dichiarato lo stato d’emergenza, a Pechino sono stati chiusi il Museo nazionale, la biblioteca nazionale e un tratto di Muraglia cinese, il Capodanno è stato cancellato anche a Macao.

A Wuhan, città focolare del nuovo virus che spaventa il mondo, sono iniziati i lavori per costruire un ospedale con mille posti letto che sarà finito entro il 3 febbraio (10 giorni circa di lavoro, forse anche meno).

Danilo Tacconi, direttore del reparto di malattie infettive Azienda Usl sud est di Arezzo e già membro all’Unità di crisi regionale per combattere il batterio New Delhi, ha recentemente dichiarato:

“Tutte le strutture sanitarie hanno ricevuto la circolare ministeriale con le indicazioni da seguire e dove sono descritti i criteri per valutare eventuali situazioni sospette. Per eseguire la diagnosi è importante verificare la provenienza del paziente: se presenta febbre, tosse, difficoltà respiratorie e se proviene, o ha fatto ritorno in Italia, da Wuhan, o aree limitrofe, negli ultimi 14 giorni allora il paziente potrebbe aver contratto il coronavirus, per essere sicuri di ciò è necessario far eseguire i test allo Spallanzani di Roma.

La situazione batteriologica al momento è localizzata nella regione cinese, che è stata messa sotto quarantena, ci sono dei casi al di fuori, ma ad oggi non sono sufficienti a far cambiare il modo di approcciarsi al virus e alla diagnosi. In Italia quindi non bisogna fare allarmismo, è necessario però rispettare le linee guida e contrastare la diffusione a livello internazionale, per questo sono iniziati i controlli negli aeroporti con scanner termici (per verificare la temperatura) e vengono distribuiti fogli illustrativi in più lingue per istruire i viaggiatori.

Il rischio, in Italia, ad oggi non è elevato, non ci sono casi importati, gli unici in Europa sono in Francia. Purtroppo quando si ha a che fare con virus che si trasmettono per via respiratoria oggi possiamo avere una situazione epidemiologica di un certo tipo e tra 3-4 giorni entrare in una fase di allerta.

Rimane sempre il criterio epidemiologico (provenienza/soggiorno da zone dove è presente il virus) un elemento fondamentale per fare una diagnosi di sospetto.

Lavarsi le mani con il sapone, usare fazzoletti per colpi di tosse o raffreddore, possibilmente starnutire e tossire nell’incavo del gomito. Le mascherine non sono necessarie, non sono state date indicazioni in merito. La mascherina in realtà sarebbe buona norma portarla anche quando si ha un forte raffreddore o influenza.

Il personale sanitario dovrebbe portare camici impermeabili, guanti e seguire attentamente le norme igieniche fornite dall’Oms.”

Possiamo stare tranquilli?

Io ritengo di sì. Il SSN italiano è tra i più preparati al mondo, checché se ne dica.

E, cosa da non poco conto, noi italiani mangiamo la pizza e la parmigiana di melanzane, non i topi e i pipistrelli…

9 pensieri riguardo “Siamo noi i parassiti? – parte seconda

  1. “oltre 4.7000 contagiati”
    C’è uno zero in più o il punto nel posto sbagliato?
    Ottimo lavoro, anyway, adesso lo mando in giro, che un po’ di informazione seria fa bene a tutti. Consiglio a chi fosse interessato di seguire anche Roberto Burioni su FB che sta facendo un prezioso lavoro di informazione quotidiana.

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  2. Pensieri sparsi.

    Topi e pipistrelli li ho tolti dalla dieta causa acidità di stomaco
    Il mio sarto (cinese) è andato proprio in Cina 2 settimane fa, e non è più tornato
    Come caxxo fanno a costruire un nosocomio da 1000 posti in 15 giorni?
    In passato spesso sono state date informazioni terrificanti su pandemie che avrebbero dovuto sterminare il 20% delle persone, per poi trovare una soluzione che circoscrive il problema

    Piace a 1 persona

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