The Boy General – seconda parte

Un giorno, nel periodo in cui frequentavo l’Università, ebbi un’accesa discussione con una ragazza americana.

Lei diceva che la grandezza dell’Impero Romano era sicuramente legata al fatto che i Latini erano dei selvaggi e quando arrivavano in un posto lo conquistavano, con le buone o con le cattive.

Io le feci notare (mi si conceda l’eufemismo, perché ero proprio incazzato) che non solo i Romani erano molto meno selvaggi di popoli che li hanno seguiti, ma che chiunque entrasse nell’Impero diventava, di diritto, cittadino romano.

E in più, a conclusione della discussione, le dissi (più o meno):

“Parli proprio tu, pronipote di galeotti europei, che hanno fondato uno stato sulla pelle e sul sangue dei popoli che lì già c’erano!”

Le cose sono andate più o meno così, ormai la cosa è stata sdoganata: Barack Obama, nel 2011, alle scuse ufficiali del popolo americano nei confronti dei nativi, comunemente conosciuti come indiani d’America, ha allegato un assegno da 3,4 miliardi di dollari, per aver defraudato, negli anni, soldi che sarebbero spettati loro in cambio dell’utilizzo di preziose risorse come petrolio, gas naturali e pascoli.

La volta scorsa abbiamo visto come gli scontri tra bianchi e indiani dopo la cosiddetta conferenza di pace del 1867 non solo non si erano placati, ma erano addirittura aumentati.

George A. Custer ebbe l’incarico di effettuare una spedizione punitiva nei confronti degli indiani.

Verso la fine del novembre 1868, a capo del VII Cavalleria, iniziò la sua marcia di avvicinamento agli accampamenti indiani.

Nevicava, e i soldati erano zuppi, assiderati, stanchi e affamati, ma Custer andava avanti e gioco forza li costringeva a fare lo stesso.

Il 25 novembre, un altro giorno di freddo terribile, trovò i soldati e Custer lungo il Wolf Creek. Lo percorsero per un tratto per poi rivolgersi in direzione del Canadian.

Il 26 novembre fu deciso di mandare in avanscoperta il Maggiore Elliot e tre squadre del VII° Cavalleria con alcuni esploratori bianchi e indiani.

Quando fu trovato il guado adatto nel Canadian, iniziarono le operazioni di trasporto dei carri verso l’altra sponda. Concluse queste operazioni, Custer salì sulla cima di una collina per guardarsi intorno e fu in quel momento che notò uno dei soldati al seguito di Elliot sopraggiungere in tutta fretta.

La vedetta aveva avvistato un accampamento di almeno 150 guerrieri a non molta distanza da dove si trovavano in quel momento.

Custer disse:

“Cambia cavallo e rientra immediatamente da Elliot! Dovrete aspettarci prima di compiere qualunque azione. Lasceremo i carri indietro e viaggeremo tutti più spediti”.

Ci volle l’intera giornata per raggiungere il Maggiore Elliot che li attendeva con un’altra grande notizia.

“Le tracce che abbiamo scoperto e seguito per un pezzo risalgono a non oltre 24 ore! Lo dicono i nostri scout e lo confermano gli Osage.”

Dopo un paio d’ore di marcia forzata, si udì la voce di uno scout:

“Fermatevi, ci sono mucchi di indiani laggiù!”

Li avevano trovati: gli indiani ostili, quelli che sembravano fantasmi e non si riuscivano mai a individuare erano lì, davanti a loro.

Il campo indiano era immerso nell’oscurità. Tutti i guerrieri erano nelle tende a godersi il tepore del fuoco che le donne mantenevano sempre acceso.

Quella notte nessuna sentinella vigilava sul campo; nessuno poteva ipotizzare un attacco in pieno inverno.

Custer chiamò intorno a sé gli ufficiali sui quali nutriva la maggiore fiducia e si dilungò a spiegare loro il piano che aveva escogitato: le forze sarebbero state suddivise in quattro parti che avrebbero preso posizione intorno all’accampamento durante la notte.

Quindi i soldati avrebbero dovuto attendere le prime luci dell’alba per sferrare l’attacco, tutti insieme. Sarebbe stata necessaria la massima attenzione per evitare il fuoco amico, cercare di non spararsi addosso da punti opposti.

Il capo Pentola Nera sapeva di poter dormire sonni tranquilli: lui aveva scelto, poco tempo prima, di porre il “segno” sui fogli di pace dei bianchi a Medicine Lodge: a rimarcarlo, una bandiera bianca sventolava sul suo tepee.

Era sicuro di avere messo la sua gente al riparo dai guai, a rafforzare questa certezza c’era anche la tranquillità di sapere che nessuno tra i giovani si era reso colpevole di attacchi ai coloni o alle carovane o ai posti di scambio.

Il primo raggio di sole mattutino vide i soldati del VII° Cavalleria ormai pronti all’attacco, tutti in postazione, i cavalli al fianco e i fucili con cento proiettili di riserva pronti all’uso.

Custer ordinò ai suoi ufficiali: “Gli uomini si tolgano i cappotti e appoggino le bisacce a terra” e questi si curarono di trasmettere prontamente quell’ordine perché fosse eseguito.

La manovra serviva a liberare i soldati da ogni intralcio ritenuto superfluo nel corso della battaglia che stava per iniziare. I cappotti e le bisacce sarebbero stati raccolti dai soldati al seguito dei carri.

Improvvisamente esplose uno sparo. Era stato un indiano che aveva avvistato un soldato. Da quel momento gli eventi precipitarono, l’azione divenne rapidissima.

Le forze di Custer assalirono il villaggio dai quattro punti in cui si disposti.

Il villaggio si animò di colpo in un inferno di spari, sciabolate, urla e pianti, cavalli al galoppo, gente che fuggiva da tutte le parti.

I guerrieri non riuscirono ad organizzare una seria azione difensiva e il loro unico pensiero fu di agguantare qualunque arma e gettarsi nella mischia contro i soldati per consentire alle donne di scappare e portare in salvo i bambini.

Le “prede” venivano stanate e uccise sul posto, senza alcuna pietà.

Uomini, donne e bambini.

Mentre tutto ciò stava avvenendo, delle vedette a presidio sulla collina vicina si accorsero che il piccolo campo di Pentola Nera non era che uno dei tanti presenti nell’area.

Avvisati, in qualche modo, dagli altri villaggi stavano arrivando di gran carriera guerrieri armati di tutto punto per tentare di soccorrere gli amici Cheyenne.

Contro queste centinaia di guerrieri andarono letteralmente a sbattere un manipolo di soldati guidati dal maggiore Joel Elliott, che nella foga di inseguire i fuggitivi si era allontanato troppo dal grosso delle truppe.

Dopo una breve e disperata resistenza, vennero sterminati fino all’ultimo uomo dai guerrieri di Mano Sinistra.

Custer, informato, si mostrò visibilmente preoccupato ma decise di non prestare soccorso a Elliott nonostante le critiche degli ufficiali, ordinò solamente di accelerare le operazioni.

Venne dato fuoco a tutto, mentre sulle creste dei rilievi circostanti iniziavano a comparire gli altri indiani, che però titubavano, vedendo il gran numero di soldati nel campo di Pentola Nera.

Custer decise un ennesimo gesto di sfida: fece raggruppare in un corral improvvisato gli oltre 900 ponies indiani in maniera che non potessero sfuggire.

Le file dei soldati sparavano a turno e non smisero di sparare finché anche l’ultimo cavallo non cadde a terra morente.

Quando anche quest’ultimo eccidio venne completato le truppe iniziarono a muoversi. Per spaventare gli indiani che li stavano osservando, Custer simulò l’intenzione di voler rivolgere la sua cavalleria in direzione dei loro villaggi. I guerrieri fecero immediatamente dietrofront per avvisare la loro gente e organizzare la difesa.

La manovra diversiva durò poco, quel tanto che bastò ad ottenere lo scopo.

La battaglia del Washita era finita. L’esercito riuscì a contare 103 nemici morti ma di questi solo 11 erano guerrieri.

Gli altri erano donne, vecchi e bambini.

Pentola Nera e la moglie furono trovati, morti, a faccia in giù, quasi dentro l’acqua del fiume Washita nel quale avevano tentato invano di trovare riparo.

I fatti del Washita segnarono l’inizio della capitolazione degli indiani liberi e nomadi delle grandi pianure americane del nord ovest. Ma scrissero anche una sentenza di morte per George A. Custer.

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