The Boy General- terza parte

È curioso come certe cose siano talmente radicate nella nostra cultura da non farci neanche caso.

I cognomi, per esempio.

Nell’ordinamento italiano non esiste una norma che imponga il cognome paterno, ma tutti siamo abituati al fatto di portare il cognome di nostro padre.

Siccome la maternità è sempre sicura (il famoso “mater semper certa” dei latini), l’attribuzione del cognome paterno rappresenta il riconoscimento formale della paternità.

La Corte costituzionale, con una sentenza di qualche anno fa, ha stabilito che, quando i genitori sono d’accordo, al cognome del padre si può fare seguire quello della madre.

In altre culture non funziona allo stesso modo.

In Islanda, per esempio, si usano i patronimici, in cui si riflette il nome del padre e non il cognome storico della famiglia.

Per esempio, un islandese, tale Jón Einarsson, chiama il proprio figlio Ólafur. Il cognome di Ólafur non sarà Einarsson, come quello di suo padre, ma Jónsson, ossia “figlio di Jón (Jóns + son)”.

La figlia di Jón, Sigríður, avrà come cognome Jónsdóttir, che significa “figlia di Jón (Jóns + dóttir)”.

Nella cultura dei Nativi americani il nome veniva scelto in base al proprio spirito e spesso cambiava più di una volta nel corso della vita.

Generalmente il primo nome era scelto dal padre ma molto spesso dal capo tribù e si basava sugli eventi legati alla nascita.

Ad esempio, se il bambino nasceva durante un temporale o al tramonto gli si dava il nome “Nuvola grigia” o “Nuvola rossa”, e così via.

Quindi se mi chiedessero di attaccare la tribù di Cavallo Pazzo, io ci penserei su. Lo stesso non fece Custer, che invece non ci pensò due volte.

Dopo i fatti di Washita, i nativi erano stati confinati nelle cosiddette “riserve”.

Fin dai primi mesi dell’anno 1876, però, migliaia e migliaia di indiani abbandonarono le riserve per trovare ospitalità nei territori del nord dove risiedevano i cosiddetti “ostili”, ossia quei gruppi di indiani che non accettavano di essere rinchiusi.

Per questo motivo, il governo statunitense mandò una spedizione armata di soldati per rintracciare, localizzare e riportare nelle riserve tutti quegli indiani.

Vi erano tre gruppi: il primo, comandato dal Generale George Crook, si mosse da nord (Wyoming), verso l’ampia area del fiume Powder; il secondo, guidato dal Colonnello John Gibbon (6 compagnie del 7° Fanteria e 4 del 2° Cavalleria), si mosse da est (Montana); il terzo, al comando del Generale Alfred Terry (compresi il 7° Cavalleria affidato a Custer, le compagnie B, D e I del 6° Fanteria, le compagnie C e G del 17° Fanteria, il distaccamento delle Gatling del 20° Fanteria) si mosse da ovest (Dakota).

Al loro seguito c’erano i carri (oltre 150) ed i muli (un enorme contingente) dei rifornimenti e l0obiettivo era convergere e stringere in una morsa gli indiani.

Ma Crow e Shoshoni ed un gruppo di indiani composto principalmente da Sioux-Lakota e Cheyenne costrinsero Crook a rallentare e questi si trovò inizialmente isolato.

Gibbon e Terry, verso giugno, si ritrovarono presso il fiume Rosebud. Insieme, formularono un nuovo piano che gettava nella mischia il 7° Cavalleria di Custer.

Secondo questo piano i soldati di Custer avrebbero dovuto procedere verso nord lungo il Rosebud mentre quelli alla guida diretta di Terry e Gibbon avrebbero scelto come destinazione i fiumi Bighorn e Little Bighorn.

Il 15 giugno era stata avvistata una lunga traccia lasciata da un consistente numero di indiani che si spostava chiaramente verso il grande accampamento di Toro Seduto e Cavallo Pazzo.

La pista venne seguita da tutti i soldati insieme fino al 22, giorno in cui Custer ed i suoi cavalleggeri poterono sganciarsi e puntare velocemente verso gli indiani, facendo affidamento sulla loro maggiore mobilità.

Custer era fin troppo sicuro di sé e della forza del 7°, tant’è vero che rifiutò il supporto delle mitragliatrici e negò il bisogno di rinforzi.

Ma in realtà, il 7° era composto in parte di nuove reclute, scarsamente abituate alle operazioni in zona di guerra e persino alla vita nell’esercito.

Custer arrivò ad est del fiume Little Bighorn nelle prime ore della notte del 24 giugno, mentre le colonne di Terry e Gibbon procedevano placidamente nella stessa direzione.

Dopo una lunga marcia forzata nella notte tra il 24 ed il 25 giugno, Custer decise di dividere le proprie forze in 4 gruppi diversi.

Nel primo, vi erano anche civili, perlopiù giornalisti, e due compagnie erano affidate al Capitano Tom Custer e al Tenente James Calhoun, rispettivamente fratello e cognato di Custer. Questo distaccamento seguì un suo percorso lungo una dorsale a est del Little Bighorn con l’incarico di penetrare nel campo indiano da nord.

Un secondo distaccamento, al comando del Maggiore Marcus Reno, fu spedito direttamente nella valle del fiume Little Bighorn per attaccare da quella posizione.

Un terzo gruppo, guidato dal Capitano Frederick Benteen, aveva il compito di esplorare e tenere d’occhio i dintorni, come scrisse poi:

“Il Generale Custer ha diviso il 7° Cavalleria in 3 battaglioni – circa 15 miglia da un villaggio indiano, la cui esatta collocazione non gli era nota con precisione. Mi è stato ordinato di guidare le compagnie D, H e K a sinistra rispetto al resto dei distaccamenti con l’incarico di trovare la valle del fiume, il campo indiano o qualunque altra cosa fossi in grado di scoprire. Non ho trovato nulla e dopo una marcia di almeno 10 miglia ho deciso di seguire la pista del Generale per raggiungerlo.”

L’ultimo gruppo era costituito dai carri e dai muli dei rifornimenti e lo scortava la compagnia al comando del Capitano Thomas McDougall.

Custer non stava inventando nulla di speciale; si trattava di una classica manovra a tenaglia indicata nei manuali delle scuole di guerra e lui stesso l’aveva già utilizzata con buon successo nel 1868 durante la battaglia del Washita.

Il primo ad attaccare fu Reno, che attraversò il Little Bighorn (nel punto che oggi viene chiamato Reno Creek) e impiegò un istante per realizzare che i Lakota e i Cheyennes settentrionali erano presenti

“in forze e… non stavano assolutamente fuggendo”.

Reno avvisò Custer (con un messaggero, i telefoni non esistevano, nda) che stava avviando il piano d’attacco e così fece, avanzando abbastanza rapidamente verso nord senza incontrare grandi ostacoli, al punto che presto sospettò di essere finito in una trappola.

Perciò ordinò ai soldati di fermarsi quando erano distanti poche centinaia di metri dal campo. I soldati smontarono dai cavalli e si dispiegarono secondo la classica linea di schermaglia, così come disponevano i manuali militari del tempo.

In questo modo ogni cinque soldati ve n’era uno che teneva i cavalli per gli altri e questo di per sé ridusse la capacità di fuoco del 20%.

La fretta di attaccare e la memoria di quanto accaduto a Washita portarono all’epilogo che tutti conosciamo, del quale parlerò la prossima volta.

4 pensieri riguardo “The Boy General- terza parte

  1. Già il mitico Pieroni, l’autore del libro di cui ti ho scritto l’altra volta, avvertiva che il nome con cui gli americani indicano il famoso capo oglala è una traduzione di comodo: sembra in effetti che il significato autentico della frase in lingua lakota Tȟašúŋke Witkó sia “il suo cavallo è pazzo”. Questo originariamente era il nome del padre di Cavallo Pazzo, il quale decise di passarlo al figlio quando questi dimostrò di essere giunto all’età matura – i pellirosse, si sa, potevano cambiare nome più volte nel corso delle loro vite. Il nome imposto a Cavallo Pazzo alla nascita era Čháŋ Óhaŋ, che significa “in mezzo agli alberi”. Sua madre (che morì quando il piccolo aveva 4 anni) lo chiamava anche Pȟehíŋ Yuȟáȟa (ricciolino) oppure Žiží (capelli sottili): sembra che avesse capelli castani e crespi, abbastanza insoliti presso i nativi americani.

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